I bovini allevati allo stato brado e semibrado, di razza podolica e/o meticcia, su pascoli con vegetazione spontanea e sui quali non si fa assolutamente uso di sostanze chimiche, possono rappresentare markers di rischi ambientali. Molto diffusa su questi terreni è la felce (Pteridium aquilinum) considerata un vegetale contenente principi tossici per gli animali e, direttamente o indirettamente, anche per l’uomo. Infatti, gli animali che si alimentano con felce possono andare incontro a patologie infiammatorie e, addirittura, neoplastiche. Infatti la felce contiene un sesquiterpenoide chiamato Ptaquiloside che è considerato il più potente fattore oncogeno (responsabile di tumori) negli animali ed uno dei fattori oncogeni più pericolosi che l’uomo ha la possibilità di ingerire direttamente, laddove c’è l’abitudine di inserire la felce nel ciclo alimentare (Giappone, Galles, alcune zone dell’Italia Meridionale), o indirettamente tramite alimenti di origine animale (principalmente latte e derivati lattiero-caseari). I bovini, infatti, possono ammalarsi di tumori della vescica attraverso l’azione patogena dello Ptaquiloside, sostanza che passa anche nel latte. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la maggiore incidenza di tumori dello stomaco che si osservano in alcune zone andine del Costarica e del Venezuela è da ascrivere all’ingestione di latte crudo proveniente da bovini ammalati di tumori della vescica in seguito all’intossicazione con felce. Recentemente è stata ideata una indagine metodologica che permette di evidenziare tracce di Ptaquiloside in liquidi biologici (per es. il latte). Questo permetterà di studiare l’eventuale presenza di questa sostanza tossica nel latte anche di altri animali allevati con sistema dell’agricoltura biologica (prati naturali e senza l’uso di sostanze chimiche). La presenza di questa sostanza è resa ancor più interessante da quando si è visto che la stessa può amplificare, nell’uomo e negli animali, la patogenicità di alcuni virus in particolare dei papillomavirus che sono responsabili negli allevamenti bovini di gravi perdite economiche per la patologia ad essi correlata e nell’uomo di tumori del tubo gastro-enterico. Le modalità patogenetiche con le quali questa sinergia virus-felce si rende responsabile di eventi neoplastici non è ben nota. Lo studio tossicologico degli alimenti di origine animale (presenza di Ptaquiloside nel latte e nella carne) verrà accompagnato dall’analisi dei suoli sui quali questi vegetali si accrescono. E’ risaputo che la felce, una delle più comuni piante sulla superficie della Terra, è una specie acidofila che vegeta su suoli a matrice silicea, anche aridi, nei boschi, nelle macchie e nei pascoli. Al tempo stesso, la sua diffusione su superfici estese è indice di un probabile degrado ambientale poiché gli incendi ne favoriscono il ricaccio e la moltiplicazione. Questo è uno scenario particolarmente frequente in Puglia, soprattutto nel Gargano, dove forma una sorta di orlo alle faggete, ma anche sulle Murge e nel leccese. In particolare, lo Pteridium aquilinum viene riscontrato abbondantemente nelle leccete, nelle cerrete ed in alcuni pascoli nei quali tale allevamento allo stato brado viene tuttora portato avanti. Mentre alcuni dati sono già disponibili in bibliografia circa gli aspetti ecotossicologici, poco si sa circa l’influenza delle caratteristiche dei suoli sulla produzione dello Ptaquiloside nelle felci. Di conseguenza, lo studio del sistema suolo-felce e, soprattutto, di come le caratteristiche chimico-fisiche del suolo possono influenzare la presenza e/o la traslocazione di tale sostanza, ovvero inibirla o accentuarla, risulta un aspetto imprescindibile per definire i meccanismi di trasferimento di questo fattore oncogeno dalla felce ai bovini ed ai relativi prodotti alimentari (latte e carne). Inoltre, stabilire la componente del suolo coinvolta in eventuali meccanismi di adsorbimento e/o ricombinazione dello Ptaquiloside risulta di notevole importanza nel predire il destino di tale molecola nell’ambiente.

Agrozootecnia biologica: considerazioni in termini di sicurezza alimentare e problemi di salute pubblica

ROPERTO, SANTE
2009

Abstract

I bovini allevati allo stato brado e semibrado, di razza podolica e/o meticcia, su pascoli con vegetazione spontanea e sui quali non si fa assolutamente uso di sostanze chimiche, possono rappresentare markers di rischi ambientali. Molto diffusa su questi terreni è la felce (Pteridium aquilinum) considerata un vegetale contenente principi tossici per gli animali e, direttamente o indirettamente, anche per l’uomo. Infatti, gli animali che si alimentano con felce possono andare incontro a patologie infiammatorie e, addirittura, neoplastiche. Infatti la felce contiene un sesquiterpenoide chiamato Ptaquiloside che è considerato il più potente fattore oncogeno (responsabile di tumori) negli animali ed uno dei fattori oncogeni più pericolosi che l’uomo ha la possibilità di ingerire direttamente, laddove c’è l’abitudine di inserire la felce nel ciclo alimentare (Giappone, Galles, alcune zone dell’Italia Meridionale), o indirettamente tramite alimenti di origine animale (principalmente latte e derivati lattiero-caseari). I bovini, infatti, possono ammalarsi di tumori della vescica attraverso l’azione patogena dello Ptaquiloside, sostanza che passa anche nel latte. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la maggiore incidenza di tumori dello stomaco che si osservano in alcune zone andine del Costarica e del Venezuela è da ascrivere all’ingestione di latte crudo proveniente da bovini ammalati di tumori della vescica in seguito all’intossicazione con felce. Recentemente è stata ideata una indagine metodologica che permette di evidenziare tracce di Ptaquiloside in liquidi biologici (per es. il latte). Questo permetterà di studiare l’eventuale presenza di questa sostanza tossica nel latte anche di altri animali allevati con sistema dell’agricoltura biologica (prati naturali e senza l’uso di sostanze chimiche). La presenza di questa sostanza è resa ancor più interessante da quando si è visto che la stessa può amplificare, nell’uomo e negli animali, la patogenicità di alcuni virus in particolare dei papillomavirus che sono responsabili negli allevamenti bovini di gravi perdite economiche per la patologia ad essi correlata e nell’uomo di tumori del tubo gastro-enterico. Le modalità patogenetiche con le quali questa sinergia virus-felce si rende responsabile di eventi neoplastici non è ben nota. Lo studio tossicologico degli alimenti di origine animale (presenza di Ptaquiloside nel latte e nella carne) verrà accompagnato dall’analisi dei suoli sui quali questi vegetali si accrescono. E’ risaputo che la felce, una delle più comuni piante sulla superficie della Terra, è una specie acidofila che vegeta su suoli a matrice silicea, anche aridi, nei boschi, nelle macchie e nei pascoli. Al tempo stesso, la sua diffusione su superfici estese è indice di un probabile degrado ambientale poiché gli incendi ne favoriscono il ricaccio e la moltiplicazione. Questo è uno scenario particolarmente frequente in Puglia, soprattutto nel Gargano, dove forma una sorta di orlo alle faggete, ma anche sulle Murge e nel leccese. In particolare, lo Pteridium aquilinum viene riscontrato abbondantemente nelle leccete, nelle cerrete ed in alcuni pascoli nei quali tale allevamento allo stato brado viene tuttora portato avanti. Mentre alcuni dati sono già disponibili in bibliografia circa gli aspetti ecotossicologici, poco si sa circa l’influenza delle caratteristiche dei suoli sulla produzione dello Ptaquiloside nelle felci. Di conseguenza, lo studio del sistema suolo-felce e, soprattutto, di come le caratteristiche chimico-fisiche del suolo possono influenzare la presenza e/o la traslocazione di tale sostanza, ovvero inibirla o accentuarla, risulta un aspetto imprescindibile per definire i meccanismi di trasferimento di questo fattore oncogeno dalla felce ai bovini ed ai relativi prodotti alimentari (latte e carne). Inoltre, stabilire la componente del suolo coinvolta in eventuali meccanismi di adsorbimento e/o ricombinazione dello Ptaquiloside risulta di notevole importanza nel predire il destino di tale molecola nell’ambiente.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/362152
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