Il più antico dei poemi epici composti da Porcelio de' Pandoni per i re aragonesi fu il Triumphus Alfonsi, un componimento storico-encomiastico scandito in tre canti, rispettivamente di 168, 450 e 100 esametri, secondo un gusto che può essere definito senz’altro tipico di questo poeta. La narrazione ripercorre nel primo canto le imprese compiute dal sovrano in epoca immediatamente precedente il suo ingresso trionfale in Napoli; nel secondo canto descrive in dettaglio il trionfo vero e proprio; e nel terzo canto, infine, imbastisce una laus Alfonsi cui fa seguito la promessa di un futuro e più impegnativo poema epico che ne celebri la vita e le gesta. Ne risulta una organica celebratio perseguita attraverso la scelta di una privilegiata sequenza narrativa, che identifica nei 168 esametri del primo canto la porzione propriamente epica dell’opera, focalizzata sull’assedio di Napoli e sulla definitiva sconfitta dell’ultimo baluardo della resistenza antispagnola; accoglie nel secondo canto dedicato per intero alla vivida descrizione del trionfo di Alfonso la sezione più propriamente encomiastica e celebrativa dell’opera; e si chiude con il terzo canto, di soli 100 esametri che, focalizzato sostanzialmente sulla dedica dell’operetta al sovrano, finisce per dare voce all’accorata richiesta del poeta di essere accolto a corte. Rispetto ai toni celebrativi utilizzati in questo poemetto per magnificare Napoli, e celebrare, dignificare e legittimare il re straniero e conquistatore, colpisce il fatto che nel lungo carme De abitu ab urbe et patria Parthenope, che apre la raccolta di Epigrammata del codice Berlin, Staatsbibliothek, ms. qu. lat. 390 (cc. 2r-5r), il Pandoni parli, invece, di una città dove non c'è più posto per la virtù, sede della corte di un principe -condottiero che aveva piegato il Regno con una guerra durata vent'anni. Nel momento in cui decideva di abbandonare la città e la corte del Magnanimo, l'umanista bollava così l'una come città imbarbarita da costumi e mode allogene, e l'altra come covo di adulatori, invidiosi, dove non gli è possibile più vivere.

Alfonso il Magnanimo e Napoli nella poesia di Porcelio de' Pandoni: canto e palinodia di un poeta / Iacono, Antonietta; Germano, Giuseppe; Sabbatino, Pasquale. - (2015).

Alfonso il Magnanimo e Napoli nella poesia di Porcelio de' Pandoni: canto e palinodia di un poeta

IACONO, ANTONIETTA;GERMANO, GIUSEPPE;SABBATINO, PASQUALE
2015

Abstract

Il più antico dei poemi epici composti da Porcelio de' Pandoni per i re aragonesi fu il Triumphus Alfonsi, un componimento storico-encomiastico scandito in tre canti, rispettivamente di 168, 450 e 100 esametri, secondo un gusto che può essere definito senz’altro tipico di questo poeta. La narrazione ripercorre nel primo canto le imprese compiute dal sovrano in epoca immediatamente precedente il suo ingresso trionfale in Napoli; nel secondo canto descrive in dettaglio il trionfo vero e proprio; e nel terzo canto, infine, imbastisce una laus Alfonsi cui fa seguito la promessa di un futuro e più impegnativo poema epico che ne celebri la vita e le gesta. Ne risulta una organica celebratio perseguita attraverso la scelta di una privilegiata sequenza narrativa, che identifica nei 168 esametri del primo canto la porzione propriamente epica dell’opera, focalizzata sull’assedio di Napoli e sulla definitiva sconfitta dell’ultimo baluardo della resistenza antispagnola; accoglie nel secondo canto dedicato per intero alla vivida descrizione del trionfo di Alfonso la sezione più propriamente encomiastica e celebrativa dell’opera; e si chiude con il terzo canto, di soli 100 esametri che, focalizzato sostanzialmente sulla dedica dell’operetta al sovrano, finisce per dare voce all’accorata richiesta del poeta di essere accolto a corte. Rispetto ai toni celebrativi utilizzati in questo poemetto per magnificare Napoli, e celebrare, dignificare e legittimare il re straniero e conquistatore, colpisce il fatto che nel lungo carme De abitu ab urbe et patria Parthenope, che apre la raccolta di Epigrammata del codice Berlin, Staatsbibliothek, ms. qu. lat. 390 (cc. 2r-5r), il Pandoni parli, invece, di una città dove non c'è più posto per la virtù, sede della corte di un principe -condottiero che aveva piegato il Regno con una guerra durata vent'anni. Nel momento in cui decideva di abbandonare la città e la corte del Magnanimo, l'umanista bollava così l'una come città imbarbarita da costumi e mode allogene, e l'altra come covo di adulatori, invidiosi, dove non gli è possibile più vivere.
2015
Alfonso il Magnanimo e Napoli nella poesia di Porcelio de' Pandoni: canto e palinodia di un poeta / Iacono, Antonietta; Germano, Giuseppe; Sabbatino, Pasquale. - (2015).
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