Nel 2009 la giornalista francese Florence Aubenas trascorre alcuni mesi in incognita tra i lavoratori e le lavoratrici precari/e della zona di Caen. Dopo un percorso accidentato tra centri di collocamento e brevi impieghi umilianti e sottopagati, finisce per accettare un lavoro di femme de chômage a bordo dei traghetti che attraversano la Manica, da Ouistreham a Portsmouth. Il suo libro, pubblicato in Francia nel 2010, finisce alcuni anni dopo nelle mani di Juliette Binoche. Sarà l’attrice a convincerla a dare nuova vita sullo schermo a quegli intensi ritratti di donne lavoratrici, alle loro alleanze e strategie di sopravvivenza in un mondo ostile e respingente, e ad affidare l’adattamento alla penna e allo sguardo di Emmanuel Carrère. Non potrebbe esserci autore più adatto a raccontare non soltanto le vite altrui ma anche il modo in cui tali vite appaiono a chi vi entra in relazione, confondendo il detto e il non-detto, la verità e la menzogna, l’autenticità e il tradimento, in maniera talvolta irreversibile. Per Le Quai de Ouistreham (FRA 2021), Carrère regista – già autore del documentario Retour à Kotelnitch (2003) e de La moustache (2005) – sceglie attori e attrici non professionisti/e, fatta eccezione per la protagonista Binoche, e privilegia, almeno nella prima metà del film, uno stile asciutto, eppure mai freddo, che ricorda il cinema di denuncia sociale di Ken Loach. Eppure non è affatto facile, per un’autorialità onnipresente e invasiva come quella del Carrère scrittore, farsi da parte e rinunciare alla canonica cornice autofinzionale a favore di uno sguardo senza filtri e mediatori. La solitudine narcististica del romanziere avrebbe la possibilità di sublimarsi nell’autorialità collettiva del cinema, al quale lo scrittore non è nuovo data la sua esperienza di sceneggiatore, e potrebbe offrirgli la possibilità di sperimentare quella dimensione comunitaria e condivisa che riemerge sempre, tra le righe dei romanzi, come istanza mai del tutto soddisfatta e alla quale utopisticamente tendere. Ma lo spazio crescente occupato dal personaggio della giornalista-infiltrata, sulla quale finisce gradualmente per spostarsi l’obiettivo della macchina da presa, sembra rivelare un movimento diverso, che ha più a che fare con un processo di sdoppiamento della figura autoriale. Nella protagonista, donna intellettuale della classe agiata, Carrère finisce per incontrare una sua possibile alter ego, nella quale inevitabilmente riflettere le proprie stesse ossessioni.
Le doppie vite degli altri. Aubenas, Binoche, Carrère a Ouistreham / Abignente, Elisabetta. - (2024), pp. 699-708.
Le doppie vite degli altri. Aubenas, Binoche, Carrère a Ouistreham
Elisabetta Abignente
2024
Abstract
Nel 2009 la giornalista francese Florence Aubenas trascorre alcuni mesi in incognita tra i lavoratori e le lavoratrici precari/e della zona di Caen. Dopo un percorso accidentato tra centri di collocamento e brevi impieghi umilianti e sottopagati, finisce per accettare un lavoro di femme de chômage a bordo dei traghetti che attraversano la Manica, da Ouistreham a Portsmouth. Il suo libro, pubblicato in Francia nel 2010, finisce alcuni anni dopo nelle mani di Juliette Binoche. Sarà l’attrice a convincerla a dare nuova vita sullo schermo a quegli intensi ritratti di donne lavoratrici, alle loro alleanze e strategie di sopravvivenza in un mondo ostile e respingente, e ad affidare l’adattamento alla penna e allo sguardo di Emmanuel Carrère. Non potrebbe esserci autore più adatto a raccontare non soltanto le vite altrui ma anche il modo in cui tali vite appaiono a chi vi entra in relazione, confondendo il detto e il non-detto, la verità e la menzogna, l’autenticità e il tradimento, in maniera talvolta irreversibile. Per Le Quai de Ouistreham (FRA 2021), Carrère regista – già autore del documentario Retour à Kotelnitch (2003) e de La moustache (2005) – sceglie attori e attrici non professionisti/e, fatta eccezione per la protagonista Binoche, e privilegia, almeno nella prima metà del film, uno stile asciutto, eppure mai freddo, che ricorda il cinema di denuncia sociale di Ken Loach. Eppure non è affatto facile, per un’autorialità onnipresente e invasiva come quella del Carrère scrittore, farsi da parte e rinunciare alla canonica cornice autofinzionale a favore di uno sguardo senza filtri e mediatori. La solitudine narcististica del romanziere avrebbe la possibilità di sublimarsi nell’autorialità collettiva del cinema, al quale lo scrittore non è nuovo data la sua esperienza di sceneggiatore, e potrebbe offrirgli la possibilità di sperimentare quella dimensione comunitaria e condivisa che riemerge sempre, tra le righe dei romanzi, come istanza mai del tutto soddisfatta e alla quale utopisticamente tendere. Ma lo spazio crescente occupato dal personaggio della giornalista-infiltrata, sulla quale finisce gradualmente per spostarsi l’obiettivo della macchina da presa, sembra rivelare un movimento diverso, che ha più a che fare con un processo di sdoppiamento della figura autoriale. Nella protagonista, donna intellettuale della classe agiata, Carrère finisce per incontrare una sua possibile alter ego, nella quale inevitabilmente riflettere le proprie stesse ossessioni.| File | Dimensione | Formato | |
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