La tesi di Paola Scala muove da un disagio, anzi da due. Il primo è quello di chi, interessato per internità disciplinare alla questione della descrizione della città, e incline ad accogliere gli esiti di forme innovative legate anche ad ambiti esterni alla architettura, si ritrova spiazzato dalla deriva di alcune di queste sperimentazioni: autoreferenziali, tautologiche o, peggio, disponibili a cancellare quel punto di vista che seleziona i modi della descrizione architettonica e individua le “cose architettoniche” da descrivere senza soggiacere alle logiche prepotenti dell’esistente. Il secondo è il disagio di chi, seguendo senza pregiudizi - e, anzi, con interesse - l’avanzamento tecnologico, lamenta però che la cartografia attuale non sembri più in grado di rappresentare con pertinenza e immediatezza gli esiti “architettonici” di quella descrizione della città. Nel tentativo di ritrovare alcuni dei paradigmi architettonici della descrizione, il lavoro di ricerca si appoggia sul seminario sviluppato durante il dottorato – un “esercizio” finalizzato alla ricostruzione della topografia urbana: in questo caso l’individuazione dell’area-studio viene strutturata sulla base del riconoscimento di un sistema di relazioni fondato sulla “posizione” degli elementi urbani. Nello sviluppo della tesi, la questione della posizione viene da una parte ri-assunta nella nozione di misura – paradigma architettonico della descrizione, per eccellenza – dall’altra articolata attraverso la sua connessione con gli elementi della composizione kandinskiana: punto, linea, superficie. La prima operazione porta con sé una accurata riflessione sui modi in cui, nel tempo, la questione della posizione si è specificata in forme che danno misura allo spazio urbano: forme che assumono una dimensione sovrastorica (l’esempio più significativo è quello del rapporto acropoli/agorà) e che definiscono i caratteri di alcune logiche di organizzazione dello spazio della città, e non solo della città “storica”. La seconda operazione si struttura attraverso la trattazione della funzione “compositiva” del valore di posizione”. Kandinsky stabiliva delle relazioni di continuità/discontinuità tra punti, linee e superfici sovrapponendo ad essi i concetti di “peso” e di “tensione: nell’assimilare gli elementi urbani a quelli grafici questa stessa sovrapposizione viene utilizzata per distinguere e gerarchizzare, individuandone con più chiarezza l’organizzazione spaziale, il senso e le relazioni degli elementi prima identificati come portatori di un valore di posizione. Con una virtuosa logica circolare, le considerazioni sviluppate nel corpo della tesi vengono ri-applicate all’area-studio oggetto del seminario restituendo significativi approfondimenti e arricchimenti dell’operazione descrittivo-progettuale fino allora condotta e fornendo anche una prova sperimentale della disponibilità della cartografia digitale a rappresentare gli esiti di una descrizione che vuole essere architettonica. In tal senso, a proposito del secondo dei disagi cui si è fatto cenno in apertura, la tesi (l’ultimo capitolo è interamente dedicato alla questione della cartografia; questione che viene affrontata in maniera molto acuta, anche attraverso la lettura orientata di una serie di carte storiche) si chiude con un fiducioso richiamo alle ampie potenzialità della cartografia digitale, che può tenere insieme molti differenti modi di leggere il territorio: “perché la cartografia di base torni ad essere uno strumento di progetto … è necessario però che ciascuna disciplina – e dunque anche la nostra – si interroghi sulle modalità di costruzione del suo testo, sulle proprie parole chiave, sulla sintassi, sulle note a margine”. Alla costruzione di questo “testo” la tesi, dal carattere esplicitamente sperimentale e non sistematico, contribuisce in maniera intelligente e fondata, configurandosi come un contributo disciplinare originale ed utile.

DALLA DESCRIZIONE ALLA MISURA. IL VALORE DI POSIZIONE NELLA COM-POSIZIONE URBANA

AMIRANTE, ROBERTA
2005

Abstract

La tesi di Paola Scala muove da un disagio, anzi da due. Il primo è quello di chi, interessato per internità disciplinare alla questione della descrizione della città, e incline ad accogliere gli esiti di forme innovative legate anche ad ambiti esterni alla architettura, si ritrova spiazzato dalla deriva di alcune di queste sperimentazioni: autoreferenziali, tautologiche o, peggio, disponibili a cancellare quel punto di vista che seleziona i modi della descrizione architettonica e individua le “cose architettoniche” da descrivere senza soggiacere alle logiche prepotenti dell’esistente. Il secondo è il disagio di chi, seguendo senza pregiudizi - e, anzi, con interesse - l’avanzamento tecnologico, lamenta però che la cartografia attuale non sembri più in grado di rappresentare con pertinenza e immediatezza gli esiti “architettonici” di quella descrizione della città. Nel tentativo di ritrovare alcuni dei paradigmi architettonici della descrizione, il lavoro di ricerca si appoggia sul seminario sviluppato durante il dottorato – un “esercizio” finalizzato alla ricostruzione della topografia urbana: in questo caso l’individuazione dell’area-studio viene strutturata sulla base del riconoscimento di un sistema di relazioni fondato sulla “posizione” degli elementi urbani. Nello sviluppo della tesi, la questione della posizione viene da una parte ri-assunta nella nozione di misura – paradigma architettonico della descrizione, per eccellenza – dall’altra articolata attraverso la sua connessione con gli elementi della composizione kandinskiana: punto, linea, superficie. La prima operazione porta con sé una accurata riflessione sui modi in cui, nel tempo, la questione della posizione si è specificata in forme che danno misura allo spazio urbano: forme che assumono una dimensione sovrastorica (l’esempio più significativo è quello del rapporto acropoli/agorà) e che definiscono i caratteri di alcune logiche di organizzazione dello spazio della città, e non solo della città “storica”. La seconda operazione si struttura attraverso la trattazione della funzione “compositiva” del valore di posizione”. Kandinsky stabiliva delle relazioni di continuità/discontinuità tra punti, linee e superfici sovrapponendo ad essi i concetti di “peso” e di “tensione: nell’assimilare gli elementi urbani a quelli grafici questa stessa sovrapposizione viene utilizzata per distinguere e gerarchizzare, individuandone con più chiarezza l’organizzazione spaziale, il senso e le relazioni degli elementi prima identificati come portatori di un valore di posizione. Con una virtuosa logica circolare, le considerazioni sviluppate nel corpo della tesi vengono ri-applicate all’area-studio oggetto del seminario restituendo significativi approfondimenti e arricchimenti dell’operazione descrittivo-progettuale fino allora condotta e fornendo anche una prova sperimentale della disponibilità della cartografia digitale a rappresentare gli esiti di una descrizione che vuole essere architettonica. In tal senso, a proposito del secondo dei disagi cui si è fatto cenno in apertura, la tesi (l’ultimo capitolo è interamente dedicato alla questione della cartografia; questione che viene affrontata in maniera molto acuta, anche attraverso la lettura orientata di una serie di carte storiche) si chiude con un fiducioso richiamo alle ampie potenzialità della cartografia digitale, che può tenere insieme molti differenti modi di leggere il territorio: “perché la cartografia di base torni ad essere uno strumento di progetto … è necessario però che ciascuna disciplina – e dunque anche la nostra – si interroghi sulle modalità di costruzione del suo testo, sulle proprie parole chiave, sulla sintassi, sulle note a margine”. Alla costruzione di questo “testo” la tesi, dal carattere esplicitamente sperimentale e non sistematico, contribuisce in maniera intelligente e fondata, configurandosi come un contributo disciplinare originale ed utile.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/11750
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