Marzolo fu medico fisiologo e linguista. La sua formazione è di non poco rilievo per la comprensione della sua opera, in quanto la duplice professione conferisce una particolare impronta al pensiero di Marzolo e alla sua produzione scientifica condensata in una pubblicazione monumentale (Monumenti storici rivelati dall'analisi della parola, 1859-1866), opera perlopiù dimenticata nelle storie della linguistica. Operò in pieno comparativismo, sotto quella che potrebbe essere definita la 'dittatura' ascoliana della linguistica italiana. Fu professore di Lingue e letterature comparate (antica denominazione dell'insegnamento linguistico: cfr. Dovetto 1992) a Pisa dal 1862. La sua formazione lo allontanò dai dibattiti più caldi della linguistica storica e dell'indoeuropeistica per avviarlo piuttosto verso l'analisi del linguaggio attraverso «i varii strati dell'umana società». Partendo dall'anatomia e dalla fisiologia umana, arrivò a sostenere che la lingua non fosse prodotto di convenzione ma, piuttosto, naturale, e ne fissò le fasi originarie in 'automatismo' (suoni che naturalmente vengono pronunciati per primi: labiali e linguali [dentali-alveolari]), 'patema' (elementi interiettivi) e 'imitazione' (onomatopee). Il suo pensiero e la sua opera meritano di essere recuperati soprattutto per alcuni aspetti, funzionali a una migliore descrizione e comprensione di una 'scuola linguistica italiana' nel suo complesso. Questi sono: una peculiarissima dimensione internazionale degli studi linguistici che annovera, al fianco della linguistica ufficiale, i lavori della scuola francese del Settecento (de Brosses, de Tracy etc.), la filosofia del linguaggio dell'Ottocento (Humboldt, soprattutto), lavori di costruttori di macchine parlanti (Kratzenstein, Kempelen) e fisiologi, patologi, missionari etc. La dimensione comparativista, per quanto segnata da una prospettiva marcatamente naturalista, l'approccio semiologico, la sensibilità per i lavori dei pre-linguisti (grammatici, filosofi e operatori culturali «che delle teorie della comunicazione hanno un riscontro immediato nelle pratiche della società civile», cfr. Formigari 1990: 75), l'attenzione, straordinaria in questi anni, per le patologie del linguaggio in quanto in grado di illuminare le componenti biologiche, ma anche ambientali e sociali fondamentali alla comprensione dell'origine e sviluppo delle lingue, ne fanno uno studioso certamente 'fuori-corrente' ma, proprio per questo, ancora più interessante oggi, ai nostri occhi. Le sue idee, tuttavia, non vennero ritenute dai contemporanei «sufficiente timone per navigare in un mare così difficile, e la sua opera è stata completamente obliata» (Tagliavini 1949 I: 139). A quest'opera conviene, oggi, prestare invece rinnovata attenzione per completare la visione di un quadro, quello della riflessione linguistica italiana, che deve essere composto - anzi ri-composto - non soltanto grazie alla voce della linguistica ufficiale, storico-comparativista e ascoliana, ma anche grazie alle voci da questa discordanti, alle quali si deve peraltro l'originalità di un approccio semiotico allo studio della lingua e del linguaggio, presto cancellato dalle maggiori correnti della linguistica del secondo Ottocento e primo Novecento.

Paolo Marzolo (1811-1868), un medico-linguista dimenticato

Francesca M. Dovetto
2018

Abstract

Marzolo fu medico fisiologo e linguista. La sua formazione è di non poco rilievo per la comprensione della sua opera, in quanto la duplice professione conferisce una particolare impronta al pensiero di Marzolo e alla sua produzione scientifica condensata in una pubblicazione monumentale (Monumenti storici rivelati dall'analisi della parola, 1859-1866), opera perlopiù dimenticata nelle storie della linguistica. Operò in pieno comparativismo, sotto quella che potrebbe essere definita la 'dittatura' ascoliana della linguistica italiana. Fu professore di Lingue e letterature comparate (antica denominazione dell'insegnamento linguistico: cfr. Dovetto 1992) a Pisa dal 1862. La sua formazione lo allontanò dai dibattiti più caldi della linguistica storica e dell'indoeuropeistica per avviarlo piuttosto verso l'analisi del linguaggio attraverso «i varii strati dell'umana società». Partendo dall'anatomia e dalla fisiologia umana, arrivò a sostenere che la lingua non fosse prodotto di convenzione ma, piuttosto, naturale, e ne fissò le fasi originarie in 'automatismo' (suoni che naturalmente vengono pronunciati per primi: labiali e linguali [dentali-alveolari]), 'patema' (elementi interiettivi) e 'imitazione' (onomatopee). Il suo pensiero e la sua opera meritano di essere recuperati soprattutto per alcuni aspetti, funzionali a una migliore descrizione e comprensione di una 'scuola linguistica italiana' nel suo complesso. Questi sono: una peculiarissima dimensione internazionale degli studi linguistici che annovera, al fianco della linguistica ufficiale, i lavori della scuola francese del Settecento (de Brosses, de Tracy etc.), la filosofia del linguaggio dell'Ottocento (Humboldt, soprattutto), lavori di costruttori di macchine parlanti (Kratzenstein, Kempelen) e fisiologi, patologi, missionari etc. La dimensione comparativista, per quanto segnata da una prospettiva marcatamente naturalista, l'approccio semiologico, la sensibilità per i lavori dei pre-linguisti (grammatici, filosofi e operatori culturali «che delle teorie della comunicazione hanno un riscontro immediato nelle pratiche della società civile», cfr. Formigari 1990: 75), l'attenzione, straordinaria in questi anni, per le patologie del linguaggio in quanto in grado di illuminare le componenti biologiche, ma anche ambientali e sociali fondamentali alla comprensione dell'origine e sviluppo delle lingue, ne fanno uno studioso certamente 'fuori-corrente' ma, proprio per questo, ancora più interessante oggi, ai nostri occhi. Le sue idee, tuttavia, non vennero ritenute dai contemporanei «sufficiente timone per navigare in un mare così difficile, e la sua opera è stata completamente obliata» (Tagliavini 1949 I: 139). A quest'opera conviene, oggi, prestare invece rinnovata attenzione per completare la visione di un quadro, quello della riflessione linguistica italiana, che deve essere composto - anzi ri-composto - non soltanto grazie alla voce della linguistica ufficiale, storico-comparativista e ascoliana, ma anche grazie alle voci da questa discordanti, alle quali si deve peraltro l'originalità di un approccio semiotico allo studio della lingua e del linguaggio, presto cancellato dalle maggiori correnti della linguistica del secondo Ottocento e primo Novecento.
978-88-6897-108-3
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/740207
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