Questi saggi (composti negli ultimi anni) sono stati scritti con l'intenzione di riunirli in un libro, in quanto nascono da un unico centro ispiratore. Il confronto, quasi sempre esplicito ma comunque presente come nel caso dei due saggi su Guicciardini, fra il pensiero di Machiavelli e alcune figure fondamentali delle origini della Modernità: da Leonardo a Guicciardini a Montaigne a Campanella ai gesuiti a Pascal a Vico. L'intenzione è stata quella di vedere come il pensiero di Machiavelli, che nasce da un forte e antinomico rapporto fra tensione utopica e “verità effettuale”, creasse attriti affinità e distanze rispetto ad alcune forme politiche dell'età moderna. I primi secoli della modernità politica, in modo peculiare nei paesi romanzi rimasti fedeli alla Chiesa di Roma, risultano profondamente segnati dal lascito del Segretario fiorentino. E’ un mondo pluriverso non riducibile a una sola formula, ma che mi sembra muoversi lungo due vettori fondamentali: il realismo politico, inteso come analisi della “verità effettuale” e dell’essere delle cose e degli uomini, e una tensione utopica, che si protende verso una politica del futuro e verso un dover essere che però non dimentica affatto e anzi si misura con la tragica e tumultuosa realtà storica cinque-seicentesca. Dal realismo scandaloso, energico e innovatore di Machiavelli al ripudio netto di ogni tentazione utopica e al realismo “nominalistico”, ultima grandiosa testimonianza della fiducia umanistica nel logos, cui approda Guicciardini; dalla costituzione di un soggetto pulviscolare e dalle infinite accezioni operata da Montaigne alla straordinaria esperienza intellettuale di Campanella che coniuga una conoscenza naturalistica ispirata alla lezione telesiana a un inedito ordine metafisico sul quale si erge la Città del Sole; dalla dottrina politica gesuitica, che istituisce un paradigma della mediazione, al machiavellismo dissimulato e alla anti-utopia di Pascal, fino al più grande machiavelliano degli antimachiavellici ovvero Vico, molti furono i tentativi e le istanze e le proposte di nuovi percorsi politici dialoganti o inospitali verso il patrimonio classico. Ma comune e prevalente è una ricerca di nuove forme del sapere politico, che sapessero rispondere alla rivoluzione culturale rinascimentale e alla sua dura critica agli assetti disciplinari, ideologici, filosofici, scientifici ereditati dall’epoca medievala. Si trattava, dopo il sisma provocato dalla cultura quattro-cinquecentesca, dalle guerre d’Italia e dalla crisi e frattura religiosa, di edificare nuovi edifici epistemologici e di affidarli a nuovi architetti. Su alcuni versanti di questa trasformazione intellettuale mi sono soffermato nei saggi qui raccolti, cercando di illuminarli da diverse angolazioni, ma convergenti nel progetto complessivo e unitario di questo volume.

All'ombra del centauro. Tensione utopica e verità effettuale da Machiavelli a Vico

Gennaro Maria Barbuto
2019

Abstract

Questi saggi (composti negli ultimi anni) sono stati scritti con l'intenzione di riunirli in un libro, in quanto nascono da un unico centro ispiratore. Il confronto, quasi sempre esplicito ma comunque presente come nel caso dei due saggi su Guicciardini, fra il pensiero di Machiavelli e alcune figure fondamentali delle origini della Modernità: da Leonardo a Guicciardini a Montaigne a Campanella ai gesuiti a Pascal a Vico. L'intenzione è stata quella di vedere come il pensiero di Machiavelli, che nasce da un forte e antinomico rapporto fra tensione utopica e “verità effettuale”, creasse attriti affinità e distanze rispetto ad alcune forme politiche dell'età moderna. I primi secoli della modernità politica, in modo peculiare nei paesi romanzi rimasti fedeli alla Chiesa di Roma, risultano profondamente segnati dal lascito del Segretario fiorentino. E’ un mondo pluriverso non riducibile a una sola formula, ma che mi sembra muoversi lungo due vettori fondamentali: il realismo politico, inteso come analisi della “verità effettuale” e dell’essere delle cose e degli uomini, e una tensione utopica, che si protende verso una politica del futuro e verso un dover essere che però non dimentica affatto e anzi si misura con la tragica e tumultuosa realtà storica cinque-seicentesca. Dal realismo scandaloso, energico e innovatore di Machiavelli al ripudio netto di ogni tentazione utopica e al realismo “nominalistico”, ultima grandiosa testimonianza della fiducia umanistica nel logos, cui approda Guicciardini; dalla costituzione di un soggetto pulviscolare e dalle infinite accezioni operata da Montaigne alla straordinaria esperienza intellettuale di Campanella che coniuga una conoscenza naturalistica ispirata alla lezione telesiana a un inedito ordine metafisico sul quale si erge la Città del Sole; dalla dottrina politica gesuitica, che istituisce un paradigma della mediazione, al machiavellismo dissimulato e alla anti-utopia di Pascal, fino al più grande machiavelliano degli antimachiavellici ovvero Vico, molti furono i tentativi e le istanze e le proposte di nuovi percorsi politici dialoganti o inospitali verso il patrimonio classico. Ma comune e prevalente è una ricerca di nuove forme del sapere politico, che sapessero rispondere alla rivoluzione culturale rinascimentale e alla sua dura critica agli assetti disciplinari, ideologici, filosofici, scientifici ereditati dall’epoca medievala. Si trattava, dopo il sisma provocato dalla cultura quattro-cinquecentesca, dalle guerre d’Italia e dalla crisi e frattura religiosa, di edificare nuovi edifici epistemologici e di affidarli a nuovi architetti. Su alcuni versanti di questa trasformazione intellettuale mi sono soffermato nei saggi qui raccolti, cercando di illuminarli da diverse angolazioni, ma convergenti nel progetto complessivo e unitario di questo volume.
978-88-498-5909-6
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