Le aree militari, caserme extraurbane nate nella seconda metà del secolo scorso, rappresentano una precisa tipologia particolarmente diffusa nelle aree urbane periferiche che, attraverso una iterazione modulare del padiglione a U intorno ad uno spazio aperto, disegna enclave facilmente riconoscibili da una vista aerea del territorio italiano. Nelle cartografie, invece, a causa della segretezza militare, queste aree sono trattate come macchie bianche entro la topografia urbana, secondo una cancellazione totale della rappresentazione del suolo, delle sue tracce, dei manufatti, delle variazioni di quota. Considerate sinora come parti sottratte alla forma urbana, intervalli di vuoto assoluto come se la città in quei punti subisse un collasso implosivo, nel momento in cui si dismettono riaffiorano oggi entro i tessuti ponendo molteplici interrogativi sul ruolo e sulla identità degli spazi. Il contributo vuole interrogarsi su questa restituzione di manufatti e di luoghi, non solo per quanto riguarda le possibilità di un mutamento di destinazione d’uso ma soprattutto rispetto al senso che queste grandi “città altre” possono assumere oggi entro la città costruitasi intorno ad esse, sulle possibilità di una integrazione tra le parti e soprattutto di una nuova interpretazione morfologica di un impianto che assume un valore di permanenza e riconoscibilità che non deve andare perso.

Oltre il muro: le aree militari come nuovi spazi urbani riconoscibili

Francesca Bruni
2018

Abstract

Le aree militari, caserme extraurbane nate nella seconda metà del secolo scorso, rappresentano una precisa tipologia particolarmente diffusa nelle aree urbane periferiche che, attraverso una iterazione modulare del padiglione a U intorno ad uno spazio aperto, disegna enclave facilmente riconoscibili da una vista aerea del territorio italiano. Nelle cartografie, invece, a causa della segretezza militare, queste aree sono trattate come macchie bianche entro la topografia urbana, secondo una cancellazione totale della rappresentazione del suolo, delle sue tracce, dei manufatti, delle variazioni di quota. Considerate sinora come parti sottratte alla forma urbana, intervalli di vuoto assoluto come se la città in quei punti subisse un collasso implosivo, nel momento in cui si dismettono riaffiorano oggi entro i tessuti ponendo molteplici interrogativi sul ruolo e sulla identità degli spazi. Il contributo vuole interrogarsi su questa restituzione di manufatti e di luoghi, non solo per quanto riguarda le possibilità di un mutamento di destinazione d’uso ma soprattutto rispetto al senso che queste grandi “città altre” possono assumere oggi entro la città costruitasi intorno ad esse, sulle possibilità di una integrazione tra le parti e soprattutto di una nuova interpretazione morfologica di un impianto che assume un valore di permanenza e riconoscibilità che non deve andare perso.
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