I paesi membri dell’Unione Europea (UE) stanno attraversando un’era di rapide trasformazioni sociali dovute alla interazione di diversi fattori tra cui i sempre più arditi progressi tecnologici, l’innalzamento dell’età media della popolazione e soprattutto una rapida e crescente globalizzazione. Un numero sempre crescente di persone vive e lavora fuori dalla propria madre patria: in base a calcoli effettuati dalle Nazioni Unite già all’inizio del 2008 i migranti nel mondo avrebbero raggiunto la cifra di 200 milioni, pari a circa il 3% della intera popolazione. In questa cornice, il nostro paese in particolare si rivela un grande paese di immigrazione, ed anche il più esposto, nell’ambito di tutti i paesi della UE, agli effetti dell’ immigrazione disperata, come testimoniano le quasi giornaliere reiterate, drammatiche immagini di sbarchi di immigrati sulle coste siciliane. L’Italia si colloca infatti al terzo posto tra i primi paesi di immigrazione nell’ambito dell’UE, dopo la Germania e la Spagna. Graddol sostiene che: “Countries like Italy, facing declining numbers of young people in comparison with the numbers of elderly, are likely to receive large numbers of migrant workers to support the economy. This will in turn change the ethnic and linguistic profile of the country”. Le nuove generazioni stanno indubbiamente crescendo con la netta consapevolezza, mai conosciuta prima, di parlare lingue diverse, vivere in nazioni profondamente diverse tra loro, di genuflettersi ad altari diversi, rispettare diverse tipologie di autorità e concepire il loro ruolo di uomo o donna in modi diversi. Appare ormai evidente che il concetto di ‘linguistic nationism’ che modellava le identità nazionali sulla base del linguaggio piuttosto che dell’etnia, si pone come un concetto ormai del tutto anacronistico. Dooly sottolinea che “The notion of monolingual societies is principally based on the ideology that one nation-state is equal to one culture is equal to one language while, in actual fact multilingualism is the norm in most parts of the world. Indeed, just as there are multilingual nations, societies and communities, a large part of the world’s population is made up of multilingual individuals”. Tuttavia, in questo nuovo scenario, riescono le istituzioni governative e gli educatori ad enfatizzare le differenze, invitando le nuove generazioni a scoprire e valorizzare, piuttosto che temere, la diversità, insegnando al tempo stesso, a trascendere gli stereotipi e a ricercare un comune terreno di dialogo e interscambio? Il principio fondamentale da trasmettere, espresso dalla Commissione del Parlamento europeo, è che “The harmonious co-existence of many languages in Europe is a powerful symbol of the European Union's aspiration to be united in diversity, one of the cornerstones of the European project. Languages define personal identities, but are also part of a shared inheritance. They can serve as a bridge to other people and open access to other countries and cultures, promoting mutual understanding. A successful multilingualism policy can strengthen life chances of citizens: it may increase their employability, facilitate access to services and rights and contribute to solidarity through enhanced intercultural dialogue and social cohesion. Approached in this spirit, linguistic diversity can become a precious asset, increasingly so in today's globalised world.” Il compito è senza dubbio molto arduo, ma è fondamentale comprendere che la strada dalla marginalizzazione - o peggio discriminazione - alla piena integrazione passa innanzitutto attraverso il multilinguismo e lo scambio interculturale.L’obiettivo della nostre società è proprio quello di circoscrivere gli ostacoli che questa nuove realtà multietniche prospettano e comprendere che esse rappresentano sì “a challenge for Europe, but, in our view, a rewarding challenge.” Una figura che è professionalmente chiamata a dover raccogliere questa sfida è proprio l’Assistente Sociale il quale, negli ultimi anni, non solo si ritrova a dover operare in realtà sempre più complesse ed eterogenee sia culturalmente che linguisticamente. Questo lavoro esamina le nuove competenze richieste al nuovo status professionale dell’assistente sociale, il cui sapere agito deve essere sempre più radicato nel tessuto europeo in una prospettiva ormai imprescindibile da rapporti di comunicazione e scambi internazionali. Questa è solo una delle molteplici prospettive che motivano perché oggi la conoscenza specificamente della lingua inglese sia una competenza ormai irrinunciabile per chiunque voglia intraprendere questa professione.

L'assistente sociale nello scenario multietnico del nuovo millennio: la competenza linguistica.

CAVALIERE, Flavia
2010

Abstract

I paesi membri dell’Unione Europea (UE) stanno attraversando un’era di rapide trasformazioni sociali dovute alla interazione di diversi fattori tra cui i sempre più arditi progressi tecnologici, l’innalzamento dell’età media della popolazione e soprattutto una rapida e crescente globalizzazione. Un numero sempre crescente di persone vive e lavora fuori dalla propria madre patria: in base a calcoli effettuati dalle Nazioni Unite già all’inizio del 2008 i migranti nel mondo avrebbero raggiunto la cifra di 200 milioni, pari a circa il 3% della intera popolazione. In questa cornice, il nostro paese in particolare si rivela un grande paese di immigrazione, ed anche il più esposto, nell’ambito di tutti i paesi della UE, agli effetti dell’ immigrazione disperata, come testimoniano le quasi giornaliere reiterate, drammatiche immagini di sbarchi di immigrati sulle coste siciliane. L’Italia si colloca infatti al terzo posto tra i primi paesi di immigrazione nell’ambito dell’UE, dopo la Germania e la Spagna. Graddol sostiene che: “Countries like Italy, facing declining numbers of young people in comparison with the numbers of elderly, are likely to receive large numbers of migrant workers to support the economy. This will in turn change the ethnic and linguistic profile of the country”. Le nuove generazioni stanno indubbiamente crescendo con la netta consapevolezza, mai conosciuta prima, di parlare lingue diverse, vivere in nazioni profondamente diverse tra loro, di genuflettersi ad altari diversi, rispettare diverse tipologie di autorità e concepire il loro ruolo di uomo o donna in modi diversi. Appare ormai evidente che il concetto di ‘linguistic nationism’ che modellava le identità nazionali sulla base del linguaggio piuttosto che dell’etnia, si pone come un concetto ormai del tutto anacronistico. Dooly sottolinea che “The notion of monolingual societies is principally based on the ideology that one nation-state is equal to one culture is equal to one language while, in actual fact multilingualism is the norm in most parts of the world. Indeed, just as there are multilingual nations, societies and communities, a large part of the world’s population is made up of multilingual individuals”. Tuttavia, in questo nuovo scenario, riescono le istituzioni governative e gli educatori ad enfatizzare le differenze, invitando le nuove generazioni a scoprire e valorizzare, piuttosto che temere, la diversità, insegnando al tempo stesso, a trascendere gli stereotipi e a ricercare un comune terreno di dialogo e interscambio? Il principio fondamentale da trasmettere, espresso dalla Commissione del Parlamento europeo, è che “The harmonious co-existence of many languages in Europe is a powerful symbol of the European Union's aspiration to be united in diversity, one of the cornerstones of the European project. Languages define personal identities, but are also part of a shared inheritance. They can serve as a bridge to other people and open access to other countries and cultures, promoting mutual understanding. A successful multilingualism policy can strengthen life chances of citizens: it may increase their employability, facilitate access to services and rights and contribute to solidarity through enhanced intercultural dialogue and social cohesion. Approached in this spirit, linguistic diversity can become a precious asset, increasingly so in today's globalised world.” Il compito è senza dubbio molto arduo, ma è fondamentale comprendere che la strada dalla marginalizzazione - o peggio discriminazione - alla piena integrazione passa innanzitutto attraverso il multilinguismo e lo scambio interculturale.L’obiettivo della nostre società è proprio quello di circoscrivere gli ostacoli che questa nuove realtà multietniche prospettano e comprendere che esse rappresentano sì “a challenge for Europe, but, in our view, a rewarding challenge.” Una figura che è professionalmente chiamata a dover raccogliere questa sfida è proprio l’Assistente Sociale il quale, negli ultimi anni, non solo si ritrova a dover operare in realtà sempre più complesse ed eterogenee sia culturalmente che linguisticamente. Questo lavoro esamina le nuove competenze richieste al nuovo status professionale dell’assistente sociale, il cui sapere agito deve essere sempre più radicato nel tessuto europeo in una prospettiva ormai imprescindibile da rapporti di comunicazione e scambi internazionali. Questa è solo una delle molteplici prospettive che motivano perché oggi la conoscenza specificamente della lingua inglese sia una competenza ormai irrinunciabile per chiunque voglia intraprendere questa professione.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/378472
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