“Green over the gray “con questo motto, coniato da Emilio Ambasz alcuni decenni fa, si può riassumere il percorso che, dalle prime formulazioni degli architetti modernisti agli inizi del secolo scorso, è giunto sino al ruolo attribuito all’architettura nel cambiamento epocale richiesto dalla sostenibilità. Come è noto, una prima enunciazione programmatica dell’integrazione della vegetazione nel costruito si deve a Le Corbusier che , negli anni Venti del secolo scorso, attribuì al verde non più una semplice funzione aggiuntiva, puramente decorativa, ma un ruolo specifico, compositivo e funzionale, all’interno della tettonica architettonica. Il tetto giardino, entrato nella nuova sintassi del moderno attraverso i “cinque punti di una nuova architettura”, rappresenta una prima riformulazione del rapporto millenario tra architettura e natura. Un approccio che già in quegli anni aveva colto nell’uso del verde la possibilità di inserire, proprio nelle parti climaticamente più esposte, come terrazze e facciate, una barriera termoregolatrice data dalla vegetazione. Le Corbusier, oltre che attraverso una formulazione teorica, applicò nuove modalità di utilizzo del verde sia nei grandi interventi urbani che nelle residenze. I giardini pensili costituiscono uno degli aspetti caratterizzanti le sue Immeubles Villas del 1922: centoventi ville sovrapposte su cinque livelli, ognuna dotata di un rigoglioso giardino privato, opportunamente schermato dagli sguardi esterni. Successivamente, nel Palazzo dell’Associazione dei Cotonieri realizzato ad Ahmedabad nel 1954, le piante sono utilizzate per mitigare la rigidezza della griglia in calcestruzzo in facciata, fornendo una convincente soluzione compositiva che lega l’edificio al contesto naturale sullo sfondo. Dopo questo esordio, tanti altri passaggi hanno segnato il processo di costante ridefinizione delle modalità di integrazione del verde nell’architettura. Uno di questi è stato proprio il contributo di Emilio Ambasz, che supera definitivamente l’idea del verde come elemento estetizzante da sovrapporre al complesso architettonico, per attribuirgli invece la piena dignità di un nuovo materiale costruttivo, un manto verde che rimpiazza, celandola, la facciata costruita. La vegetazione nelle architetture di Ambasz assume il ruolo salvifico di una compensazione che l’uomo deve rendere alla natura per la quantità di spazio che le è stato sottratto dall’attività costruttiva.

Green over the Grey

Alfonso Morone
2022

Abstract

“Green over the gray “con questo motto, coniato da Emilio Ambasz alcuni decenni fa, si può riassumere il percorso che, dalle prime formulazioni degli architetti modernisti agli inizi del secolo scorso, è giunto sino al ruolo attribuito all’architettura nel cambiamento epocale richiesto dalla sostenibilità. Come è noto, una prima enunciazione programmatica dell’integrazione della vegetazione nel costruito si deve a Le Corbusier che , negli anni Venti del secolo scorso, attribuì al verde non più una semplice funzione aggiuntiva, puramente decorativa, ma un ruolo specifico, compositivo e funzionale, all’interno della tettonica architettonica. Il tetto giardino, entrato nella nuova sintassi del moderno attraverso i “cinque punti di una nuova architettura”, rappresenta una prima riformulazione del rapporto millenario tra architettura e natura. Un approccio che già in quegli anni aveva colto nell’uso del verde la possibilità di inserire, proprio nelle parti climaticamente più esposte, come terrazze e facciate, una barriera termoregolatrice data dalla vegetazione. Le Corbusier, oltre che attraverso una formulazione teorica, applicò nuove modalità di utilizzo del verde sia nei grandi interventi urbani che nelle residenze. I giardini pensili costituiscono uno degli aspetti caratterizzanti le sue Immeubles Villas del 1922: centoventi ville sovrapposte su cinque livelli, ognuna dotata di un rigoglioso giardino privato, opportunamente schermato dagli sguardi esterni. Successivamente, nel Palazzo dell’Associazione dei Cotonieri realizzato ad Ahmedabad nel 1954, le piante sono utilizzate per mitigare la rigidezza della griglia in calcestruzzo in facciata, fornendo una convincente soluzione compositiva che lega l’edificio al contesto naturale sullo sfondo. Dopo questo esordio, tanti altri passaggi hanno segnato il processo di costante ridefinizione delle modalità di integrazione del verde nell’architettura. Uno di questi è stato proprio il contributo di Emilio Ambasz, che supera definitivamente l’idea del verde come elemento estetizzante da sovrapporre al complesso architettonico, per attribuirgli invece la piena dignità di un nuovo materiale costruttivo, un manto verde che rimpiazza, celandola, la facciata costruita. La vegetazione nelle architetture di Ambasz assume il ruolo salvifico di una compensazione che l’uomo deve rendere alla natura per la quantità di spazio che le è stato sottratto dall’attività costruttiva.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/898645
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