Archeologia e Architettura hanno una comune radice etimologica nel prefisso che rimanda all’ἀρχή ma una differenza profonda nel guardare la prima soprattutto al lascito del tempo passato, da tutelare, la seconda alla trasformazione dell’esistente, in vista del futuro. Discipline dunque ‘sorelle’ ma per le quali raramente accade che le due diverse temporalità - il tempo passato dell’antico e quello presente della città, luogo nel quale gli uomini praticano la continuità della propria vita - si misurino con proposte che non riguardano solo il restauro o la conservazione dell’archeologia ma anche il loro utilizzo nell’attualità e quindi il loro inserimento nel funzionamento della città contemporanea, in un quadro di riorganizzazione, fisica e semantica, più ampio. Ciò significherebbe guardare al patrimonio archeologico con uno sguardo nuovo e, poiché misurarsi con un progetto di architettura significa innanzitutto confrontarsi con la realtà, questo ogni volta impone una operazione di conoscenza, connotata da una forte intenzionalità progettuale, sulle tre aree di progetto prese in esame - i Fori Imperiali a Roma, la Buffer zone della Villa Adriana a Tivoli e la Neapolis di Siracusa - allargando lo sguardo alla loro storia e alla loro forma. Nel primo caso il rapporto tra la città di oggi e il sostrato antico si rende non interferente, nel secondo la ricostruzione del paesaggio che attornia la presenza archeologica ne vuole risondare le regole d’impianto, invece, nel terzo il recinto archeologico ritrova le sue puntali connessioni con l’urbano.

Archeologie Urbane

r. capozzi
2019

Abstract

Archeologia e Architettura hanno una comune radice etimologica nel prefisso che rimanda all’ἀρχή ma una differenza profonda nel guardare la prima soprattutto al lascito del tempo passato, da tutelare, la seconda alla trasformazione dell’esistente, in vista del futuro. Discipline dunque ‘sorelle’ ma per le quali raramente accade che le due diverse temporalità - il tempo passato dell’antico e quello presente della città, luogo nel quale gli uomini praticano la continuità della propria vita - si misurino con proposte che non riguardano solo il restauro o la conservazione dell’archeologia ma anche il loro utilizzo nell’attualità e quindi il loro inserimento nel funzionamento della città contemporanea, in un quadro di riorganizzazione, fisica e semantica, più ampio. Ciò significherebbe guardare al patrimonio archeologico con uno sguardo nuovo e, poiché misurarsi con un progetto di architettura significa innanzitutto confrontarsi con la realtà, questo ogni volta impone una operazione di conoscenza, connotata da una forte intenzionalità progettuale, sulle tre aree di progetto prese in esame - i Fori Imperiali a Roma, la Buffer zone della Villa Adriana a Tivoli e la Neapolis di Siracusa - allargando lo sguardo alla loro storia e alla loro forma. Nel primo caso il rapporto tra la città di oggi e il sostrato antico si rende non interferente, nel secondo la ricostruzione del paesaggio che attornia la presenza archeologica ne vuole risondare le regole d’impianto, invece, nel terzo il recinto archeologico ritrova le sue puntali connessioni con l’urbano.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/754027
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