Le tecnologie dell’informazione e l’intelligenza artificiale (IA) generano cultura in un modo che, talvolta, è indipendente dall’intervento umano o dalla possibilità di controllarla. L’origine artificiale dei nuovi prodotti culturali solleva problemi e interrogativi, provoca conflitti e reazioni di rifiuto. Nel campo dell’etica si è creato un divario culturale che attualmente viene colmato da studi finanziati da soggetti privati, il cosiddetto «Ethics Washing», con gravi conseguenze sull’affidabilità dei risultati. Ciò porta all’attuale screditamento degli studi di etica in generale, il cosiddetto «Ethics Bashing», e alla negazione della possibilità o dell’utilità dell’etica dell’IA. La reazione degli studiosi riflette generalmente un’errata comprensione del funzionamento dei sistemi di IA. Il conflitto, almeno in ambito giuridico, è in parte utile per mettere in luce alcune idee errate sul diritto e può contribuire a ridefinire importanti istituti della teoria giuridica quali, in particolare, la teoria dell’interpretazione e dell’applicazione giudiziaria, ma anche la teoria della norma. È ormai chiaro che, da un lato, l’apprendimento automatico è in grado di offrire nuovi strumenti per la risoluzione dei conflitti sociali e, dall’altro, mette in luce le rappresentazioni errate del processo e di applicazione del diritto che la dottrina ha sviluppato nel corso del tempo. Viene esaminato il ruolo dei pregiudizi nel processo decisionale giudiziario. Si sostiene che ciò che si possa già ragionevolmente richiedere a un sistema di IA sia quello di assistere il giurista nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto, sotto il controllo della ragionevolezza dei risultati. Si sostiene inoltre che, in un passato più recente, i sistemi di IA abbiano iniziato a inserirsi nei mezzi di produzione e controllo delle norme giuridiche e della loro applicazione, in modo sempre più pervasivo e difficile da eliminare o modificare. Anche in questo caso, un controllo meramente procedurale non è sufficiente e forse non è nemmeno possibile; è tuttavia necessaria una riflessione giuridica più approfondita rispetto a quella che i giuristi sono stati in grado di offrire finora. Infine, si sostiene che una corretta simulazione del ragionamento del giudice o dell’interprete in un sistema di IA possa aiutare a comprendere scientificamente il ragionamento giuridico in quanto tale e a ideare nuovi strumenti per la risoluzione delle controversie, o per prevederne l’esito, senza tuttavia rappresentare una simulazione del ragionamento e della decisione stessa. Mai prima d’ora è stato possibile verificare l’accuratezza o l’adeguatezza di molte teorie sul diritto, e già possiamo constatare che molte di esse non riescono a stare al passo con l’innovazione.
Intelligenza Artificiale, povertà dell’etica, inutilità del giurista / Romeo, F.. - (2025), pp. 197-218. [10.6093/978-88-6887-355-4]
Intelligenza Artificiale, povertà dell’etica, inutilità del giurista
Romeo Francesco
2025
Abstract
Le tecnologie dell’informazione e l’intelligenza artificiale (IA) generano cultura in un modo che, talvolta, è indipendente dall’intervento umano o dalla possibilità di controllarla. L’origine artificiale dei nuovi prodotti culturali solleva problemi e interrogativi, provoca conflitti e reazioni di rifiuto. Nel campo dell’etica si è creato un divario culturale che attualmente viene colmato da studi finanziati da soggetti privati, il cosiddetto «Ethics Washing», con gravi conseguenze sull’affidabilità dei risultati. Ciò porta all’attuale screditamento degli studi di etica in generale, il cosiddetto «Ethics Bashing», e alla negazione della possibilità o dell’utilità dell’etica dell’IA. La reazione degli studiosi riflette generalmente un’errata comprensione del funzionamento dei sistemi di IA. Il conflitto, almeno in ambito giuridico, è in parte utile per mettere in luce alcune idee errate sul diritto e può contribuire a ridefinire importanti istituti della teoria giuridica quali, in particolare, la teoria dell’interpretazione e dell’applicazione giudiziaria, ma anche la teoria della norma. È ormai chiaro che, da un lato, l’apprendimento automatico è in grado di offrire nuovi strumenti per la risoluzione dei conflitti sociali e, dall’altro, mette in luce le rappresentazioni errate del processo e di applicazione del diritto che la dottrina ha sviluppato nel corso del tempo. Viene esaminato il ruolo dei pregiudizi nel processo decisionale giudiziario. Si sostiene che ciò che si possa già ragionevolmente richiedere a un sistema di IA sia quello di assistere il giurista nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto, sotto il controllo della ragionevolezza dei risultati. Si sostiene inoltre che, in un passato più recente, i sistemi di IA abbiano iniziato a inserirsi nei mezzi di produzione e controllo delle norme giuridiche e della loro applicazione, in modo sempre più pervasivo e difficile da eliminare o modificare. Anche in questo caso, un controllo meramente procedurale non è sufficiente e forse non è nemmeno possibile; è tuttavia necessaria una riflessione giuridica più approfondita rispetto a quella che i giuristi sono stati in grado di offrire finora. Infine, si sostiene che una corretta simulazione del ragionamento del giudice o dell’interprete in un sistema di IA possa aiutare a comprendere scientificamente il ragionamento giuridico in quanto tale e a ideare nuovi strumenti per la risoluzione delle controversie, o per prevederne l’esito, senza tuttavia rappresentare una simulazione del ragionamento e della decisione stessa. Mai prima d’ora è stato possibile verificare l’accuratezza o l’adeguatezza di molte teorie sul diritto, e già possiamo constatare che molte di esse non riescono a stare al passo con l’innovazione.| File | Dimensione | Formato | |
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