In L’animale che dunque sono Jacques Derrida compie una vera e propria decostruzione – e a dire “distruzione” non si fa peccato – della visione che tutta l’intera tradizione filosofica ha prospettato circa l’animale e il rapporto uomo-animale. Un percorso paradigmaticamente antropocentrato che si risolve, nel migliore dei casi, in un’esclusività “ignava”, e nel peggiore, in un’esclusività “crudele”. E come se non bastasse, le scienze della vita, in tutti i tempi, sembrano essersi adeguate. L’animale, sempre drammaticamente al singolare e sempre indistinto (che si tratti di organismi unicellulari, di insetti, topi, cani, gatti o scimpanzé sembra non fare differenza), non è mai paradossalmente al centro della questione animale, al centro c’è sempre la questione autoreferenziale dell’uomo e dell’umanità, peraltro nella sua incapacità di pensare la differenza, l’alterità, la contaminazione (o, se si preferisce, la continuità biologica). Ora, per quanto il discorso del filosofo Derrida sia persino troppo convincente, quando dal piano teorico occorre passare al piano pratico e operativo, cosa sa dire un filosofo quando magari è chiamato a far parte di un comitato etico-scientifico sulla sperimentazione animale?

Animalia. Essere viventi tra ambiente, mondo ed esistenza

AMODIO, PAOLO
2011

Abstract

In L’animale che dunque sono Jacques Derrida compie una vera e propria decostruzione – e a dire “distruzione” non si fa peccato – della visione che tutta l’intera tradizione filosofica ha prospettato circa l’animale e il rapporto uomo-animale. Un percorso paradigmaticamente antropocentrato che si risolve, nel migliore dei casi, in un’esclusività “ignava”, e nel peggiore, in un’esclusività “crudele”. E come se non bastasse, le scienze della vita, in tutti i tempi, sembrano essersi adeguate. L’animale, sempre drammaticamente al singolare e sempre indistinto (che si tratti di organismi unicellulari, di insetti, topi, cani, gatti o scimpanzé sembra non fare differenza), non è mai paradossalmente al centro della questione animale, al centro c’è sempre la questione autoreferenziale dell’uomo e dell’umanità, peraltro nella sua incapacità di pensare la differenza, l’alterità, la contaminazione (o, se si preferisce, la continuità biologica). Ora, per quanto il discorso del filosofo Derrida sia persino troppo convincente, quando dal piano teorico occorre passare al piano pratico e operativo, cosa sa dire un filosofo quando magari è chiamato a far parte di un comitato etico-scientifico sulla sperimentazione animale?
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/408646
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