Un legame inscindibile fra le arti dell’architettura e della pittura attraversa tutta la produzione artistico-costruttiva di origine mediterranea, e con eccezionali sviluppi in terra italiana; una particolare tensione espressiva ha stretto fra loro queste due arti così fortemente da rendere indissolubili per quasi duemila anni i loro destini. Nella koiné greco-mediterranea, l’arte della pittura,abbandonato il rapporto con la scrittura (che, divenuta alfabetica, prende altre vie di sviluppo), e assunto il compito specifico di tracciare segni indicativi delle immagini visive, resta immersa nello spazio, e dunque sensibile alla sua configurazione ed al suo orientamento. Lo spazio figurativo di un’opera pittorica, nelle culture occidentali, è sempre come lo spazio di una finestra aperta davanti a chi guarda, e affacciata sull’immaginario. Scegliendo di guardare alla Storia dal particolare punto di vista che è quello dell’integrazione fra arte dell’architettura e arte della pittura, ci si trova a raccontare la storia del desiderio di costruire immagini di spazio che contengano dentro se stesse l’infinito. La storia del desiderio d’infinito comincia circa cinquemila anni fa, nelle civiltà cosiddette “pre-greche” del mondo mediterraneo, quelle dell’antico Egitto e del mondo etrusco. Quel bisogno immaginario, e la messa in moto di un’integrazione fra diverse tecniche espressive allo scopo di soddisfarlo, ha una vera e propria esplosione nell’epoca ellenistica e tardoromana, quando questo processo incise specificamente nella vita di tutti i giorni, venendo a prodursi in modo esteso, significativo e anche spettacolare nella costruzione delle case d’abitazione. Nella produzione di manufatti, realizzati a scopo abitativo, architettura e pittura in quell’epoca costituiscono un tutt’uno, un continuum di immaginazione, di pensiero, di progetto, di costruzione, di fruizione, in cui non è più possibile stabilire quale scelta, o quale gesto costruttivo, o quale processo percettivo, siano assegnabili al campo dell’una o a quello dell’altra. Viene abolita la separazione tra spazi “reali” e spazi “immaginari”: della realtà si mostra il valore astratto e fantastico, dell’immaginario si mostra la forza fisicamente trascinante. In questo libro, attraverso l’analisi critica di ventotto opere architettonico-pittoriche degli antichi insediamenti di Ercolano, Pompei, e Roma antica, si racconta quell’epoca in cui, nel mondo mediterraneo, all’apice dello sviluppo dell’antica civiltà romana, si parlò in modo significativo uno linguaggio spaziale primario, architettonicopittorico, nel costruire spazi d’abitazione. Il paradigma di tale produzione artistica è proprio la casa: la casa che non vuole essere solo riparo (tectura) ma anche immagine carica di senso (arché). Ma, in più, la casa che diviene un regno dell’abitare: domus – luogo da cui dominare il mondo. La lettura delle opere viene operata ponendo in continuità concettuale lo spazio illusorio e lo spazio fisico dell’abitare a tutti i livelli della percezione e della rappresentazione del mondo: da quello figurativo delle pitture murali, a quello propriamente architettonico delle case, a quello urbanistico delle città, a quello paesistico e cosmico dei territori abitati e delle immagini del mondo. Nell’indagare il doppio legame tra architettura e pittura - in cui di volta in volta ognuna delle due arti sembra essere il contenente o il contenuto dell’altra – si dimostra l’esistenza nel mondo occidentale di un’arte spaziale primaria, che affonda le sue radici nel terreno profondo della percezione/rappresentazione grecomediterranea del mondo.

FRESQUES DES VILLAS ROMAINES

MAZZOLENI, DONATELLA;
2004

Abstract

Un legame inscindibile fra le arti dell’architettura e della pittura attraversa tutta la produzione artistico-costruttiva di origine mediterranea, e con eccezionali sviluppi in terra italiana; una particolare tensione espressiva ha stretto fra loro queste due arti così fortemente da rendere indissolubili per quasi duemila anni i loro destini. Nella koiné greco-mediterranea, l’arte della pittura,abbandonato il rapporto con la scrittura (che, divenuta alfabetica, prende altre vie di sviluppo), e assunto il compito specifico di tracciare segni indicativi delle immagini visive, resta immersa nello spazio, e dunque sensibile alla sua configurazione ed al suo orientamento. Lo spazio figurativo di un’opera pittorica, nelle culture occidentali, è sempre come lo spazio di una finestra aperta davanti a chi guarda, e affacciata sull’immaginario. Scegliendo di guardare alla Storia dal particolare punto di vista che è quello dell’integrazione fra arte dell’architettura e arte della pittura, ci si trova a raccontare la storia del desiderio di costruire immagini di spazio che contengano dentro se stesse l’infinito. La storia del desiderio d’infinito comincia circa cinquemila anni fa, nelle civiltà cosiddette “pre-greche” del mondo mediterraneo, quelle dell’antico Egitto e del mondo etrusco. Quel bisogno immaginario, e la messa in moto di un’integrazione fra diverse tecniche espressive allo scopo di soddisfarlo, ha una vera e propria esplosione nell’epoca ellenistica e tardoromana, quando questo processo incise specificamente nella vita di tutti i giorni, venendo a prodursi in modo esteso, significativo e anche spettacolare nella costruzione delle case d’abitazione. Nella produzione di manufatti, realizzati a scopo abitativo, architettura e pittura in quell’epoca costituiscono un tutt’uno, un continuum di immaginazione, di pensiero, di progetto, di costruzione, di fruizione, in cui non è più possibile stabilire quale scelta, o quale gesto costruttivo, o quale processo percettivo, siano assegnabili al campo dell’una o a quello dell’altra. Viene abolita la separazione tra spazi “reali” e spazi “immaginari”: della realtà si mostra il valore astratto e fantastico, dell’immaginario si mostra la forza fisicamente trascinante. In questo libro, attraverso l’analisi critica di ventotto opere architettonico-pittoriche degli antichi insediamenti di Ercolano, Pompei, e Roma antica, si racconta quell’epoca in cui, nel mondo mediterraneo, all’apice dello sviluppo dell’antica civiltà romana, si parlò in modo significativo uno linguaggio spaziale primario, architettonicopittorico, nel costruire spazi d’abitazione. Il paradigma di tale produzione artistica è proprio la casa: la casa che non vuole essere solo riparo (tectura) ma anche immagine carica di senso (arché). Ma, in più, la casa che diviene un regno dell’abitare: domus – luogo da cui dominare il mondo. La lettura delle opere viene operata ponendo in continuità concettuale lo spazio illusorio e lo spazio fisico dell’abitare a tutti i livelli della percezione e della rappresentazione del mondo: da quello figurativo delle pitture murali, a quello propriamente architettonico delle case, a quello urbanistico delle città, a quello paesistico e cosmico dei territori abitati e delle immagini del mondo. Nell’indagare il doppio legame tra architettura e pittura - in cui di volta in volta ognuna delle due arti sembra essere il contenente o il contenuto dell’altra – si dimostra l’esistenza nel mondo occidentale di un’arte spaziale primaria, che affonda le sue radici nel terreno profondo della percezione/rappresentazione grecomediterranea del mondo.
089236766
9782850882043
9788877433060
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/8307
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