Le élites di Capua, città demaniale a mezza giornata di cammino da Napoli, erano costantemente in contatto con il re e la sua corte. Si trattava di una negoziazione continua, affidata a ufficiali stabili dell'università (il sindaco, l'avvocato, il procuratore) oppure ad inviati ad hoc. In alcune particolari occasioni (guerre, successioni, parlamenti generali, entrate cittadine) le missioni condividevano le caratteristiche della pratica diplomatica corrente: prevedevano l???elezione dell'ambasciatore a opera del Consiglio cittadino, e non dell'esecutivo (i Sei eletti), lo stanziamento di una provvigione, la preparazione di scritture diplomatiche (credenziali, istruzioni ecc.), la relazione orale finale, l'attenzione estrema alla rappresentatività dell'inviato. Questi era scelto preferibilmente tra i cittadini nobili, spesso titolari di possessi feudali, in ragione delle loro reti di relazioni e dell'accesso immediato alla persona del re e ai suoi principali collaboratori. Le ambascerie capuane vanno dunque inserite in un contesto di mediazione ininterrotta, attuata o favorita da vari soggetti (della corte e della città), tra gli interessi di Capua e quelli della monarchia. La differenza tra il contatto quotidiano, consistente al suo grado minimo nel sollecito di un atto presso la cancelleria regia, e l'ambasceria vera e propria (per così dire), non va letta come la differenza tra amministrazione corrente e diplomazia, con una incongrua classificazione formale, ma piuttosto tra negoziazione ordinaria e negoziazione straordinaria, cui corrispondono due diverse produzioni documentarie da parte dell'autorità regia: lettere, mandati, sentenze nel primo caso, privilegi che approvano richieste della città nel secondo caso. Il problema della rappresentatività esplode nel XVI secolo. Mentre a Napoli, dove risiede il viceré, continua la negoziazione ordinaria, quella straordinaria entra in crisi: la lontananza del sovrano, che si trovava in Spagna o nei domini asburgici, fece crescere enormemente i tempi e le spese delle ambascerie, il cui esito era peraltro incerto per la progressiva carenza di relazioni personali tra i capuani e gli ambienti di corte. Inoltre, i «baroni cittadini», come erano ora chiamati i signori feudali di origine capuana, per lo più residenti a Napoli, erano difficilmente gestibili dalla città, benché indispensabili per il loro rango, perché pretendevano un trattamento economico particolare, rifiutavano le regole delle riunioni collegiali, erano sospettati di trattare i propri affari piuttosto che quelli della città.
Le ambascerie della città di Capua (XV-XVI sec.) / Senatore, Francesco. - (2012). ( Negotiating Europe. Practices, Languages, Ideology in Diplomacy between Middle Ages and Early Modern (13th-16th centuries) Benasque (Spagna) 16-22 settembre 2012).
Le ambascerie della città di Capua (XV-XVI sec.)
SENATORE, FRANCESCO
2012
Abstract
Le élites di Capua, città demaniale a mezza giornata di cammino da Napoli, erano costantemente in contatto con il re e la sua corte. Si trattava di una negoziazione continua, affidata a ufficiali stabili dell'università (il sindaco, l'avvocato, il procuratore) oppure ad inviati ad hoc. In alcune particolari occasioni (guerre, successioni, parlamenti generali, entrate cittadine) le missioni condividevano le caratteristiche della pratica diplomatica corrente: prevedevano l???elezione dell'ambasciatore a opera del Consiglio cittadino, e non dell'esecutivo (i Sei eletti), lo stanziamento di una provvigione, la preparazione di scritture diplomatiche (credenziali, istruzioni ecc.), la relazione orale finale, l'attenzione estrema alla rappresentatività dell'inviato. Questi era scelto preferibilmente tra i cittadini nobili, spesso titolari di possessi feudali, in ragione delle loro reti di relazioni e dell'accesso immediato alla persona del re e ai suoi principali collaboratori. Le ambascerie capuane vanno dunque inserite in un contesto di mediazione ininterrotta, attuata o favorita da vari soggetti (della corte e della città), tra gli interessi di Capua e quelli della monarchia. La differenza tra il contatto quotidiano, consistente al suo grado minimo nel sollecito di un atto presso la cancelleria regia, e l'ambasceria vera e propria (per così dire), non va letta come la differenza tra amministrazione corrente e diplomazia, con una incongrua classificazione formale, ma piuttosto tra negoziazione ordinaria e negoziazione straordinaria, cui corrispondono due diverse produzioni documentarie da parte dell'autorità regia: lettere, mandati, sentenze nel primo caso, privilegi che approvano richieste della città nel secondo caso. Il problema della rappresentatività esplode nel XVI secolo. Mentre a Napoli, dove risiede il viceré, continua la negoziazione ordinaria, quella straordinaria entra in crisi: la lontananza del sovrano, che si trovava in Spagna o nei domini asburgici, fece crescere enormemente i tempi e le spese delle ambascerie, il cui esito era peraltro incerto per la progressiva carenza di relazioni personali tra i capuani e gli ambienti di corte. Inoltre, i «baroni cittadini», come erano ora chiamati i signori feudali di origine capuana, per lo più residenti a Napoli, erano difficilmente gestibili dalla città, benché indispensabili per il loro rango, perché pretendevano un trattamento economico particolare, rifiutavano le regole delle riunioni collegiali, erano sospettati di trattare i propri affari piuttosto che quelli della città.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


