Il testo si sofferma sulle incertezze derivanti dai deludenti risultati di Copenaghen e sui dubbi e i quesiti più ricorrenti nell’ambito delle discipline che riguardano il controllo dello spazio fisico, sociale ed economico. Archiviata la contrapposizione urbanistica/architettura, che ha tenuto banco nel dibattito disciplinare degli ultimi decenni del ‘900, insieme con lo slogan troppo semplicistico “dal cucchiaio alla città” (si finiva o per mortificare i contenuti della disciplina nel suo complesso o per diluirli in un miscuglio indistinto), l’autore ritiene che utili contributi, sia in termini di analisi, che di potenzialità operative, possano derivare da una rilettura critica del pensiero di Aldo Rossi sulla città contemporanea, per molti versi ancora attuale. Come ancora valida è la visione della città di Ignazio Gardella, con particolare riferimento alla questione dei centri storici (spesso affrontata in modo settoriale e involutivo) e all’efficacia di strumenti intermedi, come il P.R.G. (oggi P.U.C.), alla luce delle sue esperienze per la città di Genova. In attesa di un “dominio pubblico del suolo” o di mitiche alchimie perequative, gli interventi sulla città andrebbero articolati per “programmi”, atti essenzialmente politici, il più possibile chiari e flessibili, e per “progetti”, momenti operativi volti a definire le scelte architettoniche: strumenti noti, ma mai effettivamente attuati, superati prima ancora di essere seriamente sperimentati. Non solo, infatti, è fallito il tentativo di controllare la città dall’alto, con sistemi rigidi di vincoli e prescrizioni anche formali, ma nuovi modelli speculativi si sono liberamente diffusi: il fabbricato isolato su lotto singolo, aspirazione di massa all’agiata vita piccolo-borghese, è stato il grimaldello, che ha sbriciolato il tessuto continuo della città consolidata, come mostra una qualunque serie storica di planimetrie catastali o di uso del suolo. Utilissima sarebbe, per capire questi meccanismi, la “lezione” di Carlo Doglio, troppo frettolosamente dimenticata. L’architetto-urbanista deve tendere a far lievitare, con costante impegno intellettuale, il livello culturale della società, specie degli strati più deboli, e, attraverso le proprie competenze tecniche e scientifiche, deve interpretare e selezionare quelle spinte dal basso, che egli stesso ha, tra gli altri, contribuito a far progredire. In quest’ottica, l’architettura deve ritrovare un’etica della sostenibilità responsabile, senza rinunciare alle qualità spaziali, abbinando a principi antichi tecnologie avanzate, come nella migliore produzione contemporanea: da Piano a Herzog, da Foster a Dreiseitl, da Reimberg a Samyn (vedi il recente progetto per la Stazione Vesuvio Est della linea AV Torino-Salerno): il che comporta la necessità di ripensare tempi, modi e contenuti dell’insegnamento all’interno delle Facoltà di Architettura. Le conclusioni non sono incoraggianti: la fragorosa assenza degli architetti dal dibattito politico-culturale contemporaneo non sembra giustificare orgogliose rivendicazioni di ruolo.

C'è ancora un ruolo per l'urbanista-architetto nella società italiana del futuro?

CIARCIA, SAVERIO MAURO VALERIO
2010

Abstract

Il testo si sofferma sulle incertezze derivanti dai deludenti risultati di Copenaghen e sui dubbi e i quesiti più ricorrenti nell’ambito delle discipline che riguardano il controllo dello spazio fisico, sociale ed economico. Archiviata la contrapposizione urbanistica/architettura, che ha tenuto banco nel dibattito disciplinare degli ultimi decenni del ‘900, insieme con lo slogan troppo semplicistico “dal cucchiaio alla città” (si finiva o per mortificare i contenuti della disciplina nel suo complesso o per diluirli in un miscuglio indistinto), l’autore ritiene che utili contributi, sia in termini di analisi, che di potenzialità operative, possano derivare da una rilettura critica del pensiero di Aldo Rossi sulla città contemporanea, per molti versi ancora attuale. Come ancora valida è la visione della città di Ignazio Gardella, con particolare riferimento alla questione dei centri storici (spesso affrontata in modo settoriale e involutivo) e all’efficacia di strumenti intermedi, come il P.R.G. (oggi P.U.C.), alla luce delle sue esperienze per la città di Genova. In attesa di un “dominio pubblico del suolo” o di mitiche alchimie perequative, gli interventi sulla città andrebbero articolati per “programmi”, atti essenzialmente politici, il più possibile chiari e flessibili, e per “progetti”, momenti operativi volti a definire le scelte architettoniche: strumenti noti, ma mai effettivamente attuati, superati prima ancora di essere seriamente sperimentati. Non solo, infatti, è fallito il tentativo di controllare la città dall’alto, con sistemi rigidi di vincoli e prescrizioni anche formali, ma nuovi modelli speculativi si sono liberamente diffusi: il fabbricato isolato su lotto singolo, aspirazione di massa all’agiata vita piccolo-borghese, è stato il grimaldello, che ha sbriciolato il tessuto continuo della città consolidata, come mostra una qualunque serie storica di planimetrie catastali o di uso del suolo. Utilissima sarebbe, per capire questi meccanismi, la “lezione” di Carlo Doglio, troppo frettolosamente dimenticata. L’architetto-urbanista deve tendere a far lievitare, con costante impegno intellettuale, il livello culturale della società, specie degli strati più deboli, e, attraverso le proprie competenze tecniche e scientifiche, deve interpretare e selezionare quelle spinte dal basso, che egli stesso ha, tra gli altri, contribuito a far progredire. In quest’ottica, l’architettura deve ritrovare un’etica della sostenibilità responsabile, senza rinunciare alle qualità spaziali, abbinando a principi antichi tecnologie avanzate, come nella migliore produzione contemporanea: da Piano a Herzog, da Foster a Dreiseitl, da Reimberg a Samyn (vedi il recente progetto per la Stazione Vesuvio Est della linea AV Torino-Salerno): il che comporta la necessità di ripensare tempi, modi e contenuti dell’insegnamento all’interno delle Facoltà di Architettura. Le conclusioni non sono incoraggianti: la fragorosa assenza degli architetti dal dibattito politico-culturale contemporaneo non sembra giustificare orgogliose rivendicazioni di ruolo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/379320
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