L’immigrazione italiana tende sempre più a configurarsi come immigrazione di popolamento piuttosto che di transito. Ciò porta sulla scena la questione dell’integrazione dei figli degli immigrati, le cosiddette seconde generazioni. Le seconde generazioni pongono infatti una sfida alle società di accoglienza, ed in particolare all’idea di una sostanziale uniformità etnica, linguistica e religiosa (Ambrosiani, 2001). La mancata presa d’atto di questo dato nuovo della società contemporanea – come mostrato dall’esperienza di alcuni paesi europei – può portare alla nascita di culture oppositive che rischiano di minare seriamente la coesione sociale. La questione dell’integrazione delle seconde generazione ha dato vita ad un ricco dibattito, dominato da due prospettive: da un lato la teoria dell’assimilazione, dall’altro l’enfasi sulla dimensione transnazionale e sullo sviluppo di nuove forme di cosmopolitismo. Nel corso degli anni Novanta si è assistito ad un recupero del concetto di assimilazione da parte di autori come Todd (1994), Alba e Nee (1997), Gans (1997), i quali lo hanno utilizzato per indicare l’esistenza di un processo sociale che avviene spontaneamente e spesso inintenzionalmente nel corso dell’interazione tra gruppi maggioritari e minoritari. Una visione meno deterministica è quella insita nei concetti di assimilazione segmentata e di acculturazione selettiva (Portes 1994 e 1996) utilizzati sia per indicare che il processo di assimilazione è tutt’altro che scontato, sia per evidenziare come i processi di assimilazione economica e sociale possano avvenire senza necessariamente richiedere un totale processo di acculturazione. Una visione più pessimistica – di matrice strutturalista – è poi quella di quanti sostengono la ineliminabile persistenza di fenomeni di discriminazione su base etnica e razziale. Una seconda rilevante direzione di ricerca è centrata invece sulle dimensioni transnazionali e cosmopolite assunte dai processi migratori. Nella prospettiva del transnazionalismo, i processi migratori non implicano un passaggio “da – a”, ma tendono a connettere luoghi e gruppi spazialmente separati e a creare un ampio insieme di relazioni sociali di tipo affettivo e strumentale che superano i confini nazionali. L’esperienza del transnazionalismo non implica che si viva in due luoghi diversi (Appadurai 2001), ma l’esistenza di legami densi e duraturi – di scambio materiale e simbolico, di reciprocità e di solidarietà – tra luoghi diversi (Kivisto 2001, Levitt 2001), e di flussi comunicativi ed affettivi mobili piuttosto che di una collocazione spaziale stabile e definita (Vertovec 1999; Portes 1999). In questa prospettiva, le seconde generazioni di immigrati non sarebbero poste di fronte all’alternativa di mantenere o di cancellare le loro origini (aut aut), ma avrebbero piuttosto la possibilità di negoziare e di costruire identità collettive inedite, che prendono elementi identificativi sia dal flusso culturale globale, sia delle nazioni di provenienza, sia da quelle di arrivo (et et) (Hall 1996). Per indicare l’esistenza di questo nuovo spazio transculturale è stato utilizzato il concetto di cosmopolitismo ( Beck 2003). Il cosmopolita è caratterizzato dal tentativo di una sintesi di culture diverse piuttosto che del rischio di esclusione da entrambe le culture, non è diviso tra due mondi, ma può costruire una esperienza multiculturale. Le seconde generazioni di immigrati sono in una posizione favorevole per sviluppare un’identificazione cosmopolita, perché sperimentano una pluralità di luoghi ed un legame significativo con diversi mondi e culture (Beck 2002). Anche la prospettiva del transnazionalismo rischia di cadere in un eccessivo ottimismo nella misura in cui, enfatizzando eccessivamente la libertà e la creatività individuale, nasconde le dinamiche che spingono verso una assimilazione normativa. La ricerca si inserisce in questo dibattito. L’obiettivo è quello di individuare – attraverso la raccolta di storie di vita dei figli e dei loro genitori - i profili identitari dei giovani immigrati, e di ricostruirne i processi di identificazione ed i percorsi di inserimento, attraverso l’analisi dei fattori che influenzano tali processi e percorsi: fattori familiari (tipo di famiglia, dotazione di capitale economico, culturale e sociale); etnici (nazionalità, densità e ampiezza della rete etnica); biografici (età di arrivo in Italia e di inserimento nella scuola italiana, precedenti esperienze di separazione da uno o da entrambi i genitori); di contesto (capacità di accoglienza rilevata attraverso la condizione abitativa, la situazione lavorativa dei genitori, l’uso del tempo libero e l’inserimento nel gruppo dei pari, l’esperienza scolastica). Una particolare attenzione viene prestata al rapporto tra il significato attribuito dai genitori all’esperienza migratoria e quello che i figli attribuiscono al loro vivere in un paese straniero ed alla dimensione del genere.

Adolescenti figli di migranti a Napoli: percorsi di identificazione, di integrazione e di esclusione tra prima e seconda generazione

SPANO', ANTONELLA
2007

Abstract

L’immigrazione italiana tende sempre più a configurarsi come immigrazione di popolamento piuttosto che di transito. Ciò porta sulla scena la questione dell’integrazione dei figli degli immigrati, le cosiddette seconde generazioni. Le seconde generazioni pongono infatti una sfida alle società di accoglienza, ed in particolare all’idea di una sostanziale uniformità etnica, linguistica e religiosa (Ambrosiani, 2001). La mancata presa d’atto di questo dato nuovo della società contemporanea – come mostrato dall’esperienza di alcuni paesi europei – può portare alla nascita di culture oppositive che rischiano di minare seriamente la coesione sociale. La questione dell’integrazione delle seconde generazione ha dato vita ad un ricco dibattito, dominato da due prospettive: da un lato la teoria dell’assimilazione, dall’altro l’enfasi sulla dimensione transnazionale e sullo sviluppo di nuove forme di cosmopolitismo. Nel corso degli anni Novanta si è assistito ad un recupero del concetto di assimilazione da parte di autori come Todd (1994), Alba e Nee (1997), Gans (1997), i quali lo hanno utilizzato per indicare l’esistenza di un processo sociale che avviene spontaneamente e spesso inintenzionalmente nel corso dell’interazione tra gruppi maggioritari e minoritari. Una visione meno deterministica è quella insita nei concetti di assimilazione segmentata e di acculturazione selettiva (Portes 1994 e 1996) utilizzati sia per indicare che il processo di assimilazione è tutt’altro che scontato, sia per evidenziare come i processi di assimilazione economica e sociale possano avvenire senza necessariamente richiedere un totale processo di acculturazione. Una visione più pessimistica – di matrice strutturalista – è poi quella di quanti sostengono la ineliminabile persistenza di fenomeni di discriminazione su base etnica e razziale. Una seconda rilevante direzione di ricerca è centrata invece sulle dimensioni transnazionali e cosmopolite assunte dai processi migratori. Nella prospettiva del transnazionalismo, i processi migratori non implicano un passaggio “da – a”, ma tendono a connettere luoghi e gruppi spazialmente separati e a creare un ampio insieme di relazioni sociali di tipo affettivo e strumentale che superano i confini nazionali. L’esperienza del transnazionalismo non implica che si viva in due luoghi diversi (Appadurai 2001), ma l’esistenza di legami densi e duraturi – di scambio materiale e simbolico, di reciprocità e di solidarietà – tra luoghi diversi (Kivisto 2001, Levitt 2001), e di flussi comunicativi ed affettivi mobili piuttosto che di una collocazione spaziale stabile e definita (Vertovec 1999; Portes 1999). In questa prospettiva, le seconde generazioni di immigrati non sarebbero poste di fronte all’alternativa di mantenere o di cancellare le loro origini (aut aut), ma avrebbero piuttosto la possibilità di negoziare e di costruire identità collettive inedite, che prendono elementi identificativi sia dal flusso culturale globale, sia delle nazioni di provenienza, sia da quelle di arrivo (et et) (Hall 1996). Per indicare l’esistenza di questo nuovo spazio transculturale è stato utilizzato il concetto di cosmopolitismo ( Beck 2003). Il cosmopolita è caratterizzato dal tentativo di una sintesi di culture diverse piuttosto che del rischio di esclusione da entrambe le culture, non è diviso tra due mondi, ma può costruire una esperienza multiculturale. Le seconde generazioni di immigrati sono in una posizione favorevole per sviluppare un’identificazione cosmopolita, perché sperimentano una pluralità di luoghi ed un legame significativo con diversi mondi e culture (Beck 2002). Anche la prospettiva del transnazionalismo rischia di cadere in un eccessivo ottimismo nella misura in cui, enfatizzando eccessivamente la libertà e la creatività individuale, nasconde le dinamiche che spingono verso una assimilazione normativa. La ricerca si inserisce in questo dibattito. L’obiettivo è quello di individuare – attraverso la raccolta di storie di vita dei figli e dei loro genitori - i profili identitari dei giovani immigrati, e di ricostruirne i processi di identificazione ed i percorsi di inserimento, attraverso l’analisi dei fattori che influenzano tali processi e percorsi: fattori familiari (tipo di famiglia, dotazione di capitale economico, culturale e sociale); etnici (nazionalità, densità e ampiezza della rete etnica); biografici (età di arrivo in Italia e di inserimento nella scuola italiana, precedenti esperienze di separazione da uno o da entrambi i genitori); di contesto (capacità di accoglienza rilevata attraverso la condizione abitativa, la situazione lavorativa dei genitori, l’uso del tempo libero e l’inserimento nel gruppo dei pari, l’esperienza scolastica). Una particolare attenzione viene prestata al rapporto tra il significato attribuito dai genitori all’esperienza migratoria e quello che i figli attribuiscono al loro vivere in un paese straniero ed alla dimensione del genere.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/331625
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