Il testo adotta un quadro di analisi vicino ai più recenti studi europei di stampo funzionale-discorsivo, permettendo in tal modo di unire riflessioni di linguistica cognitiva, di sociolinguistica, di linguistica testuale e di linguistica acquisizionale. In condizioni di sviluppo normale ed equilibrato, i 10 anni rappresentano, in termini cognitivi, un’età per così dire “di transizione”: permangono certi segnali di “egocentrismo” accanto, tuttavia, ad una crescente abilità di interazione linguistica con il reale. Numerosi studi nel corso degli anni Novanta e in questo primo decennio del Duemila hanno dimostrato la validità di tale assunto nell’ambito di sperimentazioni metodologicamente molto più attente e sottili rispetto a quelle dei decenni precedenti, senza però mai interessarsi al rapporto tra linguaggio e società. Contravvenendo a quest’ultimo punto, ma nel rispetto di principi metodologici rigorosi, il testo si propone di analizzare la produzione narrativa (narrazioni fittizie e biografiche) di informatori socio-culturalmente emarginati, la cui età si colloca tra i 10 e i 16 anni, toccando dunque la fase terminale dell’infanzia, la preadolescenza e l’adolescenza in senso stretto. Attraverso un quadro di analisi pragmatico e discorsivo, l’autrice analizza una rilevante quantità di testi sia dal punto di vista della coesione e coerenza testuale (in relazione ai domini semantici delle entità, dello spazio e del tempo) che in termini più strettamente grammaticali (lessico, sintassi, morfologia del verbo) e pragmatici (strutture marcate), mostrando le forti carenze in cui versano le produzioni narrative degli informatori, e della scuola primaria e della scuola media inferiore, rispetto a tutti i domini in oggetto. Dal punto di vista temporale, ad esempio, la tendenza è quella di non controvertere l’ordine cronologico, con conseguente organizzazione rigidamente lineare dei fatti narrati, evitamento della simultaneità e dei ritorni all’indietro e dunque della tipologia di connettori che permettono tali slittamenti. Questo rigido schema temporale si accompagna ad una struttura narrativa povera in connessioni logico-causali e finali – connessioni che perciò l’interlocutore deve normalmente inferire – e perciò anche di subordinazione e di connettori logicamente complessi. I processi stessi vengono presentati in una prospettiva “conclusiva”, in cui cioè i sentimenti, le incertezze e i tentativi dei personaggi cedono il passo a processi netti e privi di modalizzazioni ed intenzionalità, e perciò focalizzati sui soli risultati finali più che sul percorso conducente ad essi. In termini semantici, si constata, sempre per la predicazione, la preferenza per processi semanticamente “meno condensati” ('sussurrare', ad esempio, è più complesso di 'dire' perché richiede quest’ultimo nella sua definizione analitica ovvero 'dire a voce bassa'), o anche per processi analitici piuttosto che sintetici ('*farsi meraviglia' per 'meravigliarsi', 'fare tuffi' per 'tuffarsi' ecc.), l’evitamento di verbi incoativi e di verbi epistemici. Dal punto di vista sintattico, diverse procedure individuate permettono di dire che anche in questo ambito gli informatori si orientano verso scelte semplificate: i contenuti da veicolare non vengono pressoché mai restituiti attraverso strutturazioni di tipo gerundivo o participiale, né da relative seguite da completive, così come rare sono le restituzioni attraverso aggettivi o nominalizzazioni in sostituzione di relative esplicative. I risultati linguistici sono poi dall'autrice correlati a numerose variabili di tipo socio-biografico, soppesandone la maggiore o minore influenza. Il quadro finale che emerge dallo studio è quello di soggetti la cui competenza testuale e pragmatica sembra essere fortemente compromessa in termini linguistico-cognitivi dalla situazione di disagio culturale ed economico in cui vivono. La constatazione di molti fenomeni di semplificazione, sia a livello concettuale che linguistico-discorsivo, induce l’autrice, infine, a confrontare i risultati circa i propri informatori socio-culturalmente deprivati con quelli provenienti da studi di linguistica acquisizionale e da studi su soggetti affetti da patologie linguistiche, benché le ragioni conducenti a tali analogie siano del tutto differenti. Le abilità cognitive degli adulti apprendenti di L2 sono del tutto mature ed efficienti, per cui le semplificazioni constatate per le loro produzioni narrative corrispondono ad adattamenti forzati alla padronanza imperfetta della competenza linguistico-comunicativa della lingua in corso di acquisizione. Quanto ai soggetti emarginati in oggetto, essi sono fortemente sotto-stimolati ma ovviamente del tutto normodotati, le loro carenze perciò potrebbero essere recuperate grazie a tecniche didattiche e di training mirate al potenziamento procedurale delle abilità in questione.

Abilità Narrativa ed Emarginazione Sociale. Bambini e adolescenti di un quartiere "a rischio" di Napoli

GIULIANO, PATRIZIA
2006

Abstract

Il testo adotta un quadro di analisi vicino ai più recenti studi europei di stampo funzionale-discorsivo, permettendo in tal modo di unire riflessioni di linguistica cognitiva, di sociolinguistica, di linguistica testuale e di linguistica acquisizionale. In condizioni di sviluppo normale ed equilibrato, i 10 anni rappresentano, in termini cognitivi, un’età per così dire “di transizione”: permangono certi segnali di “egocentrismo” accanto, tuttavia, ad una crescente abilità di interazione linguistica con il reale. Numerosi studi nel corso degli anni Novanta e in questo primo decennio del Duemila hanno dimostrato la validità di tale assunto nell’ambito di sperimentazioni metodologicamente molto più attente e sottili rispetto a quelle dei decenni precedenti, senza però mai interessarsi al rapporto tra linguaggio e società. Contravvenendo a quest’ultimo punto, ma nel rispetto di principi metodologici rigorosi, il testo si propone di analizzare la produzione narrativa (narrazioni fittizie e biografiche) di informatori socio-culturalmente emarginati, la cui età si colloca tra i 10 e i 16 anni, toccando dunque la fase terminale dell’infanzia, la preadolescenza e l’adolescenza in senso stretto. Attraverso un quadro di analisi pragmatico e discorsivo, l’autrice analizza una rilevante quantità di testi sia dal punto di vista della coesione e coerenza testuale (in relazione ai domini semantici delle entità, dello spazio e del tempo) che in termini più strettamente grammaticali (lessico, sintassi, morfologia del verbo) e pragmatici (strutture marcate), mostrando le forti carenze in cui versano le produzioni narrative degli informatori, e della scuola primaria e della scuola media inferiore, rispetto a tutti i domini in oggetto. Dal punto di vista temporale, ad esempio, la tendenza è quella di non controvertere l’ordine cronologico, con conseguente organizzazione rigidamente lineare dei fatti narrati, evitamento della simultaneità e dei ritorni all’indietro e dunque della tipologia di connettori che permettono tali slittamenti. Questo rigido schema temporale si accompagna ad una struttura narrativa povera in connessioni logico-causali e finali – connessioni che perciò l’interlocutore deve normalmente inferire – e perciò anche di subordinazione e di connettori logicamente complessi. I processi stessi vengono presentati in una prospettiva “conclusiva”, in cui cioè i sentimenti, le incertezze e i tentativi dei personaggi cedono il passo a processi netti e privi di modalizzazioni ed intenzionalità, e perciò focalizzati sui soli risultati finali più che sul percorso conducente ad essi. In termini semantici, si constata, sempre per la predicazione, la preferenza per processi semanticamente “meno condensati” ('sussurrare', ad esempio, è più complesso di 'dire' perché richiede quest’ultimo nella sua definizione analitica ovvero 'dire a voce bassa'), o anche per processi analitici piuttosto che sintetici ('*farsi meraviglia' per 'meravigliarsi', 'fare tuffi' per 'tuffarsi' ecc.), l’evitamento di verbi incoativi e di verbi epistemici. Dal punto di vista sintattico, diverse procedure individuate permettono di dire che anche in questo ambito gli informatori si orientano verso scelte semplificate: i contenuti da veicolare non vengono pressoché mai restituiti attraverso strutturazioni di tipo gerundivo o participiale, né da relative seguite da completive, così come rare sono le restituzioni attraverso aggettivi o nominalizzazioni in sostituzione di relative esplicative. I risultati linguistici sono poi dall'autrice correlati a numerose variabili di tipo socio-biografico, soppesandone la maggiore o minore influenza. Il quadro finale che emerge dallo studio è quello di soggetti la cui competenza testuale e pragmatica sembra essere fortemente compromessa in termini linguistico-cognitivi dalla situazione di disagio culturale ed economico in cui vivono. La constatazione di molti fenomeni di semplificazione, sia a livello concettuale che linguistico-discorsivo, induce l’autrice, infine, a confrontare i risultati circa i propri informatori socio-culturalmente deprivati con quelli provenienti da studi di linguistica acquisizionale e da studi su soggetti affetti da patologie linguistiche, benché le ragioni conducenti a tali analogie siano del tutto differenti. Le abilità cognitive degli adulti apprendenti di L2 sono del tutto mature ed efficienti, per cui le semplificazioni constatate per le loro produzioni narrative corrispondono ad adattamenti forzati alla padronanza imperfetta della competenza linguistico-comunicativa della lingua in corso di acquisizione. Quanto ai soggetti emarginati in oggetto, essi sono fortemente sotto-stimolati ma ovviamente del tutto normodotati, le loro carenze perciò potrebbero essere recuperate grazie a tecniche didattiche e di training mirate al potenziamento procedurale delle abilità in questione.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/331624
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