Il Novencarmen si presenta come un carme polimetrico, la cui composizione è databile a epoca immediatamente successiva al 1439-1441: tale datazione si ricava dalle prime battute, in cui si allude all’assedio di Acerra, e dai versi finali dell’ultima sezione che si riferiscono rispettivamente alla conquista di Acerra (avvenuta il 25 dicembre 1439); alla conquista di Aversa (avvenuta nel gennaio del 1440), e alla speranza sempre più concreta di conquistare presto anche Napoli. L’opera, dunque, fu composta dal Valla nel clima concitato e vivace precedente la conquista della capitale del Regno, allorché Alfonso circondato da uno stuolo di intellettuali di avanguardia e dotati anche di buon coraggio, organizzava la sua corte in forma itinerante all’interno di un territorio non ancora completamento conquistato e sottomesso, tra Gaeta e Capua, esponendo se stesso e il suo entourage a spostamenti improvvisi e spesso tumultuosi, a insidie e manovre belliche. E questo clima si riverbera nei versi del Valla in una trama che gronda di letteratura e di memorie classiche. Come indica il titolo, si tratta di un componimento costituito di nove canti in cui alla voce dell’autore si alternano le voci e i canti di altri personaggi, con specifiche funzioni celebrative nei confronti di Alfonso il Magnanimo. Si delinea così una struttura caratterizzata dall’utilizzo di speciali registri metrici, che danno una fisionomia suggestiva all’intera composizione e sembrano rapportare il gusto e l’ispirazione poetica del Valla ad un particolare filone della poesia tardo-antica connotato da ardite costruzioni polimetriche. La studiata veste metrica del carme, che si spinge fino all’esibizione di sistemi metrici preziosi, documenta la consapevole scelta operata dal poeta di una metrica innovativa nel panorama della coeva poesia: una scelta che intende evocare una tradizione polimetrica che parte da Plauto, passa per Catullo, per il prezioso e poco imitato per l’epoca Orazio, giungendo fino ad Ausonio, a Paolino da Nola, a Prudenzio, a Boezio. Rapportata, però, alla tradizione più propriamente classica, la sperimentazione del Valla risulta in qualche modo ancora più estrema per l’utilizzo di metri vari all’interno di uno stesso componimento, secondo una struttura aritmeticamente scandita in sequenze e blocchi giustapposti. Il gusto per questo virtuosismo metrico richiama così alla mente, sì, una tradizione classica di polimetria, ma più specificamente esso pare voler gareggiare con le costruzioni metriche dei canti delle commedie plautine o rinnovare quelle delle Epistolae metricae di Ausonio o di Paolino da Nola. E non si può qui che sottolineare quanto questa tecnica fosse inconsueta ai poeti coevi attivi alla corte del Magnanimo, ancorati in maniera quasi monocorde a metri quali l’esametro e il distico elegiaco. L’avvicendamento di metri nella struttura dell’intero componimento non è casuale ed è, a mio avviso, vincolato alla tematica sviluppata in ogni canto. Così, per esempio, il distico elegiaco offre una vera e propria connotazione formale alle cinque narrationes auctoris, e attribuisce a tale sistema metrico valore prefatorio, alla stessa stregua di certe praefationes in distici elegiaci istituzionalizzate nell’uso da Claudiano nelle sue opere, come nel De raptu, nell’In Rufinum 1 e 2, nell’Epithalamium de nuptiis Honorii, nel De consulatu Stilichonis. L’utilizzo, invece, dell’asclepiadeo minore per l’Oratio Comitis Campibassi equivale a una esibita formulazione oraziana (Hor., Carm., I 1) di questo momento ‘oratorio’ ed encomiastico della costruzione valliana. E a memorie oraziane riporta anche l’utilizzo della strofe saffica nel discorso di Matuta: si tratta, infatti, di un registro metrico che la poesia oraziana col carmen saeculare aveva istituzionalizzato per il canto poetico finalizzato alla celebrazione del committente-dedicatario. Gli esametri della Responsio regis connotano col verso epico la risposta del re che è l’eroe-guerriero a cui tutti i personaggi-interlocutori di questa originale partitura valliana rivolgono i loro discorsi e i loro canti, chiedendo appunto la pace, la fine della guerra, la garanzia di una novella età dell’oro. Si tratta di un virtuosismo che si spinge fino alla creazione di un complicato sistema metrico non isosillabico nel canto particolare di Mauron, che chiude la sequenza di canti rivolti ad Alfonso. Il personaggio stesso ha connotazioni suggestive: è figlio di una sirena e di un Sicanus, e proprio nel suo genos reca il segno di una sapientia legata al territorio dell’Italia meridionale, una sapientia che trova piena e compiuta espressione nell’oggetto del suo canto che è un elogio della Pulchritudo. La speranza dell’anelata pace supportata peraltro dall’avanzata inarrestabile dell’esercito alfonsino verso Napoli prende corpo, così, nelle voci del conte di Campobasso, Angelo Monforte, di Matuta e di Mauron, che sembrano concinnare in maniera insieme personale e specifica le attese di un popolo rispetto al sovrano straniero e conquistatore.
Un aspetto inedito della produzione di Lorenzo Valla: il poema Novencarmen / Iacono, Antonietta. - (2017). ( Il canto della Sirena - Seminari Napoletani di Letteratura Umanistica e Rinascimentale Sezione di Scienze dell'Antichità - Dipartimento di Studi Umanistici - Università degli Studi di Napoli Federico II 29 marzo 2017).
Un aspetto inedito della produzione di Lorenzo Valla: il poema Novencarmen
IACONO, ANTONIETTA
2017
Abstract
Il Novencarmen si presenta come un carme polimetrico, la cui composizione è databile a epoca immediatamente successiva al 1439-1441: tale datazione si ricava dalle prime battute, in cui si allude all’assedio di Acerra, e dai versi finali dell’ultima sezione che si riferiscono rispettivamente alla conquista di Acerra (avvenuta il 25 dicembre 1439); alla conquista di Aversa (avvenuta nel gennaio del 1440), e alla speranza sempre più concreta di conquistare presto anche Napoli. L’opera, dunque, fu composta dal Valla nel clima concitato e vivace precedente la conquista della capitale del Regno, allorché Alfonso circondato da uno stuolo di intellettuali di avanguardia e dotati anche di buon coraggio, organizzava la sua corte in forma itinerante all’interno di un territorio non ancora completamento conquistato e sottomesso, tra Gaeta e Capua, esponendo se stesso e il suo entourage a spostamenti improvvisi e spesso tumultuosi, a insidie e manovre belliche. E questo clima si riverbera nei versi del Valla in una trama che gronda di letteratura e di memorie classiche. Come indica il titolo, si tratta di un componimento costituito di nove canti in cui alla voce dell’autore si alternano le voci e i canti di altri personaggi, con specifiche funzioni celebrative nei confronti di Alfonso il Magnanimo. Si delinea così una struttura caratterizzata dall’utilizzo di speciali registri metrici, che danno una fisionomia suggestiva all’intera composizione e sembrano rapportare il gusto e l’ispirazione poetica del Valla ad un particolare filone della poesia tardo-antica connotato da ardite costruzioni polimetriche. La studiata veste metrica del carme, che si spinge fino all’esibizione di sistemi metrici preziosi, documenta la consapevole scelta operata dal poeta di una metrica innovativa nel panorama della coeva poesia: una scelta che intende evocare una tradizione polimetrica che parte da Plauto, passa per Catullo, per il prezioso e poco imitato per l’epoca Orazio, giungendo fino ad Ausonio, a Paolino da Nola, a Prudenzio, a Boezio. Rapportata, però, alla tradizione più propriamente classica, la sperimentazione del Valla risulta in qualche modo ancora più estrema per l’utilizzo di metri vari all’interno di uno stesso componimento, secondo una struttura aritmeticamente scandita in sequenze e blocchi giustapposti. Il gusto per questo virtuosismo metrico richiama così alla mente, sì, una tradizione classica di polimetria, ma più specificamente esso pare voler gareggiare con le costruzioni metriche dei canti delle commedie plautine o rinnovare quelle delle Epistolae metricae di Ausonio o di Paolino da Nola. E non si può qui che sottolineare quanto questa tecnica fosse inconsueta ai poeti coevi attivi alla corte del Magnanimo, ancorati in maniera quasi monocorde a metri quali l’esametro e il distico elegiaco. L’avvicendamento di metri nella struttura dell’intero componimento non è casuale ed è, a mio avviso, vincolato alla tematica sviluppata in ogni canto. Così, per esempio, il distico elegiaco offre una vera e propria connotazione formale alle cinque narrationes auctoris, e attribuisce a tale sistema metrico valore prefatorio, alla stessa stregua di certe praefationes in distici elegiaci istituzionalizzate nell’uso da Claudiano nelle sue opere, come nel De raptu, nell’In Rufinum 1 e 2, nell’Epithalamium de nuptiis Honorii, nel De consulatu Stilichonis. L’utilizzo, invece, dell’asclepiadeo minore per l’Oratio Comitis Campibassi equivale a una esibita formulazione oraziana (Hor., Carm., I 1) di questo momento ‘oratorio’ ed encomiastico della costruzione valliana. E a memorie oraziane riporta anche l’utilizzo della strofe saffica nel discorso di Matuta: si tratta, infatti, di un registro metrico che la poesia oraziana col carmen saeculare aveva istituzionalizzato per il canto poetico finalizzato alla celebrazione del committente-dedicatario. Gli esametri della Responsio regis connotano col verso epico la risposta del re che è l’eroe-guerriero a cui tutti i personaggi-interlocutori di questa originale partitura valliana rivolgono i loro discorsi e i loro canti, chiedendo appunto la pace, la fine della guerra, la garanzia di una novella età dell’oro. Si tratta di un virtuosismo che si spinge fino alla creazione di un complicato sistema metrico non isosillabico nel canto particolare di Mauron, che chiude la sequenza di canti rivolti ad Alfonso. Il personaggio stesso ha connotazioni suggestive: è figlio di una sirena e di un Sicanus, e proprio nel suo genos reca il segno di una sapientia legata al territorio dell’Italia meridionale, una sapientia che trova piena e compiuta espressione nell’oggetto del suo canto che è un elogio della Pulchritudo. La speranza dell’anelata pace supportata peraltro dall’avanzata inarrestabile dell’esercito alfonsino verso Napoli prende corpo, così, nelle voci del conte di Campobasso, Angelo Monforte, di Matuta e di Mauron, che sembrano concinnare in maniera insieme personale e specifica le attese di un popolo rispetto al sovrano straniero e conquistatore.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


