Ciascun essere umano ha aspettative riguardo al fatto che le vicende della propria vita procedano in maniera canonica, scorrano lisce. In particolare il progetto di concepire, avere ed allevare un figlio prevede la fiducia profonda che possa trattarsi di un’impresa possibile, alla propria portata: così l’attesa è ovviamente di un figlio, immaginato sano, normale in tutto e per tutto, fantasticato perfetto, ideale, in modo da consentirci il cimento con le umane responsabilità e fatiche di un padre e di una madre. L’eccezione, il caso, il malaugurato caso che qualcosa non vada come ci attendiamo, popolano le nostre paure, che con accuratezza rinchiudiamo da qualche parte quando finalmente, con consapevole coraggio o sana incoscienza, ci lasciamo andare alla possibilità di generare. Il figlio arriva e accade che qualcosa vada storto: la realtà manda segnali a volte flebili e ambigui, altre forti e chiari, che quel bambino è diverso dal bambino desiderato e immaginato. A volte è il bambino stesso a mostrarli, altre volte i gesti e le parole degli infermieri e dei medici mettono in allarme. La sensibilità percettiva dei genitori si amplifica, e questo a prescindere dalle caratteristiche culturali e personali di ciascun genitore. Le paure rinchiuse chissà dove tornano sulla scena e danno quel senso di catastrofe prevista, ‘me lo sentivo’, che è una delle prime forme di familiarizzazione con un ignoto angosciante . La realtà e gli altri vengono ‘scrutati’ per cogliere in loro i segni della verità, della gravità di quella verità: quegli altri stanno già comunicando una diagnosi, prima di conoscerla, prima di poterla accertare essi stessi. Il periodo dell’attesa dell’accertamento della verità appare, nei ricordi successivi dei genitori, come sospeso fuori dal tempo della propria vita: come un lungo interminabile trattenere il fiato, volendo e non volendo che finisca, perché la fine potrebbe essere peggiore dell’attesa. L’ospedale è terribile e rassicurante insieme, perché è il luogo in cui qualcuno si sta occupando di ‘capire’ al posto nostro

La comunicazione della diagnosi dalla parte dei genitori

PARRELLO, SANTA
2009

Abstract

Ciascun essere umano ha aspettative riguardo al fatto che le vicende della propria vita procedano in maniera canonica, scorrano lisce. In particolare il progetto di concepire, avere ed allevare un figlio prevede la fiducia profonda che possa trattarsi di un’impresa possibile, alla propria portata: così l’attesa è ovviamente di un figlio, immaginato sano, normale in tutto e per tutto, fantasticato perfetto, ideale, in modo da consentirci il cimento con le umane responsabilità e fatiche di un padre e di una madre. L’eccezione, il caso, il malaugurato caso che qualcosa non vada come ci attendiamo, popolano le nostre paure, che con accuratezza rinchiudiamo da qualche parte quando finalmente, con consapevole coraggio o sana incoscienza, ci lasciamo andare alla possibilità di generare. Il figlio arriva e accade che qualcosa vada storto: la realtà manda segnali a volte flebili e ambigui, altre forti e chiari, che quel bambino è diverso dal bambino desiderato e immaginato. A volte è il bambino stesso a mostrarli, altre volte i gesti e le parole degli infermieri e dei medici mettono in allarme. La sensibilità percettiva dei genitori si amplifica, e questo a prescindere dalle caratteristiche culturali e personali di ciascun genitore. Le paure rinchiuse chissà dove tornano sulla scena e danno quel senso di catastrofe prevista, ‘me lo sentivo’, che è una delle prime forme di familiarizzazione con un ignoto angosciante . La realtà e gli altri vengono ‘scrutati’ per cogliere in loro i segni della verità, della gravità di quella verità: quegli altri stanno già comunicando una diagnosi, prima di conoscerla, prima di poterla accertare essi stessi. Il periodo dell’attesa dell’accertamento della verità appare, nei ricordi successivi dei genitori, come sospeso fuori dal tempo della propria vita: come un lungo interminabile trattenere il fiato, volendo e non volendo che finisca, perché la fine potrebbe essere peggiore dell’attesa. L’ospedale è terribile e rassicurante insieme, perché è il luogo in cui qualcuno si sta occupando di ‘capire’ al posto nostro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/362947
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