Il legame indissolubile tra Napoli e la Spagna emerge, nella prospettiva di Francisco Elias de Tejada e nelle pagine del suo "Napoles hispanico", come caratteristica indelebile della tradizione civile e giuridica del Regno napoletano. Partecipe della "monarchia federativa", Napoli conserva durante i secoli della cd. dominazione spagnola, la sua tradizionale autonomia, fondata su diritto e consuetudini proprie. E' quanto emerge dalla ricca rassegna di autori presi in esame dal pensatore spagnolo, che tra XV e XVII secolo espressero ai massimi livelli la giurisprudenza napoletana (da Matteo d'Afflitto a Paride del Pozzo, da Gioviano Pontano a Roberto Maranta, Prospero Caravita, Scipione Capece, Bartolomeo Camerario, Marino Freccia) dimostrando come le istituzioni del Regno si muovessero nell'alveo di una tradizione consolidata che sanciva, per un verso, la preminenza dello stato napoletano e della stessa capitale rispetto agli altri stati e città della penisola italiana, per altro verso una sorta di affinità politica, e morale con la monarchia cattolica. Proprio in virtù di queste caratteristiche, Napoli sviluppò una sorta di inadattabilità ai tentativi di omologazione a modelli politici e culturali che avvertiva come estranei alla propria tradizione. Pur da una prospettiva singolare, Tejada offre una sua personale interpretazione della "questione meridionale", alla cui origine si pone l'insofferenza all'assoggettamento e ad una concezione della vita e della storia "controcorrente" rispetto a quella che si afferma in Europa nell'età moderna.

Diritto e tradizione civile a Napoli nella storiografia di Francisco Elias de Tejada

Carmela Maria Spadaro
2020

Abstract

Il legame indissolubile tra Napoli e la Spagna emerge, nella prospettiva di Francisco Elias de Tejada e nelle pagine del suo "Napoles hispanico", come caratteristica indelebile della tradizione civile e giuridica del Regno napoletano. Partecipe della "monarchia federativa", Napoli conserva durante i secoli della cd. dominazione spagnola, la sua tradizionale autonomia, fondata su diritto e consuetudini proprie. E' quanto emerge dalla ricca rassegna di autori presi in esame dal pensatore spagnolo, che tra XV e XVII secolo espressero ai massimi livelli la giurisprudenza napoletana (da Matteo d'Afflitto a Paride del Pozzo, da Gioviano Pontano a Roberto Maranta, Prospero Caravita, Scipione Capece, Bartolomeo Camerario, Marino Freccia) dimostrando come le istituzioni del Regno si muovessero nell'alveo di una tradizione consolidata che sanciva, per un verso, la preminenza dello stato napoletano e della stessa capitale rispetto agli altri stati e città della penisola italiana, per altro verso una sorta di affinità politica, e morale con la monarchia cattolica. Proprio in virtù di queste caratteristiche, Napoli sviluppò una sorta di inadattabilità ai tentativi di omologazione a modelli politici e culturali che avvertiva come estranei alla propria tradizione. Pur da una prospettiva singolare, Tejada offre una sua personale interpretazione della "questione meridionale", alla cui origine si pone l'insofferenza all'assoggettamento e ad una concezione della vita e della storia "controcorrente" rispetto a quella che si afferma in Europa nell'età moderna.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/862975
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