In genere, queste attività affaristico-criminali vengono presentate come se costituissero una trasformazione recente del fenomeno mafioso, la sua epigone attuale e “degenerata” (secondo una nota – e altrettanto ingenua – contrapposizione tra un passato mitico di principi etici e un presente ordinario di corruzione). Il mafioso sarebbe, secondo questa visione di senso comune, un capo violento che costruisce la sua reputazione, e quindi la sua leadership, all’interno della propria cerchia comunitaria (parentela, vicinato, compagnia dei pari), in genere collocata nei ceti sociali svantaggiati, e poi, in un secondo momento (o in una seconda fase storica), utilizzerebbe il suo potere intimidatorio per varcare la soglia della “società che conta” penetrando nella sfera dell’economia e dei mercati ufficiali. Un mondo nascosto e primitivo che – inquietante mutazione della modernità – tenderebbe a espandersi improntando di sé, e inquinandola, la parte visibile del mondo economico e le cerchie sociali superiori. Si può dire che la “narrazione ufficiale” del fenomeno mafioso sia tutta ricompresa entro questa dialettica tra underworld e upperworld. Si tratta di discorsi parziali, in larga parte basati sullo stereotipo. Per una corretta analisi occorre ricostruire la dimensione economica e di impresa di questi circuiti. I gruppi di camorra prendono forma principalmente come reti di controllo all’interno dei mercati illegali e legali. Si può dire che il gruppo organizzato sia una variabile dipendente, una condizione di arrivo e non di partenza dell’attività criminale. Il gruppo camorrista in senso stretto non precede le attività, sorge invece come fattore d’ordine di mercati già caratterizzati dall’utilizzo della violenza (o dell’intimidazione) come forma di regolazione dei rapporti economici.

La camorra dei mercati / Brancaccio, Luciano. - (2016), pp. 223-229.

La camorra dei mercati

BRANCACCIO, LUCIANO
2016

Abstract

In genere, queste attività affaristico-criminali vengono presentate come se costituissero una trasformazione recente del fenomeno mafioso, la sua epigone attuale e “degenerata” (secondo una nota – e altrettanto ingenua – contrapposizione tra un passato mitico di principi etici e un presente ordinario di corruzione). Il mafioso sarebbe, secondo questa visione di senso comune, un capo violento che costruisce la sua reputazione, e quindi la sua leadership, all’interno della propria cerchia comunitaria (parentela, vicinato, compagnia dei pari), in genere collocata nei ceti sociali svantaggiati, e poi, in un secondo momento (o in una seconda fase storica), utilizzerebbe il suo potere intimidatorio per varcare la soglia della “società che conta” penetrando nella sfera dell’economia e dei mercati ufficiali. Un mondo nascosto e primitivo che – inquietante mutazione della modernità – tenderebbe a espandersi improntando di sé, e inquinandola, la parte visibile del mondo economico e le cerchie sociali superiori. Si può dire che la “narrazione ufficiale” del fenomeno mafioso sia tutta ricompresa entro questa dialettica tra underworld e upperworld. Si tratta di discorsi parziali, in larga parte basati sullo stereotipo. Per una corretta analisi occorre ricostruire la dimensione economica e di impresa di questi circuiti. I gruppi di camorra prendono forma principalmente come reti di controllo all’interno dei mercati illegali e legali. Si può dire che il gruppo organizzato sia una variabile dipendente, una condizione di arrivo e non di partenza dell’attività criminale. Il gruppo camorrista in senso stretto non precede le attività, sorge invece come fattore d’ordine di mercati già caratterizzati dall’utilizzo della violenza (o dell’intimidazione) come forma di regolazione dei rapporti economici.
2016
9788890361555
La camorra dei mercati / Brancaccio, Luciano. - (2016), pp. 223-229.
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