Quasi tredici milioni di persone continuano ad abitare ancora le aree interne. Resistono. Non sono resilienti. Resistono tra isolamento e spopolamento, servizi pubblici di prima necessità che vengono meno come scuole (diritto allo studio), trasporti e sanità (diritto alla salute) che si aggiungono alla atavica mancanza di lavoro. Resistono a condizioni di disuguaglianza sociale palesi rispetto alle aree urbanizzate. Un mantra di questi ultimi anni è la valorizzazione turistica dei borghi. Le aree interne come borghi-albergo da abitare temporaneamente, magari d’estate dimenticando che il paese è paese d’inverno (Padula 2007). Probabilmente bisognerebbe iniziare ad agire pensando che la valorizzazione turistica delle aree interne non debba rappresentare l’unica soluzione per contrastare i fenomeni di spopolamento, di invecchiamento della popolazione e di degrado del patrimonio culturale ed ambientale. Di fatto, negli ultimi cinquant’anni, si sono susseguite diversi “mantra” sullo sviluppo delle aree interne frutto di alterne fasi di attenzione della politica nazionale al tema. Dalla legge sulla montagna del 1971 alle Comunità Montane, dall’industrializzazione delle Aree Interne del Mezzogiorno (1) alla valorizzazione delle aree interne come aree- parco (Mantino, 2013). L’ultima, dopo quella dello SNAI, è la Next Generation Europe che l’Unione Europea ha messo in atto per uscire dalla pandemia. L’obiettivo di questa strategia è quello di promuovere la coesione e ridurre gli squilibri tra le diverse economie attraverso lo sviluppo di una visione sostenibile e condivisa di futuro. In quest’ottica, la rigenerazione delle aree interne promuove una modalità di rigenerazione dei luoghi finalizzata a creare delle radici che rendano questi luoghi attrattivi per le nuove generazioni attraverso la creazione di occupazione in un ecosistema che risponda alle esigenze del quotidiano. La rigenerazione delle aree interne viene declinata a diverse scale tra progetti macro di trasporti e servizi territoriali a progettualità fisiche a scala locale (intesa come ri-generazione di spazi pubblici, rifunzionalizzazione di edifici abbandonati, riqualificazione dei centri storici (2), ecc) ma anche di progetti immateriali che producano attrattività e al contempo tutela del territorio ma che, soprattutto, riportino le persone a vivere e a relazionarsi in maniera vitale, empatica e innovativa. In tal senso, i think tanks, i laboratori di sperimentazione aperta - siano essi “laboratori rurali” o creative living lab, presentati nella prima parte di questo servizio (pubblicato nel numero 306), rappresentano strumenti partecipativi di coinvolgimento incrementale delle comunità che si ispirano al Common Ground (3) e all’idea che “ riflettere, collettivamente, sul quotidiano dei nostri luoghi di vita è essenziale per conoscerli, imparare a gestirli e a prendersene cura” (Murtas 2017). Anche l’attivazione di percorsi creativi rientra tra le iniziative di ‘rigenerazione immateriale’ per le aree interne. L’attivazione di percorsi creativi, infatti, vede l’artista svolgere il ruolo di mediatore tra abitanti e luoghi. Il percorso creativo è finalizzato a far percepire i luoghi con occhi nuovi generando un maggior radicamento. Queste particolari modalità di coinvolgimento possono spingere verso processi di valorizzazione culturale e turistica basati sull’approfondimento conoscitivo e la sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo attraverso processi decisionali collaborativi (Ostrom 2015). Lo scopo di questi laboratori è la costruzione di un'identità e un’immagine condivisa dei luoghi che possa anche migliorare e ampliare l’offerta culturale e creativa del territorio, oltre che tutelarne il patrimonio culturale e paesaggistico.

Politiche per le comunità resistenti tra rigenerazione, arte e diversità creativa / Coppola, Emanuela. - In: URBANISTICA INFORMAZIONI. - ISSN 2239-4222. - 307:(2023), pp. 33-35.

Politiche per le comunità resistenti tra rigenerazione, arte e diversità creativa

Emanuela Coppola
2023

Abstract

Quasi tredici milioni di persone continuano ad abitare ancora le aree interne. Resistono. Non sono resilienti. Resistono tra isolamento e spopolamento, servizi pubblici di prima necessità che vengono meno come scuole (diritto allo studio), trasporti e sanità (diritto alla salute) che si aggiungono alla atavica mancanza di lavoro. Resistono a condizioni di disuguaglianza sociale palesi rispetto alle aree urbanizzate. Un mantra di questi ultimi anni è la valorizzazione turistica dei borghi. Le aree interne come borghi-albergo da abitare temporaneamente, magari d’estate dimenticando che il paese è paese d’inverno (Padula 2007). Probabilmente bisognerebbe iniziare ad agire pensando che la valorizzazione turistica delle aree interne non debba rappresentare l’unica soluzione per contrastare i fenomeni di spopolamento, di invecchiamento della popolazione e di degrado del patrimonio culturale ed ambientale. Di fatto, negli ultimi cinquant’anni, si sono susseguite diversi “mantra” sullo sviluppo delle aree interne frutto di alterne fasi di attenzione della politica nazionale al tema. Dalla legge sulla montagna del 1971 alle Comunità Montane, dall’industrializzazione delle Aree Interne del Mezzogiorno (1) alla valorizzazione delle aree interne come aree- parco (Mantino, 2013). L’ultima, dopo quella dello SNAI, è la Next Generation Europe che l’Unione Europea ha messo in atto per uscire dalla pandemia. L’obiettivo di questa strategia è quello di promuovere la coesione e ridurre gli squilibri tra le diverse economie attraverso lo sviluppo di una visione sostenibile e condivisa di futuro. In quest’ottica, la rigenerazione delle aree interne promuove una modalità di rigenerazione dei luoghi finalizzata a creare delle radici che rendano questi luoghi attrattivi per le nuove generazioni attraverso la creazione di occupazione in un ecosistema che risponda alle esigenze del quotidiano. La rigenerazione delle aree interne viene declinata a diverse scale tra progetti macro di trasporti e servizi territoriali a progettualità fisiche a scala locale (intesa come ri-generazione di spazi pubblici, rifunzionalizzazione di edifici abbandonati, riqualificazione dei centri storici (2), ecc) ma anche di progetti immateriali che producano attrattività e al contempo tutela del territorio ma che, soprattutto, riportino le persone a vivere e a relazionarsi in maniera vitale, empatica e innovativa. In tal senso, i think tanks, i laboratori di sperimentazione aperta - siano essi “laboratori rurali” o creative living lab, presentati nella prima parte di questo servizio (pubblicato nel numero 306), rappresentano strumenti partecipativi di coinvolgimento incrementale delle comunità che si ispirano al Common Ground (3) e all’idea che “ riflettere, collettivamente, sul quotidiano dei nostri luoghi di vita è essenziale per conoscerli, imparare a gestirli e a prendersene cura” (Murtas 2017). Anche l’attivazione di percorsi creativi rientra tra le iniziative di ‘rigenerazione immateriale’ per le aree interne. L’attivazione di percorsi creativi, infatti, vede l’artista svolgere il ruolo di mediatore tra abitanti e luoghi. Il percorso creativo è finalizzato a far percepire i luoghi con occhi nuovi generando un maggior radicamento. Queste particolari modalità di coinvolgimento possono spingere verso processi di valorizzazione culturale e turistica basati sull’approfondimento conoscitivo e la sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo attraverso processi decisionali collaborativi (Ostrom 2015). Lo scopo di questi laboratori è la costruzione di un'identità e un’immagine condivisa dei luoghi che possa anche migliorare e ampliare l’offerta culturale e creativa del territorio, oltre che tutelarne il patrimonio culturale e paesaggistico.
2023
Politiche per le comunità resistenti tra rigenerazione, arte e diversità creativa / Coppola, Emanuela. - In: URBANISTICA INFORMAZIONI. - ISSN 2239-4222. - 307:(2023), pp. 33-35.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/949366
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