«Ha però lasciato la sua impronta a Napoli e certamente è da annoverarsi tra gli architetti che maggiormente hanno contribuito alla formazione di un linguaggio architettonico destinato a imporsi nella città per tutto il secolo e mezzo successivo». Dalle pagine de de Neapolitan Baroque & Rococo Architecture del 1975, Anthony Blunt tratteggiava l'opera di Giovan Battista Cavagna, riesaminando gli studi sull'architettura napoletana fra rinascimento e barocco dove la figura dell'artista veniva pressoché ignorata. Le parole dell'autore della celebre Storia interrompevano una consuetudine storiografica generalmente incline a escludere il Cavagna dalle personalità determinanti per l'aggiornamento a Napoli di una cultura architettonica rinascimentale, ancora dominante nei decenni successivi alla metà del Cinquecento. Egli non alimentò la svolta dell’architettura napoletana dopo il lungo attardarsi del Rinascimento, tuttavia il riesame delle sue opere avvalora una revisione del giudizio orientata a riconoscere nell’assenza di «impeti creativi» i tratti di un linguaggio conciso, maturato nella Roma di Antonio da Sangallo il Giovane e nel clima austero della riforma cattolica negli anni del suo esordio. Con il suo misurato classicismo, sempre attento all’osservanza delle regole albertiane, costante ispirazione delle sue opere, l’autore portò nell’ambiente della capitale vicereale spagnola inediti modelli spaziali e lessicali dove solennità e magnificenza sono determinate dal controllo matematico dello spazio, mai dall’esuberanza formale: la sua architettura è documento di un preciso periodo dell’architettura napoletana ancora lontano dalle accentuazioni manieriste e ancor più dall’esuberanza decorativa della seconda stagione della Controriforma, quella celebrata dai trionfi barocchi destinati ad alimentare, nei decenni successivi, la multiforme ‘maestà scenica’ di Napoli.

'il bono architetto deve essere più tosto timido che soverchio'. Austera magnificenza nell'architettura napoletana di Giovan Battista Cavagna nel secondo Cinquecento

DI LIELLO, SALVATORE
2015

Abstract

«Ha però lasciato la sua impronta a Napoli e certamente è da annoverarsi tra gli architetti che maggiormente hanno contribuito alla formazione di un linguaggio architettonico destinato a imporsi nella città per tutto il secolo e mezzo successivo». Dalle pagine de de Neapolitan Baroque & Rococo Architecture del 1975, Anthony Blunt tratteggiava l'opera di Giovan Battista Cavagna, riesaminando gli studi sull'architettura napoletana fra rinascimento e barocco dove la figura dell'artista veniva pressoché ignorata. Le parole dell'autore della celebre Storia interrompevano una consuetudine storiografica generalmente incline a escludere il Cavagna dalle personalità determinanti per l'aggiornamento a Napoli di una cultura architettonica rinascimentale, ancora dominante nei decenni successivi alla metà del Cinquecento. Egli non alimentò la svolta dell’architettura napoletana dopo il lungo attardarsi del Rinascimento, tuttavia il riesame delle sue opere avvalora una revisione del giudizio orientata a riconoscere nell’assenza di «impeti creativi» i tratti di un linguaggio conciso, maturato nella Roma di Antonio da Sangallo il Giovane e nel clima austero della riforma cattolica negli anni del suo esordio. Con il suo misurato classicismo, sempre attento all’osservanza delle regole albertiane, costante ispirazione delle sue opere, l’autore portò nell’ambiente della capitale vicereale spagnola inediti modelli spaziali e lessicali dove solennità e magnificenza sono determinate dal controllo matematico dello spazio, mai dall’esuberanza formale: la sua architettura è documento di un preciso periodo dell’architettura napoletana ancora lontano dalle accentuazioni manieriste e ancor più dall’esuberanza decorativa della seconda stagione della Controriforma, quella celebrata dai trionfi barocchi destinati ad alimentare, nei decenni successivi, la multiforme ‘maestà scenica’ di Napoli.
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