La questione crminale della città di Napoli costituisce il principale ostacolo per lo sviluppo del territorio. Le istituzioni possono fare molto, contrariamente a quanto si pensi se si considera il fenomeno mera questione di ordine pubblico. La camorra è spesso oggetto di rappresentazioni semplificate che di volta in volta mettono in risalto, secondo gli interessi dei comunicatori e il target di pubblico, l’aspetto più folcloristico delle bande predatorie di spacciatori (il livello inferiore della complessa stratificazione criminale di questo mondo) oppure la dimensione di un potere invisibile, “fluido” come usa dire, e perciò stesso lontano, inevitabile, fatale, ma tutto sommato poco dannoso. Queste immagini, molto diffuse nel dibattito, anche in quello colto, rimandano all’idea di un mondo fatto di disordine e di approssimazione che in fondo desta preoccupazione solo nelle sue manifestazioni violente, che però sono circoscritte a territori dati ormai per “perduti”. Si tratta di letture a senso unico, che portano a una grave sottovalutazione del fenomeno, tanto della sua capacità di dominio, dei rischi che comporta e dei danni che produce, quanto dei possibili punti di attacco, delle tante realtà che nonostante tutto se ne tengono fuori e svolgono, spesso in solitudine, un lavoro silenzioso di oggettiva opposizione al potere mafioso. Le ricerche degli ultimi anni mettono in rilievo invece la natura sistemica della camorra, non riconducibile, come vorrebbe il modello tradizionale di potere mafioso, a “cupole”, altamente articolata e stratificata gerarchicamente secondo gruppi minori e grandi cartelli che talora confliggono ma più spesso trovano forme di accomodamento per la gestione di affari reciprocamente convenienti. Non è un mondo anarchico dove vige il principio del “tutti contro tutti”, è piuttosto un sistema ordinato, con regole precise. Regole non scritte ma diffusamente conosciute e osservate, al suo interno e al suo contorno. Automatismi che facilmente producono affari tra il livello prettamente criminale e i contesti esterni. È, in altri termini, un mondo che trova nel contesto modalità di consolidamento e riproduzione. Modalità di riproduzione estorte, come è il caso del controllo del territorio, oppure frutto di corruzione, come è il caso delle inserzioni in ambienti dell’economia, della politica e della pubblica amministrazione. Tali considerazioni portano dritto alla partita cruciale che si gioca sul piano della capacità di intervento delle istituzioni.

La città e la camorra. Napoli e la questione criminale

Luciano Brancaccio
2021

Abstract

La questione crminale della città di Napoli costituisce il principale ostacolo per lo sviluppo del territorio. Le istituzioni possono fare molto, contrariamente a quanto si pensi se si considera il fenomeno mera questione di ordine pubblico. La camorra è spesso oggetto di rappresentazioni semplificate che di volta in volta mettono in risalto, secondo gli interessi dei comunicatori e il target di pubblico, l’aspetto più folcloristico delle bande predatorie di spacciatori (il livello inferiore della complessa stratificazione criminale di questo mondo) oppure la dimensione di un potere invisibile, “fluido” come usa dire, e perciò stesso lontano, inevitabile, fatale, ma tutto sommato poco dannoso. Queste immagini, molto diffuse nel dibattito, anche in quello colto, rimandano all’idea di un mondo fatto di disordine e di approssimazione che in fondo desta preoccupazione solo nelle sue manifestazioni violente, che però sono circoscritte a territori dati ormai per “perduti”. Si tratta di letture a senso unico, che portano a una grave sottovalutazione del fenomeno, tanto della sua capacità di dominio, dei rischi che comporta e dei danni che produce, quanto dei possibili punti di attacco, delle tante realtà che nonostante tutto se ne tengono fuori e svolgono, spesso in solitudine, un lavoro silenzioso di oggettiva opposizione al potere mafioso. Le ricerche degli ultimi anni mettono in rilievo invece la natura sistemica della camorra, non riconducibile, come vorrebbe il modello tradizionale di potere mafioso, a “cupole”, altamente articolata e stratificata gerarchicamente secondo gruppi minori e grandi cartelli che talora confliggono ma più spesso trovano forme di accomodamento per la gestione di affari reciprocamente convenienti. Non è un mondo anarchico dove vige il principio del “tutti contro tutti”, è piuttosto un sistema ordinato, con regole precise. Regole non scritte ma diffusamente conosciute e osservate, al suo interno e al suo contorno. Automatismi che facilmente producono affari tra il livello prettamente criminale e i contesti esterni. È, in altri termini, un mondo che trova nel contesto modalità di consolidamento e riproduzione. Modalità di riproduzione estorte, come è il caso del controllo del territorio, oppure frutto di corruzione, come è il caso delle inserzioni in ambienti dell’economia, della politica e della pubblica amministrazione. Tali considerazioni portano dritto alla partita cruciale che si gioca sul piano della capacità di intervento delle istituzioni.
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