La questione specifica di tali note (riprese e riscritte quasi integralmente dal volume «L'impresentabile», un volume scritto a quattro mani con Arcangelo Dell'Anna e uscito per l'editore Filema di Napoli nel 2002), dedicate a «il trauma e la sua rap-presentazione», affronta la dimensione del trauma con uno sguardo che guarda prevalentemente ma non essenzialmente all’uso filosofico della nozione di trauma e alla corrispettiva nozione di irrappresentabile, nozione quest’ultima che fa da base ‘com-prensiva’ (nel duplice senso dell’esser contenuta nella prima nozione ma anche di dare ‘significato’ a ciò che si esperisce nel trauma) all’esperienza traumatica. Il senso primultimo delle mie note era, ed è ancora, quello di ragionare sulla stra-abusata, concettualmente, nozione di ir-rappresentabile, ripensando soprattutto il suo uso, fatto prevalentemente di una insistenza a ‘sloggiare’ qualsivoglia maniera di rap-presentare “ciò che”, nel fatto, si mostra-pone al limite, ai margini, sui bordi... del ‘sentire-dire’ rappresentazionale, e ritenuto dai critici della rappresentazione un dato di fatto assolutamente inconoscibile, una radicale contestazione della riduzione operata dal regime discorsivo della rappresentazione. Proprio partendo dall'esperienza, secondo molti, più contestativa dell'ordine della rappresentazione, nel mio scritto si avanza l'idea di un «bisogno della rappresentazione» come via esperienziale, attraverso la "via regia" del sogno, 'curativa' del "sentire" traumatico.

Il trauma e la sua rap-presentazione

Felice Ciro Papparo
2018

Abstract

La questione specifica di tali note (riprese e riscritte quasi integralmente dal volume «L'impresentabile», un volume scritto a quattro mani con Arcangelo Dell'Anna e uscito per l'editore Filema di Napoli nel 2002), dedicate a «il trauma e la sua rap-presentazione», affronta la dimensione del trauma con uno sguardo che guarda prevalentemente ma non essenzialmente all’uso filosofico della nozione di trauma e alla corrispettiva nozione di irrappresentabile, nozione quest’ultima che fa da base ‘com-prensiva’ (nel duplice senso dell’esser contenuta nella prima nozione ma anche di dare ‘significato’ a ciò che si esperisce nel trauma) all’esperienza traumatica. Il senso primultimo delle mie note era, ed è ancora, quello di ragionare sulla stra-abusata, concettualmente, nozione di ir-rappresentabile, ripensando soprattutto il suo uso, fatto prevalentemente di una insistenza a ‘sloggiare’ qualsivoglia maniera di rap-presentare “ciò che”, nel fatto, si mostra-pone al limite, ai margini, sui bordi... del ‘sentire-dire’ rappresentazionale, e ritenuto dai critici della rappresentazione un dato di fatto assolutamente inconoscibile, una radicale contestazione della riduzione operata dal regime discorsivo della rappresentazione. Proprio partendo dall'esperienza, secondo molti, più contestativa dell'ordine della rappresentazione, nel mio scritto si avanza l'idea di un «bisogno della rappresentazione» come via esperienziale, attraverso la "via regia" del sogno, 'curativa' del "sentire" traumatico.
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