Nel corso del Novecento il numero di conventi ha seguito l’andamento del numero di religiosi. Così, se in un primo momento si assiste ad una fase di costruzione di nuove “case religiose”, dagli anni ’60 in poi in Italia, e analogamente nel resto d’Europa, si riscontra una riduzione del numero di vocazioni con un conseguente abbandono di molti edifici che ospitano attività apostoliche e caritative, conventi e seminari su tutti. Si è così palesato un interessante tema, quello del riuso e della rifunzionalizzazione dell’edilizia conventuale e seminariale, non solo quella più prettamente storica, ma anche quella moderna. Si ritrovano infatti diversi esempi di architetture conventuali moderne, alcune molto celebri e riconducibili al linguaggio brutalista, al punto che è possibile enuclearne alcuni elementi ricorrenti che definiscono l’ambito tipologico del “convento moderno”, tra questi: il mutato rapporto con la natura circostante; la conformazione dello spazio aperto centrale; la disposizione delle celle; la modalità di distribuzione delle diverse funzioni. Tali elementi ricorrenti diventano il presupposto e le qualità latenti sulle quali si strutturano le ipotesi di possibili rifunzionalizzazioni. Il presente contributo passa in rassegna diversi conventi realizzati a partire dagli anni ’40 del Novecento per poi approfondire nel dettaglio la riconversione in struttura per malati di Alzheimer di una struttura delle Suore Carmelitane dismessa, di impronta brutalista, realizzata nel territorio della città metropolitana di Napoli negli anni ‘70. L’ipotesi di rifunzionalizzazione proposta si caratterizza per il rispetto dei caratteri tipologici dell’edilizia conventuale moderna, palesando la propensione di tali strutture a ospitare funzioni socio-sanitarie dal basso contenuto tecnologico.

L’edilizia conventuale del secondo novecento: scenari per la rifunzionalizzazione dell’ex convento delle carmelitane di Pollena Trocchia (Na)

lorenzo diana
Primo
;
claudia sicignano;rossella marmo;francesco polverino
2021

Abstract

Nel corso del Novecento il numero di conventi ha seguito l’andamento del numero di religiosi. Così, se in un primo momento si assiste ad una fase di costruzione di nuove “case religiose”, dagli anni ’60 in poi in Italia, e analogamente nel resto d’Europa, si riscontra una riduzione del numero di vocazioni con un conseguente abbandono di molti edifici che ospitano attività apostoliche e caritative, conventi e seminari su tutti. Si è così palesato un interessante tema, quello del riuso e della rifunzionalizzazione dell’edilizia conventuale e seminariale, non solo quella più prettamente storica, ma anche quella moderna. Si ritrovano infatti diversi esempi di architetture conventuali moderne, alcune molto celebri e riconducibili al linguaggio brutalista, al punto che è possibile enuclearne alcuni elementi ricorrenti che definiscono l’ambito tipologico del “convento moderno”, tra questi: il mutato rapporto con la natura circostante; la conformazione dello spazio aperto centrale; la disposizione delle celle; la modalità di distribuzione delle diverse funzioni. Tali elementi ricorrenti diventano il presupposto e le qualità latenti sulle quali si strutturano le ipotesi di possibili rifunzionalizzazioni. Il presente contributo passa in rassegna diversi conventi realizzati a partire dagli anni ’40 del Novecento per poi approfondire nel dettaglio la riconversione in struttura per malati di Alzheimer di una struttura delle Suore Carmelitane dismessa, di impronta brutalista, realizzata nel territorio della città metropolitana di Napoli negli anni ‘70. L’ipotesi di rifunzionalizzazione proposta si caratterizza per il rispetto dei caratteri tipologici dell’edilizia conventuale moderna, palesando la propensione di tali strutture a ospitare funzioni socio-sanitarie dal basso contenuto tecnologico.
978-88-96386-62-0
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