Le possibilità offerte dalla scienza e dalle nuove tecnologie di produrre embrioni in vitro, nell’ambito delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, aprono, come noto, delicatissimi e a volte tragici dilemmi circa il loro utilizzo per finalità diverse dal progetto genitoriale. Le tecniche di congelamento degli embrioni inoltre ne permettono la conservazione per lunghi periodi di tempo così imponendo la necessità di riflettere circa il loro destino. In particolare il problema si pone per embrioni prodotti in numero maggiore rispetto a quelli concretamente utilizzati in ciascun ciclo di fecondazione che in base alla legislazione italiana (l. 40/2004) non hanno alternativa alla loro conservazione sine die. Sul punto la legge 40/2004 appare molto chiara da un lato nel consentire la ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano esclusivamente a condizione che si perseguano finalità terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso e dall’altro nel negare qualsiasi possibilità che gli embrioni possano essere oggetto di sperimentazioni. Il dibattito non sembra però sopito in ragione degli innegabili benefici per la salute della collettività che la ricerca su tali embrioni potrebbe permettere. E’ lecito quindi chiedersi se nella condizione data dall'impossibilità di essere portato a nascita l’embrione debba ricevere non una tutela assoluta ed a prescindere dalle sue concrete possibilità di vita ma sia in grado di fornire “un senso socialmente utile alla sua futura ed inevitabile distruzione”. I principi di solidarietà e di responsabilità nei confronti dell’intera collettività in ragione della tutela della salute possono forse giustificare un impiego alternativo e meritevole di tutela.

Tutela dell'embrione e ricerca scientifica: un conflitto davvero insanabile?

SALVATORE, BARBARA
2015

Abstract

Le possibilità offerte dalla scienza e dalle nuove tecnologie di produrre embrioni in vitro, nell’ambito delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, aprono, come noto, delicatissimi e a volte tragici dilemmi circa il loro utilizzo per finalità diverse dal progetto genitoriale. Le tecniche di congelamento degli embrioni inoltre ne permettono la conservazione per lunghi periodi di tempo così imponendo la necessità di riflettere circa il loro destino. In particolare il problema si pone per embrioni prodotti in numero maggiore rispetto a quelli concretamente utilizzati in ciascun ciclo di fecondazione che in base alla legislazione italiana (l. 40/2004) non hanno alternativa alla loro conservazione sine die. Sul punto la legge 40/2004 appare molto chiara da un lato nel consentire la ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano esclusivamente a condizione che si perseguano finalità terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso e dall’altro nel negare qualsiasi possibilità che gli embrioni possano essere oggetto di sperimentazioni. Il dibattito non sembra però sopito in ragione degli innegabili benefici per la salute della collettività che la ricerca su tali embrioni potrebbe permettere. E’ lecito quindi chiedersi se nella condizione data dall'impossibilità di essere portato a nascita l’embrione debba ricevere non una tutela assoluta ed a prescindere dalle sue concrete possibilità di vita ma sia in grado di fornire “un senso socialmente utile alla sua futura ed inevitabile distruzione”. I principi di solidarietà e di responsabilità nei confronti dell’intera collettività in ragione della tutela della salute possono forse giustificare un impiego alternativo e meritevole di tutela.
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