Un diffuso disagio si manifesta in opere che sembrano voler mostrare il paradigma dell'incertezza del mondo contemporaneo. Anche l’architettura sembra voler testimoniare la sensazione che nel nostro tempo convivono paradossalmente razionalità senza senso e senso senza razionalità. Da alcune sue concrete manifestazioni sembra affiorare un radicale ‘riposizionamento’ della triade vitruviana, in cui la venustas trova il suo paradossale complemento nell'inutilitas e nell'infirmitas, che esprime qui il suo significato originario di disagio, malattia del tempo attuale, e annuncia gli equilibri talvolta acrobatici della forma materiale stessa delle singole architetture. Non è la prima volta che condizioni di disorientamento affiorano nell'orizzonte del senso e/o in quello della razionalità. Qui, però, agisce una vertiginosa contraddizione che accompagna le forme di questo disagio con la massima consapevolezza e ‘potenza’ tecnologica. Collassare, fluidificare, agitare, frantumare, considerare la forma come fluxus (a ben vedere, l'opposto di ogni possibile epistème), annunciare l’inevitabile esistenza effimera dell'architettura contemporanea, sono alcuni dei predicati ricorrenti che, nel loro insieme, si congedano dalla tradizione ‘vitruviana’ e ‘smontano’ la stessa consistenza materiale attraverso la quale è stata declinata la ‘lunga durata’ dell'architettura. Il disagio non provoca più il ritrarsi, come condizione del ‘ripensamento’ propria di ogni “medio evo”. La società del bussiness e della fiction esibisce il disagio stesso come spettacolo di successo. Rispetto all’inseguirsi delle novità occorre tornare a riflettere sulla degradazione del ruolo della tecnica a mezzo disponibile per un'architettura in grado di celebrare, nella sua messa in scena, persino lo stato di crisi del nostro tempo. Non è inutile esercizio, perciò, riflettere su forme di interrogazione intorno ai principi stessi dell'architettura oggi più “marginali”, ma non meno autentiche, che si collocano fuori dalle retoriche del nuovo e che scendono in profondità nel corpo dell’architettura.

Potenza della tecnica ed espressione del tempo della crisi

RISPOLI, FRANCESCO;
2005

Abstract

Un diffuso disagio si manifesta in opere che sembrano voler mostrare il paradigma dell'incertezza del mondo contemporaneo. Anche l’architettura sembra voler testimoniare la sensazione che nel nostro tempo convivono paradossalmente razionalità senza senso e senso senza razionalità. Da alcune sue concrete manifestazioni sembra affiorare un radicale ‘riposizionamento’ della triade vitruviana, in cui la venustas trova il suo paradossale complemento nell'inutilitas e nell'infirmitas, che esprime qui il suo significato originario di disagio, malattia del tempo attuale, e annuncia gli equilibri talvolta acrobatici della forma materiale stessa delle singole architetture. Non è la prima volta che condizioni di disorientamento affiorano nell'orizzonte del senso e/o in quello della razionalità. Qui, però, agisce una vertiginosa contraddizione che accompagna le forme di questo disagio con la massima consapevolezza e ‘potenza’ tecnologica. Collassare, fluidificare, agitare, frantumare, considerare la forma come fluxus (a ben vedere, l'opposto di ogni possibile epistème), annunciare l’inevitabile esistenza effimera dell'architettura contemporanea, sono alcuni dei predicati ricorrenti che, nel loro insieme, si congedano dalla tradizione ‘vitruviana’ e ‘smontano’ la stessa consistenza materiale attraverso la quale è stata declinata la ‘lunga durata’ dell'architettura. Il disagio non provoca più il ritrarsi, come condizione del ‘ripensamento’ propria di ogni “medio evo”. La società del bussiness e della fiction esibisce il disagio stesso come spettacolo di successo. Rispetto all’inseguirsi delle novità occorre tornare a riflettere sulla degradazione del ruolo della tecnica a mezzo disponibile per un'architettura in grado di celebrare, nella sua messa in scena, persino lo stato di crisi del nostro tempo. Non è inutile esercizio, perciò, riflettere su forme di interrogazione intorno ai principi stessi dell'architettura oggi più “marginali”, ma non meno autentiche, che si collocano fuori dalle retoriche del nuovo e che scendono in profondità nel corpo dell’architettura.
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