Dopo il terremoto del novembre 1980, appena fu possibile la ripresa dei corsi della Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli, alcuni docenti (riunitisi peraltro in un progetto di ricerca applicata sulle aree terremotate nel CIU - Comitato Interdisciplinare Universitario) indirizzarono anche i programmi didattici di quell’anno accademico sulle tematiche del terremoto e della ricostruzione. Ciò facilitò agli studenti, in pratica provenienti tutti da aree più o meno sofferenti per il sisma, la possibilità di restare in corso con gli studi universitari, e consentì, anzi, sollecitò, l’utilizzazione della stessa esperienza vissuta della catastrofe come oggetto di studio e di produzione universitaria. In questo contesto, nell’ambito del Corso di Composizione Architettonica 1 tenuto da Donatella Mazzoleni, molto spazio fu dato alle iniziative personali degli studenti provenienti dall’area del Cratere, intendendo con ciò favorire con un metodo maieutico la crescita di una consapevolezza culturale e di una responsabilità progettuale nei confronti di quel territorio da parte di quella specifica generazione di studenti, che ne rappresentava il potenziale patrimonio di futura risorsa intellettuale e tecnica, ma che correva il rischio di venire invece brutalmente scalzata nel campo professionale e addirittura sradicata dai propri luoghi di origine: non tanto per il trauma del terremoto in sé, quanto piuttosto per le modalità di una ricostruzione che subito si configurava come “espropriazione” da parte di soggetti più estranei a quel territorio, ma politicamente e tecnicamente molto più forti degli abitanti locali. Quei ragazzi e quelle ragazze di allora, appena iscritti al primo anno della Facoltà di Architettura, con tutto il loro carico di sogni e di desideri, appena formulato e già apparentemente stroncato senza appello dalla tragedia del sisma, convertirono il loro disorientamento, operandone il rovesciamento in una motivazione salda e profonda: molti di loro avevano perso nel terremoto del 23 novembre la casa, familiari, amici. Quelle persone così giovani (avevano vent’anni), senza aver ancora potuto nemmeno dare inizio ai loro studi di architettura, erano in grado di far sentire e capire a chiunque che cosa è, e quanto sia concreto e reale, quel valore immateriale assoluto (e che dovrebbe, dunque, essere indiscutibile) che intellettuali e tecnici chiamiamo “identità ambientale”. Alcuni di quegli studenti furono in grado di lavorare in prima persona, nel corso dell’anno accademico, sul proprio soggettivo patrimonio di immagini. Altri si proposero di cogliere gli indizi per l’individuazione e la ricostruzione del senso di quell’abitare là dove se ne sarebbero potute trovare le tracce più spontanee, cioè fra le persone non specificamente acculturate, portatrici di un patrimonio immaginario che difficilmente avrebbe trovato voce nei canali ufficiali, dunque a rischio quasi certo di sparizione. Andarono così a lavorare sul campo, tra le persone vecchie, ed i bambini. Un’indagine specifica fu condotta fra bambine e bambini delle scuole elementari, andandoli ad incontrare nelle sistemazioni di emergenza in cui si trovavano accampate le classi, e chiedendo loro di disegnare la loro città “com’era” e “com’è”, cioè prima e dopo il terremoto. Si presenta in questo lavoro, con una riflessione critica ex-post, una parte di quel materiale (disegni prodotti nei primi mesi del 1981 dai bambini delle scuole elementari e dagli studenti di Lioni), traendola dagli archivi della facoltà di Architettura di Napoli, anche come un esempio di quella tesaurizzazione di patrimoni di memorie e di progetti prodotti nel corso degli anni, che, nonostante le mille difficoltà, l’Università dovrebbe sempre poter perseguire.

IDENTITÀ AMBIENTALE E TERREMOTO DEL 1980 NELLA PERCEZIONE SOGGETTIVA: IL CASO DI LIONI

MAZZOLENI, DONATELLA;
2005

Abstract

Dopo il terremoto del novembre 1980, appena fu possibile la ripresa dei corsi della Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli, alcuni docenti (riunitisi peraltro in un progetto di ricerca applicata sulle aree terremotate nel CIU - Comitato Interdisciplinare Universitario) indirizzarono anche i programmi didattici di quell’anno accademico sulle tematiche del terremoto e della ricostruzione. Ciò facilitò agli studenti, in pratica provenienti tutti da aree più o meno sofferenti per il sisma, la possibilità di restare in corso con gli studi universitari, e consentì, anzi, sollecitò, l’utilizzazione della stessa esperienza vissuta della catastrofe come oggetto di studio e di produzione universitaria. In questo contesto, nell’ambito del Corso di Composizione Architettonica 1 tenuto da Donatella Mazzoleni, molto spazio fu dato alle iniziative personali degli studenti provenienti dall’area del Cratere, intendendo con ciò favorire con un metodo maieutico la crescita di una consapevolezza culturale e di una responsabilità progettuale nei confronti di quel territorio da parte di quella specifica generazione di studenti, che ne rappresentava il potenziale patrimonio di futura risorsa intellettuale e tecnica, ma che correva il rischio di venire invece brutalmente scalzata nel campo professionale e addirittura sradicata dai propri luoghi di origine: non tanto per il trauma del terremoto in sé, quanto piuttosto per le modalità di una ricostruzione che subito si configurava come “espropriazione” da parte di soggetti più estranei a quel territorio, ma politicamente e tecnicamente molto più forti degli abitanti locali. Quei ragazzi e quelle ragazze di allora, appena iscritti al primo anno della Facoltà di Architettura, con tutto il loro carico di sogni e di desideri, appena formulato e già apparentemente stroncato senza appello dalla tragedia del sisma, convertirono il loro disorientamento, operandone il rovesciamento in una motivazione salda e profonda: molti di loro avevano perso nel terremoto del 23 novembre la casa, familiari, amici. Quelle persone così giovani (avevano vent’anni), senza aver ancora potuto nemmeno dare inizio ai loro studi di architettura, erano in grado di far sentire e capire a chiunque che cosa è, e quanto sia concreto e reale, quel valore immateriale assoluto (e che dovrebbe, dunque, essere indiscutibile) che intellettuali e tecnici chiamiamo “identità ambientale”. Alcuni di quegli studenti furono in grado di lavorare in prima persona, nel corso dell’anno accademico, sul proprio soggettivo patrimonio di immagini. Altri si proposero di cogliere gli indizi per l’individuazione e la ricostruzione del senso di quell’abitare là dove se ne sarebbero potute trovare le tracce più spontanee, cioè fra le persone non specificamente acculturate, portatrici di un patrimonio immaginario che difficilmente avrebbe trovato voce nei canali ufficiali, dunque a rischio quasi certo di sparizione. Andarono così a lavorare sul campo, tra le persone vecchie, ed i bambini. Un’indagine specifica fu condotta fra bambine e bambini delle scuole elementari, andandoli ad incontrare nelle sistemazioni di emergenza in cui si trovavano accampate le classi, e chiedendo loro di disegnare la loro città “com’era” e “com’è”, cioè prima e dopo il terremoto. Si presenta in questo lavoro, con una riflessione critica ex-post, una parte di quel materiale (disegni prodotti nei primi mesi del 1981 dai bambini delle scuole elementari e dagli studenti di Lioni), traendola dagli archivi della facoltà di Architettura di Napoli, anche come un esempio di quella tesaurizzazione di patrimoni di memorie e di progetti prodotti nel corso degli anni, che, nonostante le mille difficoltà, l’Università dovrebbe sempre poter perseguire.
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