Il testo approfondisce un particolare aspetto dell’attività di Le Corbusier designer, quello relativo alla progettazione di apparecchi di illuminazione. Già nel 1925 nel suo L’Art décoratif d’aujourd’hui , nell’insieme degli oggetti che dovevano mostrare il modello di una nuova adesione della forma alla funzione, Le Corbusier cita assieme «macchine per sedersi, per classificare, per far luce». Quello della luce artificiale è un soggetto ricco d’interessi, anche critici, perché permette un doppio confronto. Da un lato con una produzione, soprattutto francese che, in un primo tempo, coinvolse Le Corbusier come semplice acquirente, rappresentando un modello delle sue aspirazioni alla semplificazione funzionalistica, e che certamente lo sollecitò poi anche nelle sue successive scelte progettuali. Dall’altro, il tema dell’illuminazione artificiale è, nell’attività di un designer, tra quelli che maggiormente si confrontano con la dimensione architettonica. Un apparecchio d’illuminazione, ben oltre la sua configurazione formale, è decisivo soprattutto per la capacità di generare e indirizzare la sorgente luminosa all’interno dello spazio, esaltandone la dimensione volumetrica e le scelte di finitura. Questa capacità di relazione tra il piano oggettuale e quello spaziale è ben evidente in tutti i prodotti progettati da Le Corbusier, realizzati partendo da specifiche architetture, integrandoli strettamente a esse. In questo senso gli apparecchi d’illuminazione, benché come qualunque altro oggetto industriale abbiano poi intrapreso la strada di un’autonoma produzione, nascono come oggetti profondamente legati a un determinato progetto architettonico. Essi, in questo modo, denunciano l’appartenenza a una stagione in cui design e architettura erano ancora inscindibilmente legati.

Gli apparecchi di illuminazione di Le Corbusier

Alfonso Morone
2018

Abstract

Il testo approfondisce un particolare aspetto dell’attività di Le Corbusier designer, quello relativo alla progettazione di apparecchi di illuminazione. Già nel 1925 nel suo L’Art décoratif d’aujourd’hui , nell’insieme degli oggetti che dovevano mostrare il modello di una nuova adesione della forma alla funzione, Le Corbusier cita assieme «macchine per sedersi, per classificare, per far luce». Quello della luce artificiale è un soggetto ricco d’interessi, anche critici, perché permette un doppio confronto. Da un lato con una produzione, soprattutto francese che, in un primo tempo, coinvolse Le Corbusier come semplice acquirente, rappresentando un modello delle sue aspirazioni alla semplificazione funzionalistica, e che certamente lo sollecitò poi anche nelle sue successive scelte progettuali. Dall’altro, il tema dell’illuminazione artificiale è, nell’attività di un designer, tra quelli che maggiormente si confrontano con la dimensione architettonica. Un apparecchio d’illuminazione, ben oltre la sua configurazione formale, è decisivo soprattutto per la capacità di generare e indirizzare la sorgente luminosa all’interno dello spazio, esaltandone la dimensione volumetrica e le scelte di finitura. Questa capacità di relazione tra il piano oggettuale e quello spaziale è ben evidente in tutti i prodotti progettati da Le Corbusier, realizzati partendo da specifiche architetture, integrandoli strettamente a esse. In questo senso gli apparecchi d’illuminazione, benché come qualunque altro oggetto industriale abbiano poi intrapreso la strada di un’autonoma produzione, nascono come oggetti profondamente legati a un determinato progetto architettonico. Essi, in questo modo, denunciano l’appartenenza a una stagione in cui design e architettura erano ancora inscindibilmente legati.
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