L’evidenza dei problemi climatici e ambientali, i veloci cambiamenti della nostra epoca, come gli effetti della recente pandemia di Covid-19 ‒ che ha rivoluzionato repentinamente le abitudini quotidiane e introdotto l’idea di nuovi scenari nell’ambito della sicurezza, del lavoro, della vita domestica, e della opportunità di realizzare in tempi rapidi nuovi sistemi e strumenti – pongono l’urgenza di ripensare anche la relazione delle persone con gli oggetti. Per la sua natura di disciplina catarifrangente, il design non può esimersi dal riflettere e reinterpretare i diversi aspetti di grandi cambiamenti, spesso improvvisi, violenti e spaventosi, ma anche potenzialmente rigeneratori. Come ha scritto Paola Antonelli su Domus di aprile 2020 “Con i nuovi fondi di capitale di rischio perfettamente in linea con le basi più ‘umanistiche’ di un’economia resettata non solo dallo shock di Covid-19, ma anche dalle profonde crisi ambientali e politiche che ci colpiscono da diversi anni, il design potrebbe prosperare e aiutare umani e altre specie a guarire. Il design è un ingrediente fondamentale della vita e della società, anche perché aiuta le persone ad affrontare il cambiamento. Questo è il momento perfetto per dimostrare la sua importanza” (Antonelli, 2020). Il punto da cui ripartire è, probabilmente, proprio quello più tangibile e immediato, che abbiamo dovuto scoprire per le misure di isolamento contro la pandemia. Obbligati a concentrare all’interno delle abitazioni le dimensioni vitali di lavoro, relazioni, affetti, intrattenimento e cura del corpo, abbiamo vissuto una rivoluzione domocentrica che ha riportato alla ribalta gli oggetti di tutti i giorni e gli spazi di condivisione, illuminando l’opacità in cui erano stati relegati dal dilagare del neonomadismo fisico e digitale degli ultimi decenni. Riemerge così l’attenzione verso le questioni del design anonimo, minimo e diffuso legato alla dimensione quotidiana e domestica, che vanno reinterpretate alla luce di questa crisi e delle altre rivoluzioni che stanno investendo il mondo contemporaneo, consapevoli che altre potranno ancora presentarsi. Uno dei fenomeni più incisivi di trasformazione del quotidiano è quello della digitalizzazione diffusiva. Fabbricazione digitale, Internet of Things (IoT) o Objects with Intent (OwI) sono alcune delle declinazioni concrete del digitale che, oltre a riformare i rapporti interpersonali e le attività immateriali, sono intervenute nella ricodifica del DNA degli oggetti contemporanei. Mentre il digitale pervade la consistenza delle cose e delle persone, irradiandosi nelle relazioni come nella corporeità dell’ordinario, molti teorici del design inneggiano al recupero dello Human Factor, della componente analogica, esperienziale, affettiva ed emozionale dei prodotti, rievocando l’insegnamento di Don Norman e della psicologia cognitiva applicata al design. Allo stesso tempo, la categoria degli oggetti comuni, spesso caratterizzati da cicli di vita brevi, da costi ridotti e da materiali polimerici, si trova a dover confrontarsi con la crisi economica e con una crescente coscienza ambientalista, ulteriormente enfatizzate dal clima di emergenza. In una fase storica che riscopre l’importanza della dimensione domestica, rifugio protetto dalla vulnerabilità di un mondo minacciato da pandemie, crisi economiche e disastri climatici, di cosa è fatta la quotidianità? Certamente non di banalità. Questo contributo intende indagare su come si è evoluto il design quotidiano, anche alla luce delle profonde trasformazioni in atto, che inducono nuove modalità relazionali e forme di innovazione frugale e diffusa.

Design quotidiano al tempo della vulnerabilità diffusa

LANGELLA, Carla
2020

Abstract

L’evidenza dei problemi climatici e ambientali, i veloci cambiamenti della nostra epoca, come gli effetti della recente pandemia di Covid-19 ‒ che ha rivoluzionato repentinamente le abitudini quotidiane e introdotto l’idea di nuovi scenari nell’ambito della sicurezza, del lavoro, della vita domestica, e della opportunità di realizzare in tempi rapidi nuovi sistemi e strumenti – pongono l’urgenza di ripensare anche la relazione delle persone con gli oggetti. Per la sua natura di disciplina catarifrangente, il design non può esimersi dal riflettere e reinterpretare i diversi aspetti di grandi cambiamenti, spesso improvvisi, violenti e spaventosi, ma anche potenzialmente rigeneratori. Come ha scritto Paola Antonelli su Domus di aprile 2020 “Con i nuovi fondi di capitale di rischio perfettamente in linea con le basi più ‘umanistiche’ di un’economia resettata non solo dallo shock di Covid-19, ma anche dalle profonde crisi ambientali e politiche che ci colpiscono da diversi anni, il design potrebbe prosperare e aiutare umani e altre specie a guarire. Il design è un ingrediente fondamentale della vita e della società, anche perché aiuta le persone ad affrontare il cambiamento. Questo è il momento perfetto per dimostrare la sua importanza” (Antonelli, 2020). Il punto da cui ripartire è, probabilmente, proprio quello più tangibile e immediato, che abbiamo dovuto scoprire per le misure di isolamento contro la pandemia. Obbligati a concentrare all’interno delle abitazioni le dimensioni vitali di lavoro, relazioni, affetti, intrattenimento e cura del corpo, abbiamo vissuto una rivoluzione domocentrica che ha riportato alla ribalta gli oggetti di tutti i giorni e gli spazi di condivisione, illuminando l’opacità in cui erano stati relegati dal dilagare del neonomadismo fisico e digitale degli ultimi decenni. Riemerge così l’attenzione verso le questioni del design anonimo, minimo e diffuso legato alla dimensione quotidiana e domestica, che vanno reinterpretate alla luce di questa crisi e delle altre rivoluzioni che stanno investendo il mondo contemporaneo, consapevoli che altre potranno ancora presentarsi. Uno dei fenomeni più incisivi di trasformazione del quotidiano è quello della digitalizzazione diffusiva. Fabbricazione digitale, Internet of Things (IoT) o Objects with Intent (OwI) sono alcune delle declinazioni concrete del digitale che, oltre a riformare i rapporti interpersonali e le attività immateriali, sono intervenute nella ricodifica del DNA degli oggetti contemporanei. Mentre il digitale pervade la consistenza delle cose e delle persone, irradiandosi nelle relazioni come nella corporeità dell’ordinario, molti teorici del design inneggiano al recupero dello Human Factor, della componente analogica, esperienziale, affettiva ed emozionale dei prodotti, rievocando l’insegnamento di Don Norman e della psicologia cognitiva applicata al design. Allo stesso tempo, la categoria degli oggetti comuni, spesso caratterizzati da cicli di vita brevi, da costi ridotti e da materiali polimerici, si trova a dover confrontarsi con la crisi economica e con una crescente coscienza ambientalista, ulteriormente enfatizzate dal clima di emergenza. In una fase storica che riscopre l’importanza della dimensione domestica, rifugio protetto dalla vulnerabilità di un mondo minacciato da pandemie, crisi economiche e disastri climatici, di cosa è fatta la quotidianità? Certamente non di banalità. Questo contributo intende indagare su come si è evoluto il design quotidiano, anche alla luce delle profonde trasformazioni in atto, che inducono nuove modalità relazionali e forme di innovazione frugale e diffusa.
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