Nella sua celebre introduzione al catalogo della mostra sul New Domestic Landscape al MoMA del 1972, Manfredo Tafuri proponeva – com’è noto - una disamina spietata dell’esperienza del radical design italiano, in linea con quanto espresso sulle ricerche architettoniche dell’epoca in Progetto e Utopia e La Sfera e il Labirinto. Sia le “rivoluzioni domestiche” di Joe Colombo e Sottsass che le visioni a grande scala di Archizoom e Superstudio si iscrivevano, per lui, in quella sorta di “internazionale dell’utopia” che non solo era strutturalmente incapace di influenzare le dinamiche concrete dello sviluppo urbano, ma che - ancor peggio - continuava a perpetuare, ideologicamente, il vecchio mito dell’emancipazione dal lavoro promessa dallo sviluppo tecnologico. L’utopismo a oltranza dei radical era quindi per Tafuri una sorta di cortina di fumo sovrastrutturale che continuava a riproporsi - non a caso, secondo lui - proprio nel settore del progetto che, legato ancora a doppio filo all’artigianato, era ancora il meno coinvolto nella ristrutturazione capitalista dei modi di produzione. Le loro immagini visionarie non erano nient’altro che modi ideologici per “sublimare il caos” prodotto, nelle città italiane, dalle leggi incontrastate della speculazione immobiliare e da un settore edile anche tecnologicamente arretrato: modi attraverso cui “lo spettatore può essere riconciliato con il futuro, dato che il presente è irrimediabilmente condannato”. Riletto, però, da una prospettiva politica molto lontana dal materialismo intransigente di Tafuri – in questo caso, quella post-marxista e agonistica proposta in anni recenti dal filosofo francese Jacques Rancière – lo stesso contributo del radical design può acquisire tutt’altra luce. Com’è noto, Rancière definisce come la politica come l’esercizio del dissenso, nell’accezione etimologica del termine: la messa in crisi di un determinato “ordine del sensibile” da cui dipende la partizione e la ri-partizione comunitaria di spazi, tempi, modalità e funzioni del dire e del fare. La distinzione, cioè, tra chi ha parola in un certo ambito e chi non può averla, nella misura in cui il suo “spazio” - il suo ruolo riconosciuto in quell’ordine comunitario - è un altro. In tal senso, il potenziale politico del radical italiano sembra da cercarsi proprio in ciò che Tafuri tacciava di ideologico: il loro avventurarsi in ambiti che strutturalmente non erano di loro competenza - la città e il territorio -, il loro mettere in questione funzioni del progetto, il loro concepire anche lo spazio domestico, “privato” come luogo per l’esercizio di un dissenso, a differenza dei modi consensuali di intendere la politica (e lo stesso marxismo non fa eccezione in tal senso). È infatti proprio questa interruzione della distribuzione “naturale” (naturalmente accettata) di spazi, ruoli e funzioni in una comunità – e la messa a nudo della sua irrimediabile contingenza – a costituire, secondo Rancière, il senso profondo della democrazia.

Il progetto come dis-ordine. I radical italiani e la politica del dissenso

Ernesto Ramon Rispoli
2019

Abstract

Nella sua celebre introduzione al catalogo della mostra sul New Domestic Landscape al MoMA del 1972, Manfredo Tafuri proponeva – com’è noto - una disamina spietata dell’esperienza del radical design italiano, in linea con quanto espresso sulle ricerche architettoniche dell’epoca in Progetto e Utopia e La Sfera e il Labirinto. Sia le “rivoluzioni domestiche” di Joe Colombo e Sottsass che le visioni a grande scala di Archizoom e Superstudio si iscrivevano, per lui, in quella sorta di “internazionale dell’utopia” che non solo era strutturalmente incapace di influenzare le dinamiche concrete dello sviluppo urbano, ma che - ancor peggio - continuava a perpetuare, ideologicamente, il vecchio mito dell’emancipazione dal lavoro promessa dallo sviluppo tecnologico. L’utopismo a oltranza dei radical era quindi per Tafuri una sorta di cortina di fumo sovrastrutturale che continuava a riproporsi - non a caso, secondo lui - proprio nel settore del progetto che, legato ancora a doppio filo all’artigianato, era ancora il meno coinvolto nella ristrutturazione capitalista dei modi di produzione. Le loro immagini visionarie non erano nient’altro che modi ideologici per “sublimare il caos” prodotto, nelle città italiane, dalle leggi incontrastate della speculazione immobiliare e da un settore edile anche tecnologicamente arretrato: modi attraverso cui “lo spettatore può essere riconciliato con il futuro, dato che il presente è irrimediabilmente condannato”. Riletto, però, da una prospettiva politica molto lontana dal materialismo intransigente di Tafuri – in questo caso, quella post-marxista e agonistica proposta in anni recenti dal filosofo francese Jacques Rancière – lo stesso contributo del radical design può acquisire tutt’altra luce. Com’è noto, Rancière definisce come la politica come l’esercizio del dissenso, nell’accezione etimologica del termine: la messa in crisi di un determinato “ordine del sensibile” da cui dipende la partizione e la ri-partizione comunitaria di spazi, tempi, modalità e funzioni del dire e del fare. La distinzione, cioè, tra chi ha parola in un certo ambito e chi non può averla, nella misura in cui il suo “spazio” - il suo ruolo riconosciuto in quell’ordine comunitario - è un altro. In tal senso, il potenziale politico del radical italiano sembra da cercarsi proprio in ciò che Tafuri tacciava di ideologico: il loro avventurarsi in ambiti che strutturalmente non erano di loro competenza - la città e il territorio -, il loro mettere in questione funzioni del progetto, il loro concepire anche lo spazio domestico, “privato” come luogo per l’esercizio di un dissenso, a differenza dei modi consensuali di intendere la politica (e lo stesso marxismo non fa eccezione in tal senso). È infatti proprio questa interruzione della distribuzione “naturale” (naturalmente accettata) di spazi, ruoli e funzioni in una comunità – e la messa a nudo della sua irrimediabile contingenza – a costituire, secondo Rancière, il senso profondo della democrazia.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/819192
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