La valorizzazione del patrimonio culturale, oltre ad essere ormai considerata come parte integrante del processo di crescita intelligente, sostenibile e solidale per l’Europa, acquista, nella prospettiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e nel Programma nazionale per la ricerca (PNR) 2021-2027, il ruolo di vettore trainante la ripresa economica e la coesione sociale del Paese, gravemente colpito dalla pandemia Covid-19. L’approccio alla cultura e ai beni culturali come strumenti attraverso cui accrescere la coesione sociale, stimolare lo sviluppo economico e sostenibile di una comunità, ha trovato un espresso riconoscimento giuridico nella Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, nota anche come Convenzione di Faro, firmata dagli Stati membri nel 2005 e ratificata dall’Italia nel 2020. Oggetti e luoghi non sono, di per sé, importanti per il patrimonio culturale, quanto in virtù dei valori che essi rappresentano e del modo in cui questi valori possono essere trasmessi alle generazioni future. La forza innovativa della Convenzione risiede nell’attribuzione alle comunità patrimoniali del potere di individuare e autogestire le risorse culturali e di delineare, insieme alle istituzioni pubbliche, le regole d’ uso e di conservazione. L’obiettivo è di riconoscere a chiunque il diritto al patrimonio culturale, inteso come diritto a partecipare alla creazione dei beni culturali e non solo a riceverne i benefici di una fruizione erga omnes, sulla scia della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948. Un obiettivo ambizioso, il cui raggiungimento presuppone un coinvolgimento attivo della collettività e, al contempo, un ripensamento dei tradizionali regimi proprietari, cui rimane pervicacemente ancorato il Codice dei beni culturali (d.lgs. 2004, n. 42). Nell’assetto codicistico, la partecipazione dei privati alle attività di valorizzazione si muove, infatti, all’interno della cornice giuridica costruita interamente sulla proprietà del bene culturale. In questo scenario, il contributo si propone di indagare, anche attraverso l’analisi di esperienze applicative nazionali, le condizioni in presenza delle quali la governance condivisa delle risorse culturali sia giuridicamente praticabile, oltre che concretamente vantaggiosa, di individuare gli strumenti più idonei allo scopo e di verificarne l’impatto, in termini di coesione sociale e sostenibilità economica, sui territori interessati.
La cultura come strumento di coesione sociale: sfide, opportunità e limiti della gestione dei beni culturali comuni delineata dalla Convenzione di Faro / DI CAPUA, Viviana. - (2023). ( XLIV Conferenza scientifica annuale "Europa e Mediterraneo tra transazioni e conflitti. Opportunità e rischi per regioni e territori" Università degli Studi di Napoli "Parthenope" 6-8 settembre 2023).
La cultura come strumento di coesione sociale: sfide, opportunità e limiti della gestione dei beni culturali comuni delineata dalla Convenzione di Faro
Viviana Di Capua
2023
Abstract
La valorizzazione del patrimonio culturale, oltre ad essere ormai considerata come parte integrante del processo di crescita intelligente, sostenibile e solidale per l’Europa, acquista, nella prospettiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e nel Programma nazionale per la ricerca (PNR) 2021-2027, il ruolo di vettore trainante la ripresa economica e la coesione sociale del Paese, gravemente colpito dalla pandemia Covid-19. L’approccio alla cultura e ai beni culturali come strumenti attraverso cui accrescere la coesione sociale, stimolare lo sviluppo economico e sostenibile di una comunità, ha trovato un espresso riconoscimento giuridico nella Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, nota anche come Convenzione di Faro, firmata dagli Stati membri nel 2005 e ratificata dall’Italia nel 2020. Oggetti e luoghi non sono, di per sé, importanti per il patrimonio culturale, quanto in virtù dei valori che essi rappresentano e del modo in cui questi valori possono essere trasmessi alle generazioni future. La forza innovativa della Convenzione risiede nell’attribuzione alle comunità patrimoniali del potere di individuare e autogestire le risorse culturali e di delineare, insieme alle istituzioni pubbliche, le regole d’ uso e di conservazione. L’obiettivo è di riconoscere a chiunque il diritto al patrimonio culturale, inteso come diritto a partecipare alla creazione dei beni culturali e non solo a riceverne i benefici di una fruizione erga omnes, sulla scia della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948. Un obiettivo ambizioso, il cui raggiungimento presuppone un coinvolgimento attivo della collettività e, al contempo, un ripensamento dei tradizionali regimi proprietari, cui rimane pervicacemente ancorato il Codice dei beni culturali (d.lgs. 2004, n. 42). Nell’assetto codicistico, la partecipazione dei privati alle attività di valorizzazione si muove, infatti, all’interno della cornice giuridica costruita interamente sulla proprietà del bene culturale. In questo scenario, il contributo si propone di indagare, anche attraverso l’analisi di esperienze applicative nazionali, le condizioni in presenza delle quali la governance condivisa delle risorse culturali sia giuridicamente praticabile, oltre che concretamente vantaggiosa, di individuare gli strumenti più idonei allo scopo e di verificarne l’impatto, in termini di coesione sociale e sostenibilità economica, sui territori interessati.| File | Dimensione | Formato | |
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