La ricerca ha lavorato sull'ipotesi che fra il 1993 e il 2000 a Napoli si sia sperimentato un approccio innovativo alle politiche urbane, che incrocia molti dei nodi centrali del dibattito italiano (ruolo della rappresentanza, cittadinanza, identità locale, possibilità di sviluppo auto-promosso e auto-governato). Per le caratteristiche della storia politica locale, tuttavia, si sostiene che l'innovazione si è affidata in misura notevole da un lato al carisma del sindaco e dall'altro all'uso di politiche simboliche, ignorando - e talvolta rifiutando - pratiche e dispositivi in uso altrove a vantaggio di un uso creativo degli strumenti tradizionali, di cui semmai sono stati forzati il senso e i limiti. In definitiva, Napoli sembra avere privilegiato ciò che nella ricerca si è definito "innovazione di prodotto" rispetto alle innovazioni di processo molto più visibili in altre città studiate (e soprattutto a Torino). E sembra avere aggirato (anche con un intelligente uso della "ambiguità") conflitti e ostacoli che probabilmente altre forme di innovazione avrebbero incontrato, a danno però del riconoscimento-rafforzamento di nuove reti di governance potenzialmente emergenti e sprecando possibilità di apprendimento istituzionale più legate alla stabilizzazione di processi innovativi. Sul piano pratico, l'unità napoletana, come le altre, ha innanzitutto contribuito al database di studi di caso (30 casi relativi agli anni in questione), proponendo una interpretazione complessiva delle politiche urbane messe in opera nel periodo. Sulla base di questo primo step si è poi elaborato un "modello di governance", dal quale è partita la seconda parte empirica, dedicata alla descrizione delle relazioni fra innovatività delle politiche e caratteristiche del capitale sociale locale. Il modello è stato infine "testato" attraverso interviste, con l'obiettivo di ricostruire le configurazioni delle reti di policies relative a tre fasi individuate. Alla configurazione propria del sistema precedente al 1993 (centrato, dopo la crisi dei partiti di massa, su macchine politico-affaristiche cresciute a partire dagli investimenti pubblici post-terremoto) segue infatti una riorganizzazione simile a quella avvenuta nelle altre metropoli fra 1993 e 2000. Con la particolarità napoletana, tuttavia, dell'emergere precoce di figure di "neo-notabili" che andranno progressivamente ad affiancarsi ai nuovi (e vecchi) professionisti della politica, ora spesso "emancipati" dai partiti e dotati di ampie reti di relazioni personali. Infine, la fase che si apre con il 2000, vede il formarsi e il consolidarsi di una sorta di "oligarchia" dove nuovo notabilato e personale (ri)emergente dei partiti si mescolano, con la (conseguente) crescita del peso di pratiche di mediazione e di politiche orientate alla auto-conservazione di questa nuova leadership allargata. In conclusione, sembra dunque possibile prevedere una certa involuzione della città, che confermerebbe sia l'ipotesi, avanzata anche inizialmente in sede locale - che per Napoli si possa parlare di "innovazione interrotta" - sia l'ipotesi generale di ricerca.

Dal “partito unico della spesa pubblica” alla città come risorsa. Costruzione di fiducia e reti di governance nell’area napoletana

LEPORE, DANIELA
2002

Abstract

La ricerca ha lavorato sull'ipotesi che fra il 1993 e il 2000 a Napoli si sia sperimentato un approccio innovativo alle politiche urbane, che incrocia molti dei nodi centrali del dibattito italiano (ruolo della rappresentanza, cittadinanza, identità locale, possibilità di sviluppo auto-promosso e auto-governato). Per le caratteristiche della storia politica locale, tuttavia, si sostiene che l'innovazione si è affidata in misura notevole da un lato al carisma del sindaco e dall'altro all'uso di politiche simboliche, ignorando - e talvolta rifiutando - pratiche e dispositivi in uso altrove a vantaggio di un uso creativo degli strumenti tradizionali, di cui semmai sono stati forzati il senso e i limiti. In definitiva, Napoli sembra avere privilegiato ciò che nella ricerca si è definito "innovazione di prodotto" rispetto alle innovazioni di processo molto più visibili in altre città studiate (e soprattutto a Torino). E sembra avere aggirato (anche con un intelligente uso della "ambiguità") conflitti e ostacoli che probabilmente altre forme di innovazione avrebbero incontrato, a danno però del riconoscimento-rafforzamento di nuove reti di governance potenzialmente emergenti e sprecando possibilità di apprendimento istituzionale più legate alla stabilizzazione di processi innovativi. Sul piano pratico, l'unità napoletana, come le altre, ha innanzitutto contribuito al database di studi di caso (30 casi relativi agli anni in questione), proponendo una interpretazione complessiva delle politiche urbane messe in opera nel periodo. Sulla base di questo primo step si è poi elaborato un "modello di governance", dal quale è partita la seconda parte empirica, dedicata alla descrizione delle relazioni fra innovatività delle politiche e caratteristiche del capitale sociale locale. Il modello è stato infine "testato" attraverso interviste, con l'obiettivo di ricostruire le configurazioni delle reti di policies relative a tre fasi individuate. Alla configurazione propria del sistema precedente al 1993 (centrato, dopo la crisi dei partiti di massa, su macchine politico-affaristiche cresciute a partire dagli investimenti pubblici post-terremoto) segue infatti una riorganizzazione simile a quella avvenuta nelle altre metropoli fra 1993 e 2000. Con la particolarità napoletana, tuttavia, dell'emergere precoce di figure di "neo-notabili" che andranno progressivamente ad affiancarsi ai nuovi (e vecchi) professionisti della politica, ora spesso "emancipati" dai partiti e dotati di ampie reti di relazioni personali. Infine, la fase che si apre con il 2000, vede il formarsi e il consolidarsi di una sorta di "oligarchia" dove nuovo notabilato e personale (ri)emergente dei partiti si mescolano, con la (conseguente) crescita del peso di pratiche di mediazione e di politiche orientate alla auto-conservazione di questa nuova leadership allargata. In conclusione, sembra dunque possibile prevedere una certa involuzione della città, che confermerebbe sia l'ipotesi, avanzata anche inizialmente in sede locale - che per Napoli si possa parlare di "innovazione interrotta" - sia l'ipotesi generale di ricerca.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/335108
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