Forse il più grande mecenate che le arti conobbero nella Francia dell’Ottocento, Honoré-Théodoric-Paul-Joseph d'Albert, duc de Luynes (Parigi 1802 - Roma 1867) fu una figura centrale nell’Europa della Restaurazione quando l’archeologia, continuando a rivolgere grande interesse alle antichità greche, ampliava le ricerche verso territori ancora inesplorati. Abbandonata una promettente carriera istituzionale in patria, il giovane Luynes fu in primis un antiquario, nell’accezione rinascimentale del termine. Instancabile cultore di un sapere dai confini porosi per le arti come per le scienze, preferì dedicarsi in autonomia allo studio delle antichità greche, a sovvenzionare artisti di talento e a intraprendere scavi archeologici raccogliendo materiali in parte confluiti nella sua celebre collezione di monete, donata nel 1862 al Cabinet del Médailles della Bibliothèque nationale de France. Socio dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres dal 1830, raggiunse l’Italia una prima volta non ancora diciottenne e poi di nuovo nel 1825 e nel 1828, entrando in contatto a Roma con l’Istituto di Corrispondenza Archeologica di cui, fin dalla sua fondazione nel 1829, fu nominato segretario della sezione francese. Da Roma a Napoli e da lì alla scoperta della Magna Grecia, in Puglia, Lucania e Calabria, fino a spingersi nel vicino oriente e in Egitto, alla ricerca delle origini della civiltà greca da ricondurre, secondo lui, all’influsso orientale schierandosi a favore delle idee di Friedrich Creuzer e sfidando la tesi storiografica sostenuta dal grecista filologo Karl Otfried Müller sulla radice endogena della classicità greca. Luynes orientò i suoi studi verso la Magna Grecia dal 1825, al tempo del suo secondo viaggio in Italia, quando raggiunse una tenuta a Torre Quarto nella Terra di Cerignola in Capitanata, ereditata dalla sua famiglia nel 1816. Ad accompagnarlo erano i suoi amici, l’entomologo Hippolyte Louis Gory e l’architetto Joseph Frédéric Debacq che affiancò il duca nelle sue principali missioni archeologiche, come quelle di Metaponto del 1825 e del 1828. Lo spirito universalista dei suoi interessi trovò in Puglia un fertile campo di indagine che, dall’archeologia, si estendeva all’arte e all’architettura medievale di cui la regione conservava uno straordinario patrimonio. Da qui la passione per la numismatica tarantina, attestata da un suo saggio pubblicato negli «Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica» del 1830, e il fervore con cui seguì la vicenda della scoperta degli ipogei di Canosa, una sorprendente Pompei greca che lo mise in contatto con l’architetto archeologo Carlo Bonucci, direttore del Real Museo Borbonico e anch’egli socio dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica fin dalla sua nascita, con il quale il duca instaurò una lunga amicizia. E dall’archeologia al medioevo pugliese: l’interesse dell’antiquario francese per la presunta cronaca medievale di Matteo da Giovinazzo fu lo spunto per studiare l’architettura normanno-sveva della regione, al cui scopo, nel 1836, incaricava l’architetto Victor Baltard di eseguire disegni dei principali monumenti con dettagli architettonici e artistici finemente delineati. I fogli del Baltard confluirono poi nel libro di Jean-Louis-Alphonse Huillard-Bréholles, Recherches sur les monuments et l’histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l’Italie méridionale, pubblicato a Parigi nel 1844 con il sostegno del Luynes e illustrato nelle trentacinque tavole a chiusura della trattazione.

Il duca de Luynes tra Puglia e Basilicata / DI LIELLO, Salvatore. - si:(2024), pp. 173-193. ( Archeologia in Puglia in età borbonica Bari 9-10 novembre 2023).

Il duca de Luynes tra Puglia e Basilicata

Salvatore Di Liello
2024

Abstract

Forse il più grande mecenate che le arti conobbero nella Francia dell’Ottocento, Honoré-Théodoric-Paul-Joseph d'Albert, duc de Luynes (Parigi 1802 - Roma 1867) fu una figura centrale nell’Europa della Restaurazione quando l’archeologia, continuando a rivolgere grande interesse alle antichità greche, ampliava le ricerche verso territori ancora inesplorati. Abbandonata una promettente carriera istituzionale in patria, il giovane Luynes fu in primis un antiquario, nell’accezione rinascimentale del termine. Instancabile cultore di un sapere dai confini porosi per le arti come per le scienze, preferì dedicarsi in autonomia allo studio delle antichità greche, a sovvenzionare artisti di talento e a intraprendere scavi archeologici raccogliendo materiali in parte confluiti nella sua celebre collezione di monete, donata nel 1862 al Cabinet del Médailles della Bibliothèque nationale de France. Socio dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres dal 1830, raggiunse l’Italia una prima volta non ancora diciottenne e poi di nuovo nel 1825 e nel 1828, entrando in contatto a Roma con l’Istituto di Corrispondenza Archeologica di cui, fin dalla sua fondazione nel 1829, fu nominato segretario della sezione francese. Da Roma a Napoli e da lì alla scoperta della Magna Grecia, in Puglia, Lucania e Calabria, fino a spingersi nel vicino oriente e in Egitto, alla ricerca delle origini della civiltà greca da ricondurre, secondo lui, all’influsso orientale schierandosi a favore delle idee di Friedrich Creuzer e sfidando la tesi storiografica sostenuta dal grecista filologo Karl Otfried Müller sulla radice endogena della classicità greca. Luynes orientò i suoi studi verso la Magna Grecia dal 1825, al tempo del suo secondo viaggio in Italia, quando raggiunse una tenuta a Torre Quarto nella Terra di Cerignola in Capitanata, ereditata dalla sua famiglia nel 1816. Ad accompagnarlo erano i suoi amici, l’entomologo Hippolyte Louis Gory e l’architetto Joseph Frédéric Debacq che affiancò il duca nelle sue principali missioni archeologiche, come quelle di Metaponto del 1825 e del 1828. Lo spirito universalista dei suoi interessi trovò in Puglia un fertile campo di indagine che, dall’archeologia, si estendeva all’arte e all’architettura medievale di cui la regione conservava uno straordinario patrimonio. Da qui la passione per la numismatica tarantina, attestata da un suo saggio pubblicato negli «Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica» del 1830, e il fervore con cui seguì la vicenda della scoperta degli ipogei di Canosa, una sorprendente Pompei greca che lo mise in contatto con l’architetto archeologo Carlo Bonucci, direttore del Real Museo Borbonico e anch’egli socio dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica fin dalla sua nascita, con il quale il duca instaurò una lunga amicizia. E dall’archeologia al medioevo pugliese: l’interesse dell’antiquario francese per la presunta cronaca medievale di Matteo da Giovinazzo fu lo spunto per studiare l’architettura normanno-sveva della regione, al cui scopo, nel 1836, incaricava l’architetto Victor Baltard di eseguire disegni dei principali monumenti con dettagli architettonici e artistici finemente delineati. I fogli del Baltard confluirono poi nel libro di Jean-Louis-Alphonse Huillard-Bréholles, Recherches sur les monuments et l’histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l’Italie méridionale, pubblicato a Parigi nel 1844 con il sostegno del Luynes e illustrato nelle trentacinque tavole a chiusura della trattazione.
2024
978-88-5491-603-6
Il duca de Luynes tra Puglia e Basilicata / DI LIELLO, Salvatore. - si:(2024), pp. 173-193. ( Archeologia in Puglia in età borbonica Bari 9-10 novembre 2023).
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/1003435
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