Da tempo le civiltà si sono preoccupate di lasciare traccia di sé: monumenti, iscrizioni, archivi, narrazioni, ecc. sono le testimonianze di ciò che esse furono. Questa preoccupazione è oggi divenuta ossessiva: proliferano ‘fabbriche di memoria’, che siano capaci, cioè, di consegnare al futuro quanti più possibili ‘ritratti’ delle nostre società quando esse sono ancora in vita. Ma questi ‘ritratti’, queste rappresentazioni collettive in quali forme si esprimono? Vi sono, come ha osservato Revel, tre modalità - commemorazione, patrimonializzazione e sovrapproduzione di memoria - che si intrecciano in un movimento di fondo relativamente recente nella nostra società che non ha mancato di influenzare il nostro sguardo e di trasformare le stesse condizioni del lavoro storico. Come ha scritto Pierre Nora, ciò che cerchiamo nella religiosa accumulazione delle testimonianze, dei documenti, delle immagini, di tutti i segni visibili di ciò che fu, è la nostra differenza e nello spettacolo di questa differenza l’improvvisa esplosione di una introvabile identità. Non più una genesi, ma la decifrazione di ciò che noi siamo alla luce di ciò che non siamo più. Qui si ripercorre sinteticamente la vicenda della nascita e dello sviluppo del museo contemporaneo. Si evidenzia, poi, una linea in cui la forma degli edifici dipende in modo pregnante dal rapporto tra spazi serventi e spazi serviti destinati alle esposizioni; e l’altra che invece punta a celebrare il contenitore marcandone il carattere specifico in rapporto all’uso ma anche ai suoi presupposti ideologici. Indaga il ruolo che i musei hanno avuto nell’architettura della città. Gli esempi mostrano che sotto la comune ‘etichetta’ di ‘museo’ non solo si possono annoverare edifici che custodiscono diversi ‘oggetti portatori di memoria’, ma anche diverse architetture e diversi rapporti con la città.

Custodire le tracce della memoria

RISPOLI, FRANCESCO
2005

Abstract

Da tempo le civiltà si sono preoccupate di lasciare traccia di sé: monumenti, iscrizioni, archivi, narrazioni, ecc. sono le testimonianze di ciò che esse furono. Questa preoccupazione è oggi divenuta ossessiva: proliferano ‘fabbriche di memoria’, che siano capaci, cioè, di consegnare al futuro quanti più possibili ‘ritratti’ delle nostre società quando esse sono ancora in vita. Ma questi ‘ritratti’, queste rappresentazioni collettive in quali forme si esprimono? Vi sono, come ha osservato Revel, tre modalità - commemorazione, patrimonializzazione e sovrapproduzione di memoria - che si intrecciano in un movimento di fondo relativamente recente nella nostra società che non ha mancato di influenzare il nostro sguardo e di trasformare le stesse condizioni del lavoro storico. Come ha scritto Pierre Nora, ciò che cerchiamo nella religiosa accumulazione delle testimonianze, dei documenti, delle immagini, di tutti i segni visibili di ciò che fu, è la nostra differenza e nello spettacolo di questa differenza l’improvvisa esplosione di una introvabile identità. Non più una genesi, ma la decifrazione di ciò che noi siamo alla luce di ciò che non siamo più. Qui si ripercorre sinteticamente la vicenda della nascita e dello sviluppo del museo contemporaneo. Si evidenzia, poi, una linea in cui la forma degli edifici dipende in modo pregnante dal rapporto tra spazi serventi e spazi serviti destinati alle esposizioni; e l’altra che invece punta a celebrare il contenitore marcandone il carattere specifico in rapporto all’uso ma anche ai suoi presupposti ideologici. Indaga il ruolo che i musei hanno avuto nell’architettura della città. Gli esempi mostrano che sotto la comune ‘etichetta’ di ‘museo’ non solo si possono annoverare edifici che custodiscono diversi ‘oggetti portatori di memoria’, ma anche diverse architetture e diversi rapporti con la città.
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