L’intento di una comprensione essenzialmente filosofica dell’«ecologia» e della «crisi ecologica» può apparire, a prima vista, almeno insolito, se non decisamente problematico. Ma questo semplice dato di fatto non esprime una necessità di fondo, quanto un ritardo della filosofia, uccello di Minerva forse, nell’affrontare uno studio di quella che viene definita “la più umana delle scienze naturali”. Un ritardo che, almeno in Europa, corrisponde a quello più generale della filosofia nei confronti della scienza contemporanea tout court, tale che se oggi vi è un interesse che lega scienza e filosofia, tale interesse parte più dal versante scientifico che non da quello filosofico. La cosa è ancor più evidente se si considera che buona parte dell’epistemologia dei nostri giorni non è più una vera e propria branca della filosofia, ma metodologia specializzata della ricerca scientifica ed è palese che un’autentica filosofia della scienza, autentica nel senso in cui si interroga sul senso della scienza, non può rimanere confinata al livello di una tale epistemologia specialistica. Che la questione, poi, non si riduca ad una rivendicazione tardiva di diritti esclusivi della filosofia su campi che le vanno sfuggendo di mano come l’epistemologia, lo dimostrano proprio alcune «scienze di confine» come l’ecologia, la vastità del cui oggetto la rende immediatamente interprete non solo dello specifico settore di ricerca che originariamente la definiva come scienza naturale, ma anche di quel fenomeno storico che chiamiamo, appunto, «crisi ecologica». È naturale, poi, che nell’ampliare allo storico il suo oggetto, l’ecologia non possa rimanere del tutto all’interno della sua metodologia scientifica, dovendo necessariamente assumere, anche se in maniera per lo più inconsapevole, posizioni di natura intrinsecamente filosofica e precisamente come forme di un qualche scientismo, ovvero della pretesa fondazione scientifica delle sue valutazioni storiche, etiche e politiche, pretesa che è ovviamente un’incomprensione. Lungi, dunque, dal configurarsi come un semplice problema epistemologico, è piuttosto nell’ambito della disputa tra scientismo e filosofia - ovvero tra una filosofia che non si sa come tale e che presenta acriticamente i suoi fondamenti attraverso la scienza ed una filosofia che non si ferma di fronte all’«oggettività» della scienza -, che è necessario a quest’ultima poter analizzare con competenza i mezzi concettuali ed i modelli interpretativi della prima, ovvero come una filosofia della scienza che sia ad un tempo filosofia della cultura, della storia e morale. E che la questione si debba configurare come una «disputa» tra le due posizioni è implicito proprio nel carattere solo inconsapevolmente filosofico dello scientismo ecologico, che ritiene se stesso un pensiero puramente scientifico con tutt’al più alcune «implicazioni filosofiche». Presa sul serio, questa comprensione di sé dell’ecologia tenderebbe a sancire ulteriormente quel ritardo della filosofia, se non la sua esclusione definitiva, nell’affrontare la questione ecologica, questione che però viene radicalmente mutilata nel suo significato più essenziale, quello appunto storico, qualora si ritenga possa essere compresa ed affrontata solo a partire da una prospettiva rigidamente scientista. Ed è proprio nella misura in cui lo scientismo è ancora filosofia, per quanto acritica e divelta dal suo luogo tradizionale, che il ritardo della filosofia nel far chiarezza su se stessa non può che divenire sempre più colpevole proprio rispetto all’ecologia, il cui rimando a quell’emergenza storica in atto come crisi ecologica vieta alla filosofia stessa di rimanere quell’uccello di Minerva che “inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo” e “giunge sempre troppo tardi”: poiché arrivare troppo tardi significherebbe, in questo caso, non arrivare affatto.

N. Russo, La questione ecologica tra scienza e filosofia

MAZZARELLA, EUGENIO
1999

Abstract

L’intento di una comprensione essenzialmente filosofica dell’«ecologia» e della «crisi ecologica» può apparire, a prima vista, almeno insolito, se non decisamente problematico. Ma questo semplice dato di fatto non esprime una necessità di fondo, quanto un ritardo della filosofia, uccello di Minerva forse, nell’affrontare uno studio di quella che viene definita “la più umana delle scienze naturali”. Un ritardo che, almeno in Europa, corrisponde a quello più generale della filosofia nei confronti della scienza contemporanea tout court, tale che se oggi vi è un interesse che lega scienza e filosofia, tale interesse parte più dal versante scientifico che non da quello filosofico. La cosa è ancor più evidente se si considera che buona parte dell’epistemologia dei nostri giorni non è più una vera e propria branca della filosofia, ma metodologia specializzata della ricerca scientifica ed è palese che un’autentica filosofia della scienza, autentica nel senso in cui si interroga sul senso della scienza, non può rimanere confinata al livello di una tale epistemologia specialistica. Che la questione, poi, non si riduca ad una rivendicazione tardiva di diritti esclusivi della filosofia su campi che le vanno sfuggendo di mano come l’epistemologia, lo dimostrano proprio alcune «scienze di confine» come l’ecologia, la vastità del cui oggetto la rende immediatamente interprete non solo dello specifico settore di ricerca che originariamente la definiva come scienza naturale, ma anche di quel fenomeno storico che chiamiamo, appunto, «crisi ecologica». È naturale, poi, che nell’ampliare allo storico il suo oggetto, l’ecologia non possa rimanere del tutto all’interno della sua metodologia scientifica, dovendo necessariamente assumere, anche se in maniera per lo più inconsapevole, posizioni di natura intrinsecamente filosofica e precisamente come forme di un qualche scientismo, ovvero della pretesa fondazione scientifica delle sue valutazioni storiche, etiche e politiche, pretesa che è ovviamente un’incomprensione. Lungi, dunque, dal configurarsi come un semplice problema epistemologico, è piuttosto nell’ambito della disputa tra scientismo e filosofia - ovvero tra una filosofia che non si sa come tale e che presenta acriticamente i suoi fondamenti attraverso la scienza ed una filosofia che non si ferma di fronte all’«oggettività» della scienza -, che è necessario a quest’ultima poter analizzare con competenza i mezzi concettuali ed i modelli interpretativi della prima, ovvero come una filosofia della scienza che sia ad un tempo filosofia della cultura, della storia e morale. E che la questione si debba configurare come una «disputa» tra le due posizioni è implicito proprio nel carattere solo inconsapevolmente filosofico dello scientismo ecologico, che ritiene se stesso un pensiero puramente scientifico con tutt’al più alcune «implicazioni filosofiche». Presa sul serio, questa comprensione di sé dell’ecologia tenderebbe a sancire ulteriormente quel ritardo della filosofia, se non la sua esclusione definitiva, nell’affrontare la questione ecologica, questione che però viene radicalmente mutilata nel suo significato più essenziale, quello appunto storico, qualora si ritenga possa essere compresa ed affrontata solo a partire da una prospettiva rigidamente scientista. Ed è proprio nella misura in cui lo scientismo è ancora filosofia, per quanto acritica e divelta dal suo luogo tradizionale, che il ritardo della filosofia nel far chiarezza su se stessa non può che divenire sempre più colpevole proprio rispetto all’ecologia, il cui rimando a quell’emergenza storica in atto come crisi ecologica vieta alla filosofia stessa di rimanere quell’uccello di Minerva che “inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo” e “giunge sempre troppo tardi”: poiché arrivare troppo tardi significherebbe, in questo caso, non arrivare affatto.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/364939
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