L’impegno didattico di Luigi Cosenza nella facoltà di Ingegneria di Napoli, nonostante abbia dedicato all’insegnamento diversi anni, è un aspetto poco noto della sua attività: dal 1946 al 1958, infatti, egli ha insegnato “Composizione Architettonica” e “Progetti Edili”, fondato e diretto l’Istituto di Architettura, coordinato le attività del Centro Studi per l’Edilizia, progettato a titolo gratuito la realizzazione delle due nuove sedi della facoltà nel quartiere di Fuorigrotta. Di questa esperienza così lunga ed intensa, che non casualmente è coincisa con il periodo della sua piena maturità artistica, durante la quale ha prodotto le idee e gli spunti più originali, dimostrando la migliore padronanza dei mezzi espressivi, la più raffinata capacità di articolazione degli spazi, le più lucide argomentazioni teoriche - basti pensare al Quartiere Sperimentale di Torre Ranieri, al progetto della Banca del Sangue, alle Case in viale Augusto, alla Fabbrica ed al Quartiere Olivetti, alla stessa Facoltà d’Ingegneria, alle ricerche del Centro Studi dell’Edilizia e dell’Istituto d’Architettura – sinora vi erano poche tracce, suppongo per volontà degli stessi protagonisti. Da un lato Cosenza, amareggiato e deluso dall’università, ha, infatti, interrotto bruscamente ogni rapporto, rassegnando le dimissioni dall’insegnamento con una polemica lettera nel dicembre del 1958, poi resa pubblica su “L’architettura” alcuni mesi dopo. Dall’altro la facoltà, dopo la prematura scomparsa del preside Adriano Galli, amico e sostenitore di Cosenza, ne ha ostacolato l’attività didattica, soprattutto per la tenacia con cui egli sosteneva la necessità di un rinnovamento degli studi dell’Ingegneria Civile Edile, ispirato ad una nuova etica della professione e rivendicando alle discipline architettoniche un ruolo prevalente. Nella Napoli negli anni della disordinata ricostruzione postbellica egli temeva, infatti, che si potesse verificare, come poi in effetti è accaduto, una saldatura tra gli interessi della speculazione edilizia e quelli di una classe di tecnici senza scrupoli e privi di qualità morali, e contro questo pericolo riteneva che l’università avrebbe potuto svolgere un ruolo importante, non solo nel formare «l’abito morale del tecnico prima ancora di acquistarne la competenza», ma soprattutto nell’ ”insegnare a pensare correttamente da scienziato e da artista, a ricordare in ogni momento quale contributo la società si aspetta dal tecnico per la soluzione dei suoi problemi e delle sue aspirazioni”: scienziati-artisti “capaci di comprendere i bisogni della popolazione, di rendersene interpreti con il loro linguaggio tecnico, per affrontare insieme la soluzione dei loro problemi”. Come aveva già avuto occasione di anticipare in “Esperienze di architettura”, nel 1950, nella scuola che egli immaginava non si sarebbe creata alcuna contrapposizione tra l’architetto e l’ingegnere, anzi “estendendo la collaborazione tra ingegneri ed architetti a pittori e scultori, disegnatori industriali e geometri”, egli voleva dimostrare come “il lavoro di gruppo [sia] il più adatto alla vastità e complessità dei problemi della moderna architettura. Per diffonderlo e potenziarlo occorre radicalmente modificare il sistema nei suoi due elementi essenziali: la formazione degli uomini di cultura nelle scuole d’ingegneria e d’architettura, i modi d’esecuzione e di controllo delle opere nei cantieri”. Richiamare di nuovo l’attenzione sulla figura di Cosenza docente non significa, però, solo rendere giustizia ad uno dei più prestigiosi docenti ed intellettuali che la scuola napoletana d’ingegneria abbia avuto, ma, entrando nel merito dei contenuti del suo insegnamento, anche cogliere l’opportunità di scoprire un patrimonio di esperienze didattiche e di ricerca assai vasto ed interessante, tanto più prezioso per la sorprendente attualità dei temi affrontati.

L'architettura come composizione: l'insegnamento di Luigi Cosenza nella facoltà di Ingegneria di Napoli.

VIOLA, FRANCESCO
2011

Abstract

L’impegno didattico di Luigi Cosenza nella facoltà di Ingegneria di Napoli, nonostante abbia dedicato all’insegnamento diversi anni, è un aspetto poco noto della sua attività: dal 1946 al 1958, infatti, egli ha insegnato “Composizione Architettonica” e “Progetti Edili”, fondato e diretto l’Istituto di Architettura, coordinato le attività del Centro Studi per l’Edilizia, progettato a titolo gratuito la realizzazione delle due nuove sedi della facoltà nel quartiere di Fuorigrotta. Di questa esperienza così lunga ed intensa, che non casualmente è coincisa con il periodo della sua piena maturità artistica, durante la quale ha prodotto le idee e gli spunti più originali, dimostrando la migliore padronanza dei mezzi espressivi, la più raffinata capacità di articolazione degli spazi, le più lucide argomentazioni teoriche - basti pensare al Quartiere Sperimentale di Torre Ranieri, al progetto della Banca del Sangue, alle Case in viale Augusto, alla Fabbrica ed al Quartiere Olivetti, alla stessa Facoltà d’Ingegneria, alle ricerche del Centro Studi dell’Edilizia e dell’Istituto d’Architettura – sinora vi erano poche tracce, suppongo per volontà degli stessi protagonisti. Da un lato Cosenza, amareggiato e deluso dall’università, ha, infatti, interrotto bruscamente ogni rapporto, rassegnando le dimissioni dall’insegnamento con una polemica lettera nel dicembre del 1958, poi resa pubblica su “L’architettura” alcuni mesi dopo. Dall’altro la facoltà, dopo la prematura scomparsa del preside Adriano Galli, amico e sostenitore di Cosenza, ne ha ostacolato l’attività didattica, soprattutto per la tenacia con cui egli sosteneva la necessità di un rinnovamento degli studi dell’Ingegneria Civile Edile, ispirato ad una nuova etica della professione e rivendicando alle discipline architettoniche un ruolo prevalente. Nella Napoli negli anni della disordinata ricostruzione postbellica egli temeva, infatti, che si potesse verificare, come poi in effetti è accaduto, una saldatura tra gli interessi della speculazione edilizia e quelli di una classe di tecnici senza scrupoli e privi di qualità morali, e contro questo pericolo riteneva che l’università avrebbe potuto svolgere un ruolo importante, non solo nel formare «l’abito morale del tecnico prima ancora di acquistarne la competenza», ma soprattutto nell’ ”insegnare a pensare correttamente da scienziato e da artista, a ricordare in ogni momento quale contributo la società si aspetta dal tecnico per la soluzione dei suoi problemi e delle sue aspirazioni”: scienziati-artisti “capaci di comprendere i bisogni della popolazione, di rendersene interpreti con il loro linguaggio tecnico, per affrontare insieme la soluzione dei loro problemi”. Come aveva già avuto occasione di anticipare in “Esperienze di architettura”, nel 1950, nella scuola che egli immaginava non si sarebbe creata alcuna contrapposizione tra l’architetto e l’ingegnere, anzi “estendendo la collaborazione tra ingegneri ed architetti a pittori e scultori, disegnatori industriali e geometri”, egli voleva dimostrare come “il lavoro di gruppo [sia] il più adatto alla vastità e complessità dei problemi della moderna architettura. Per diffonderlo e potenziarlo occorre radicalmente modificare il sistema nei suoi due elementi essenziali: la formazione degli uomini di cultura nelle scuole d’ingegneria e d’architettura, i modi d’esecuzione e di controllo delle opere nei cantieri”. Richiamare di nuovo l’attenzione sulla figura di Cosenza docente non significa, però, solo rendere giustizia ad uno dei più prestigiosi docenti ed intellettuali che la scuola napoletana d’ingegneria abbia avuto, ma, entrando nel merito dei contenuti del suo insegnamento, anche cogliere l’opportunità di scoprire un patrimonio di esperienze didattiche e di ricerca assai vasto ed interessante, tanto più prezioso per la sorprendente attualità dei temi affrontati.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/395224
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