Il paesaggio italiano ha subito dal dopoguerra in poi trasformazioni radicali. L'espansione urbana cresciuta in modo discontinuo, il paesaggio agrario riorganizzatosi, le infrastrutture sviluppatesi con la motorizzazione di massa, il turismo e le modifiche sui monti e sulle coste, la valorizzazione di centri storici e il grande sviluppo terziario hanno impresso nuovi segni al territorio d'Italia. Un disegno che, lungi dal comporre un quadro unitario e coerente, si manifesta piuttosto come un mosaico di entità autonome e diverse, frammentate e discontinue, nuovi paesaggi che si presentano diversamente articolati lungo la penisola in ragione delle diverse caratteristiche storico-ambientali. La spettacolarizzazione dei paesaggi naturali e storico-urbani a fini turistici è fenomeno che si è oggi molto accentuato per effetto della globalizzazione, tanto che Marc Augè, dopo i Non-luoghi, si è occupato più recentemente del tema. In Rovine e Macerie egli sostiene che il mondo e i suoi tesori sono oggetto di un'intensa attività mediatica e ideologica, che sempre più ne svuota i contenuti e le valenze a favore di una percezione superficiale. Il patrimonio artistico, culturale e naturalistico delle nazioni "si presenta anzitutto come un oggetto di consumo più o meno decontestualizzato o come un oggetto il cui vero contesto è il mondo della circolazione planetaria". Le rovine però, secondo la sua tesi, riescono ad uscire dal gioco folle del mondo contemporaneo. Sfuggono al "tempo reale", alla "diretta", poiché risvegliano nell'osservatore la "coscienza della mancanza". La rovina come elemento capace di indurre un diverso rapporto tra forze naturali e spirituali aveva già affascinato la società dell'ottocento ed era stata studiata da Simmel e Dilthey. Simmel considerava la rovina come un'opera a sé, non in quanto ciò che sopravvive di un'opera in via di decomposizione, ma come forma completamente nuova. Il rovinismo non si estingue con l'immaginario sette-ottocentesco, ma torna nella contemporaneità. Anche per noi, oggi, non tutti i fenomeni connessi al degrado sono negativi, ma sono luogo di estetizzazione. L'arte contemporanea rinnova la poetica settecentesca del rudere e cede alla seduzione del pittoresco, basti pensare alle fotografie di Meyerowitz per il World Trade Center di New York. L'antico confine tra opera compiuta (l'artificio) e territorio incontaminato (la natura) è oggi del tutto inefficace. L'abbandonato e il detrito testimoniano della presenza nella galassia urbana di una complessità diversa a quella generata dalle stratificazioni più integre. Sono paesaggi la cui identità non può essere colta in senso unitario e la dimensione frazionaria è il parametro più opportuno per misurarne la qualità. Casualità, invenzione, complessità, assemblaggi sono questi i termini di confronto più congrui per valutare paesaggi in cui rovine di epoche diverse si trovano immerse in territori in cui la natura è costellata di capannoni e baracche, palazzine e infrastrutture. Una mostra al Mart di Trento dal titolo "Trash, quando i rifiuti diventano arte" ha contribuito a mostrare come la poetica del riciclaggio funzioni bene sul piano espressivo, ricordandoci come dal mondo dell'arte possano venire suggerimenti utili a trovare nuove strade che possano rimettere in gioco territori abbandonati e rovine. Mentre alla Biennale di architettura del 1996 Isosaki e Hollein vedevano il futuro della progettazione nel ridisegno delle rovine dopo un sisma, lanciando la metafora dell'architetto come sismografo. Molti artisti e architetti lavorano infatti con materiali poveri o dismessi e con il caos urbano di queste aree. I sacchi di Burri, le sculture di Tinguely, le rovine di Matta-Clark, gli stracci di Pistoletto, ma anche l'uso della latta per Gehry, la rete da cantiere per Koolhaas testimoniano di questo interesse della cultura contemporanea per i temi della rovina. Tanto l'archeologia classica come quella industriale, l'abbandono di importanti architetture razionaliste o l'ambiente rovinato dei territori agricoli costituiscono una vera e propria ricorrenza dei paesaggi italiani che non può essere ignorata e sulla quale bisogna lavorare per rafforzare l'identità dei luoghi. Per questo la ricerca prende in considerazione diversi casi studio rappresentativi di distinte "tipologie" di rovina - i ruderi archeologici (Roma e Napoli), l'archeologia industriale (Sassari), la dismissione di architetture moderne di pregio quali le colonie marine e montane (Genova), i territori agricoli rovinati dall'industrializzazione diffusa (Pescara) - in quanto memoria di insediamenti del passato, inserite in un paesaggio inteso come riunione di temporalità diverse. Studiarne la possibilità di un recupero non necessariamente di riuso, sondarne la sostenibilità economica, ricavarne possibili suggerimenti metodologici sono alcuni degli obiettivi che la ricerca si propone al fine di evitare la trasmutazione di questi territori in parco-tematico.

L'archeologia come infrastruttura del paesaggio. I Campi Flegrei.

MIANO, PASQUALE
2009

Abstract

Il paesaggio italiano ha subito dal dopoguerra in poi trasformazioni radicali. L'espansione urbana cresciuta in modo discontinuo, il paesaggio agrario riorganizzatosi, le infrastrutture sviluppatesi con la motorizzazione di massa, il turismo e le modifiche sui monti e sulle coste, la valorizzazione di centri storici e il grande sviluppo terziario hanno impresso nuovi segni al territorio d'Italia. Un disegno che, lungi dal comporre un quadro unitario e coerente, si manifesta piuttosto come un mosaico di entità autonome e diverse, frammentate e discontinue, nuovi paesaggi che si presentano diversamente articolati lungo la penisola in ragione delle diverse caratteristiche storico-ambientali. La spettacolarizzazione dei paesaggi naturali e storico-urbani a fini turistici è fenomeno che si è oggi molto accentuato per effetto della globalizzazione, tanto che Marc Augè, dopo i Non-luoghi, si è occupato più recentemente del tema. In Rovine e Macerie egli sostiene che il mondo e i suoi tesori sono oggetto di un'intensa attività mediatica e ideologica, che sempre più ne svuota i contenuti e le valenze a favore di una percezione superficiale. Il patrimonio artistico, culturale e naturalistico delle nazioni "si presenta anzitutto come un oggetto di consumo più o meno decontestualizzato o come un oggetto il cui vero contesto è il mondo della circolazione planetaria". Le rovine però, secondo la sua tesi, riescono ad uscire dal gioco folle del mondo contemporaneo. Sfuggono al "tempo reale", alla "diretta", poiché risvegliano nell'osservatore la "coscienza della mancanza". La rovina come elemento capace di indurre un diverso rapporto tra forze naturali e spirituali aveva già affascinato la società dell'ottocento ed era stata studiata da Simmel e Dilthey. Simmel considerava la rovina come un'opera a sé, non in quanto ciò che sopravvive di un'opera in via di decomposizione, ma come forma completamente nuova. Il rovinismo non si estingue con l'immaginario sette-ottocentesco, ma torna nella contemporaneità. Anche per noi, oggi, non tutti i fenomeni connessi al degrado sono negativi, ma sono luogo di estetizzazione. L'arte contemporanea rinnova la poetica settecentesca del rudere e cede alla seduzione del pittoresco, basti pensare alle fotografie di Meyerowitz per il World Trade Center di New York. L'antico confine tra opera compiuta (l'artificio) e territorio incontaminato (la natura) è oggi del tutto inefficace. L'abbandonato e il detrito testimoniano della presenza nella galassia urbana di una complessità diversa a quella generata dalle stratificazioni più integre. Sono paesaggi la cui identità non può essere colta in senso unitario e la dimensione frazionaria è il parametro più opportuno per misurarne la qualità. Casualità, invenzione, complessità, assemblaggi sono questi i termini di confronto più congrui per valutare paesaggi in cui rovine di epoche diverse si trovano immerse in territori in cui la natura è costellata di capannoni e baracche, palazzine e infrastrutture. Una mostra al Mart di Trento dal titolo "Trash, quando i rifiuti diventano arte" ha contribuito a mostrare come la poetica del riciclaggio funzioni bene sul piano espressivo, ricordandoci come dal mondo dell'arte possano venire suggerimenti utili a trovare nuove strade che possano rimettere in gioco territori abbandonati e rovine. Mentre alla Biennale di architettura del 1996 Isosaki e Hollein vedevano il futuro della progettazione nel ridisegno delle rovine dopo un sisma, lanciando la metafora dell'architetto come sismografo. Molti artisti e architetti lavorano infatti con materiali poveri o dismessi e con il caos urbano di queste aree. I sacchi di Burri, le sculture di Tinguely, le rovine di Matta-Clark, gli stracci di Pistoletto, ma anche l'uso della latta per Gehry, la rete da cantiere per Koolhaas testimoniano di questo interesse della cultura contemporanea per i temi della rovina. Tanto l'archeologia classica come quella industriale, l'abbandono di importanti architetture razionaliste o l'ambiente rovinato dei territori agricoli costituiscono una vera e propria ricorrenza dei paesaggi italiani che non può essere ignorata e sulla quale bisogna lavorare per rafforzare l'identità dei luoghi. Per questo la ricerca prende in considerazione diversi casi studio rappresentativi di distinte "tipologie" di rovina - i ruderi archeologici (Roma e Napoli), l'archeologia industriale (Sassari), la dismissione di architetture moderne di pregio quali le colonie marine e montane (Genova), i territori agricoli rovinati dall'industrializzazione diffusa (Pescara) - in quanto memoria di insediamenti del passato, inserite in un paesaggio inteso come riunione di temporalità diverse. Studiarne la possibilità di un recupero non necessariamente di riuso, sondarne la sostenibilità economica, ricavarne possibili suggerimenti metodologici sono alcuni degli obiettivi che la ricerca si propone al fine di evitare la trasmutazione di questi territori in parco-tematico.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/435118
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