Partendo dal percorso di ricerca dell’Autrice nel campo delle migrazioni cosiddette ‘irregolari’ attraverso il Mediterraneo, delle nuove declinazioni del razzismo e del pregiudizio in Europa, soprattutto a partire dall’11/9, e delle espressioni concrete della violenza razzista nelle sfere della quotidianità, soprattutto da una prospettiva di genere, il contributo intende riflettere sui meccanismi di produzione sociale dell’indifferenza che hanno acquisito crescente visibilità soprattutto negli anni della cosiddetta ‘crisi migratoria’ in Europa. Anni caratterizzati da un clima di insensibilità collettiva dilagante e di anestesia culturale generalizzata nei confronti dello spettacolo dell’orrore che si va consumando in misura crescente lungo le aree di confine, dove retorica umanitaria e discorso sicuritario sono divenuti nuovamente le parole-chiave attorno a cui sembra ancora declinarsi il discorso pubblico odierno sulle migrazioni. Sotto questo profilo, il corpo, nella sua insopprimibile materialità e, al contempo, profonda valenza simbolica, costituisce il luogo dove appaiono maggiormente evidenti le ferite della violenza della Storia inferte dal tempo presente. Il corpo senza vita trasportato dalle onde durante l’ennesimo naufragio mediterraneo. Il corpo assediato, tenuto a distanza e respinto attraverso le frontiere europee. Il corpo esotico venduto e acquistato nei circuiti del sesso commerciale nelle strade delle nostre città. Il corpo temuto e, dunque, denigrato e vilipeso, perché assurto a simbolo di un’alterità inconciliabile con l’Occidente. E, ancora, il corpo sottomesso, subalterno, razzizzato. Il corpo silente, afono, tacitato di chi si è trovato a misurarsi con la dimensione dell’orrore e dell’indicibile e che appare oramai denudato, oltre che dei diritti, di ogni valenza umana. Corpi apparentemente relegati negli interstizi più oscuri della nostra modernità che interpellano e inducono a guardare alle matrici storiche, politiche e sociali della sofferenza di cui sono emblema. Ma, allo stesso tempo, corpi che recano incise nella carne memorie scomode che scardinano orizzonti morali e culturali che pensavamo acquisiti. Esperienze di ricerca partecipativa realizzate sempre più frequentemente anche in Italia e di produzione di sapere critico assieme ai migranti stessi, volte ad affrancare la narrazione dell’esperienza migrante dalla maglie rigide della burocratizzazione e della medicalizzazione, hanno contribuito in questi anni a far emergere narrazioni svincolate da logiche di riconoscimento istituzionalizzate, favorite dall’adozione di pratiche di ascolto e forme di auto narrazione – in un’espressione una ‘politica della voce’ – volte a rendere l’esperienza, spesso profondamente traumatica, di queste migrazioni un patrimonio collettivo condiviso. Il contributo cercherà di riflettere sulle conseguenze di una scelta metodologica e politica di questo tipo, dal momento che la pratica concreta di una politica della voce significa non soltanto creare contesti in cui individui solitamente tacitati o forzatamente tenuti silenti possano prendere la parola in prima persona. Ma significa anche interrogarsi sulla nostra capacità di ascoltare storie che si misurano con le dimensioni dell’indicibile e dell’orrore.

Corpi infranti dinanzi allo spettacolo dell’orrore in Europa

Monica Massari
2018

Abstract

Partendo dal percorso di ricerca dell’Autrice nel campo delle migrazioni cosiddette ‘irregolari’ attraverso il Mediterraneo, delle nuove declinazioni del razzismo e del pregiudizio in Europa, soprattutto a partire dall’11/9, e delle espressioni concrete della violenza razzista nelle sfere della quotidianità, soprattutto da una prospettiva di genere, il contributo intende riflettere sui meccanismi di produzione sociale dell’indifferenza che hanno acquisito crescente visibilità soprattutto negli anni della cosiddetta ‘crisi migratoria’ in Europa. Anni caratterizzati da un clima di insensibilità collettiva dilagante e di anestesia culturale generalizzata nei confronti dello spettacolo dell’orrore che si va consumando in misura crescente lungo le aree di confine, dove retorica umanitaria e discorso sicuritario sono divenuti nuovamente le parole-chiave attorno a cui sembra ancora declinarsi il discorso pubblico odierno sulle migrazioni. Sotto questo profilo, il corpo, nella sua insopprimibile materialità e, al contempo, profonda valenza simbolica, costituisce il luogo dove appaiono maggiormente evidenti le ferite della violenza della Storia inferte dal tempo presente. Il corpo senza vita trasportato dalle onde durante l’ennesimo naufragio mediterraneo. Il corpo assediato, tenuto a distanza e respinto attraverso le frontiere europee. Il corpo esotico venduto e acquistato nei circuiti del sesso commerciale nelle strade delle nostre città. Il corpo temuto e, dunque, denigrato e vilipeso, perché assurto a simbolo di un’alterità inconciliabile con l’Occidente. E, ancora, il corpo sottomesso, subalterno, razzizzato. Il corpo silente, afono, tacitato di chi si è trovato a misurarsi con la dimensione dell’orrore e dell’indicibile e che appare oramai denudato, oltre che dei diritti, di ogni valenza umana. Corpi apparentemente relegati negli interstizi più oscuri della nostra modernità che interpellano e inducono a guardare alle matrici storiche, politiche e sociali della sofferenza di cui sono emblema. Ma, allo stesso tempo, corpi che recano incise nella carne memorie scomode che scardinano orizzonti morali e culturali che pensavamo acquisiti. Esperienze di ricerca partecipativa realizzate sempre più frequentemente anche in Italia e di produzione di sapere critico assieme ai migranti stessi, volte ad affrancare la narrazione dell’esperienza migrante dalla maglie rigide della burocratizzazione e della medicalizzazione, hanno contribuito in questi anni a far emergere narrazioni svincolate da logiche di riconoscimento istituzionalizzate, favorite dall’adozione di pratiche di ascolto e forme di auto narrazione – in un’espressione una ‘politica della voce’ – volte a rendere l’esperienza, spesso profondamente traumatica, di queste migrazioni un patrimonio collettivo condiviso. Il contributo cercherà di riflettere sulle conseguenze di una scelta metodologica e politica di questo tipo, dal momento che la pratica concreta di una politica della voce significa non soltanto creare contesti in cui individui solitamente tacitati o forzatamente tenuti silenti possano prendere la parola in prima persona. Ma significa anche interrogarsi sulla nostra capacità di ascoltare storie che si misurano con le dimensioni dell’indicibile e dell’orrore.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/891169
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