L’analisi dei conflitti sociali, tema di indubbia rilevanza, è oggetto di studio di varie discipline la cui numerosità rende complessa una tassonomia efficientemente descrittiva degli ambiti di analisi e delle diverse prospettive utilizzate. Pur nella diversità degli approcci, grande attenzione è prestata dalla letteratura ai fattori generativi, rinvenibili principalmente in peculiari configurazioni economiche e territoriali. Non fa eccezione la riflessione sui conflitti tecnologici ed ambientali che rinviene nei modelli di governance e nella crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni alcune delle cause di maggiore impatto. Minore attenzione viene tributata alla relazione tra la dimensione conflittuale e il grado di innovazione espressa dai territori traducibile in opportunità, visione e sviluppo. Al fine di approfondire la complessa e reciproca connessione tra il conflitto, inteso come matrice di innovazione sociale e culturale, e i processi di trasformazione indotti dalle innovazioni, questo contributo si propone di identificare i poli d’innovazione del mezzogiorno d’Italia quale base per l’approfondimento di tale relazione. L’analisi ha preso l’avvio dalla riflessione su ciò che emerge dalla letteratura relativamente al binomio innovazione e sviluppo: il valore incrementativo della qualità offerta e più contenuti costi unitari ottenuti grazie all’introduzione di meccanismi innovativi (Schumpeter, 1954), può tradursi in sviluppo locale quando le conoscenze e le tecniche si trasformano in competenze e abilità e l'integrazione tra diversi modelli di rinnovamento consente la realizzazione di un elevato gradiente d’innovazione (Fagerberg et al., 2010). I concetti di novità e finalità economica, propri dell’innovazione in senso stretto, possono declinarsi alla scala locale nella ricerca costante di nuovi e più efficaci modelli di gestione o nella ridefinizione degli obiettivi delle politiche di intervento. La visione di futuro che ne scaturisce deve trovare coraggiosi apparati statuali che, liberati dal peso di processi decisionali obsoleti ed inefficaci, diffondano tale nuovo approccio sovvertendo obiettivi e modalità operative e spingendosi in campi non noti, sia dal punto di vista delle tecnologie utilizzate quanto dei processi da avviare. Questa sperimentazione mette in moto meccanismi di competitività che rappresentano la trasposizione territoriale della produttività, altro aspetto strettamente connesso all’innovazione in senso stretto (Krugman,1996). In quest’ambito, alcuni autori sostengono che il principale obiettivo di una nazione sia quello di accrescere il tenore di vita dei propri abitanti e che questo dipende dalla capacità delle imprese operanti sul territorio di aumentare costantemente il proprio livello di produttività (Porter, 1990). In una prospettiva più ampia si identifica la competitività di un territorio, come la capacità di generare cluster di imprese, di attrarre attività imprenditoriali e fattori di produzione dall’esterno nonché di accumulare capitale umano (Porter, 1998). Geografi ed economisti attivi nello studio delle dinamiche di innovazione, hanno spesso sottolineato il legame tra la presenza di un elevato livello di innovazioni tecnologiche e di attività economiche tra loro congruenti ed efficienti: le economie di scala, l’interazione diretta ed immediata facilita l’innovazione nei processi e nei prodotti, con conseguenti ricadute in termini di crescita e know-how. Al fine di identificare i poli d’innovazione del Mezzogiorno d’Italia e di valutare la distribuzione territoriale delle determinanti ad esso connesse, si è scelto di utilizzare un indice composito costruito utilizzando gli indicatori di misurazione dei fenomeni territoriali che la letteratura di riferimento considera prodromici all’innovazione. Emerge, dall’analisi, una realtà molto variegata, caratterizzata da aree marginali rispetto alle principali direttrici di crescita, giustapposte ad ambiti geografici il cui potenziale innovativo appare particolarmente consistente e dove sembrano verosimilmente persistere condizioni di contesto tali da avviare processi di sviluppo locale. Del resto, condizione ricorrente è quella caratterizzata da significativi squilibri di sviluppo laddove la debolezza di uno o più fattori di crescita è tale da determinare un progressivo ritardo sociale ed economico (D’Aponte et al., 2010). Le conclusioni a cui si è giunti sono in linea con quanto teorizzato dalla letteratura di settore: il potenziale innovativo di un territorio è costituito fondamentalmente dall’intensità del capitale umano, inteso in termini di conoscenza e istruzione, nonché dalla presenza di imprese contraddistinte da attività ad alto contenuto tecnico, scientifico o culturale. L’innovazione territoriale si conferma, anche in questo caso, come un prodotto complesso, risultante dell’integrazione delle risorse economiche e culturali, delle conoscenze e delle esperienze che si esprimono sui territori. Questa base di analisi rappresenta il presupposto conoscitivo per una ricerca che si ponga come obiettivo l’analisi dei fattori territoriali di mitigazione dei conflitti. In tale prospettiva, l’approccio geografico può significativamente contribuire all’analisi suggerendo spunti di riflessione pur nella consapevolezza che il dinamismo dei fenomeni, fortemente accelerato dalle caratteristiche della società digitale, a fatica restituisce dei modelli universalmente validi di descrizione e interpretazione delle interazioni tra realtà fisica dei territori e componente sociale, attraverso cui si produce la costruzione innovativa dei paesaggi. Il riferimento geografico dei fenomeni indagati, tuttavia, condensato in puntuali indicazioni territoriali, si pone l’obiettivo di concretizzare le istanze di utilità sociale, proprie della disciplina, tese ad offrire utili indicazioni per la realizzazione di efficaci politiche d’innovazione territoriale.

Il Mezzogiorno tra innovazione territoriale e conflitti locali / LA FORESTA, Daniela. - (2020), pp. 9-28.

Il Mezzogiorno tra innovazione territoriale e conflitti locali

DANIELA LA FORESTA
2020

Abstract

L’analisi dei conflitti sociali, tema di indubbia rilevanza, è oggetto di studio di varie discipline la cui numerosità rende complessa una tassonomia efficientemente descrittiva degli ambiti di analisi e delle diverse prospettive utilizzate. Pur nella diversità degli approcci, grande attenzione è prestata dalla letteratura ai fattori generativi, rinvenibili principalmente in peculiari configurazioni economiche e territoriali. Non fa eccezione la riflessione sui conflitti tecnologici ed ambientali che rinviene nei modelli di governance e nella crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni alcune delle cause di maggiore impatto. Minore attenzione viene tributata alla relazione tra la dimensione conflittuale e il grado di innovazione espressa dai territori traducibile in opportunità, visione e sviluppo. Al fine di approfondire la complessa e reciproca connessione tra il conflitto, inteso come matrice di innovazione sociale e culturale, e i processi di trasformazione indotti dalle innovazioni, questo contributo si propone di identificare i poli d’innovazione del mezzogiorno d’Italia quale base per l’approfondimento di tale relazione. L’analisi ha preso l’avvio dalla riflessione su ciò che emerge dalla letteratura relativamente al binomio innovazione e sviluppo: il valore incrementativo della qualità offerta e più contenuti costi unitari ottenuti grazie all’introduzione di meccanismi innovativi (Schumpeter, 1954), può tradursi in sviluppo locale quando le conoscenze e le tecniche si trasformano in competenze e abilità e l'integrazione tra diversi modelli di rinnovamento consente la realizzazione di un elevato gradiente d’innovazione (Fagerberg et al., 2010). I concetti di novità e finalità economica, propri dell’innovazione in senso stretto, possono declinarsi alla scala locale nella ricerca costante di nuovi e più efficaci modelli di gestione o nella ridefinizione degli obiettivi delle politiche di intervento. La visione di futuro che ne scaturisce deve trovare coraggiosi apparati statuali che, liberati dal peso di processi decisionali obsoleti ed inefficaci, diffondano tale nuovo approccio sovvertendo obiettivi e modalità operative e spingendosi in campi non noti, sia dal punto di vista delle tecnologie utilizzate quanto dei processi da avviare. Questa sperimentazione mette in moto meccanismi di competitività che rappresentano la trasposizione territoriale della produttività, altro aspetto strettamente connesso all’innovazione in senso stretto (Krugman,1996). In quest’ambito, alcuni autori sostengono che il principale obiettivo di una nazione sia quello di accrescere il tenore di vita dei propri abitanti e che questo dipende dalla capacità delle imprese operanti sul territorio di aumentare costantemente il proprio livello di produttività (Porter, 1990). In una prospettiva più ampia si identifica la competitività di un territorio, come la capacità di generare cluster di imprese, di attrarre attività imprenditoriali e fattori di produzione dall’esterno nonché di accumulare capitale umano (Porter, 1998). Geografi ed economisti attivi nello studio delle dinamiche di innovazione, hanno spesso sottolineato il legame tra la presenza di un elevato livello di innovazioni tecnologiche e di attività economiche tra loro congruenti ed efficienti: le economie di scala, l’interazione diretta ed immediata facilita l’innovazione nei processi e nei prodotti, con conseguenti ricadute in termini di crescita e know-how. Al fine di identificare i poli d’innovazione del Mezzogiorno d’Italia e di valutare la distribuzione territoriale delle determinanti ad esso connesse, si è scelto di utilizzare un indice composito costruito utilizzando gli indicatori di misurazione dei fenomeni territoriali che la letteratura di riferimento considera prodromici all’innovazione. Emerge, dall’analisi, una realtà molto variegata, caratterizzata da aree marginali rispetto alle principali direttrici di crescita, giustapposte ad ambiti geografici il cui potenziale innovativo appare particolarmente consistente e dove sembrano verosimilmente persistere condizioni di contesto tali da avviare processi di sviluppo locale. Del resto, condizione ricorrente è quella caratterizzata da significativi squilibri di sviluppo laddove la debolezza di uno o più fattori di crescita è tale da determinare un progressivo ritardo sociale ed economico (D’Aponte et al., 2010). Le conclusioni a cui si è giunti sono in linea con quanto teorizzato dalla letteratura di settore: il potenziale innovativo di un territorio è costituito fondamentalmente dall’intensità del capitale umano, inteso in termini di conoscenza e istruzione, nonché dalla presenza di imprese contraddistinte da attività ad alto contenuto tecnico, scientifico o culturale. L’innovazione territoriale si conferma, anche in questo caso, come un prodotto complesso, risultante dell’integrazione delle risorse economiche e culturali, delle conoscenze e delle esperienze che si esprimono sui territori. Questa base di analisi rappresenta il presupposto conoscitivo per una ricerca che si ponga come obiettivo l’analisi dei fattori territoriali di mitigazione dei conflitti. In tale prospettiva, l’approccio geografico può significativamente contribuire all’analisi suggerendo spunti di riflessione pur nella consapevolezza che il dinamismo dei fenomeni, fortemente accelerato dalle caratteristiche della società digitale, a fatica restituisce dei modelli universalmente validi di descrizione e interpretazione delle interazioni tra realtà fisica dei territori e componente sociale, attraverso cui si produce la costruzione innovativa dei paesaggi. Il riferimento geografico dei fenomeni indagati, tuttavia, condensato in puntuali indicazioni territoriali, si pone l’obiettivo di concretizzare le istanze di utilità sociale, proprie della disciplina, tese ad offrire utili indicazioni per la realizzazione di efficaci politiche d’innovazione territoriale.
2020
978-88-9391-961-6
Il Mezzogiorno tra innovazione territoriale e conflitti locali / LA FORESTA, Daniela. - (2020), pp. 9-28.
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