Il libro cerca di coniugare due visioni della nozione di industria culturale – quella elaborata dagli approcci critici più noti (dai francofortesi ai Cultural Studies) e quella descritta dai contributi dell’economia politica della comunicazione di stampo anglosassone (Gran Bretagna e Canada anglofono) e della teoria delle industrie culturali di area culturale francese (Francia e Canada francofono) – ripercorrendo inoltre la storia della ricerca comunicativa dagli anni Sessanta in poi. Cerca, quindi, di fornire strumenti critici e analitici per coniugare l’osservazione dei flussi (economici, sociali, comunicativi) attraverso i quali l’industria culturale si struttura come “sistema” e si concentra in particolare sul lavoro di consumo: come produzione di senso e come produzione di valore. Il titolo richiama un articolo di Dallas W. Smythe – pioniere dell’economia politica della comunicazione negli USA e poi in Canada – sul «Canadian Journal of Political and Social Theory»: “Communications. Blindspot of Western Marxism” (1977). In quell’articolo Smythe accusava i colleghi europei di affrontare l’analisi della radio e della televisione concentrandosi prevalentemente sugli aspetti dell’“ideologia”, ignorando o trascurando le logiche economiche e industriali degli apparati di comunicazione. La nostra tradizione di studi ha, in effetti, tardato a considerare l’“industria culturale” come un segmento importante e significativo del sistema economico-industriale, passando perlopiù in sottordine lo studio delle sue logiche economiche. Di conseguenza, gran parte della letteratura (europea, americana e canadese) sull’economia della comunicazione è rimasta da noi misconosciuta e ha goduto di limitatissima circolazione, proprio come l’articolo che dà il titolo al volume, tradotto in italiano, in epoca ormai remota – “Il sistema delle comunicazioni: ‘buco nero’ del marxismo occidentale”, in Ikon, n. 3, 1979 – e per lungo tempo dimenticato.

Blindspot. Punti ciechi e punti di vista sull’industria culturale

STAZIO, Marialuisa
2007

Abstract

Il libro cerca di coniugare due visioni della nozione di industria culturale – quella elaborata dagli approcci critici più noti (dai francofortesi ai Cultural Studies) e quella descritta dai contributi dell’economia politica della comunicazione di stampo anglosassone (Gran Bretagna e Canada anglofono) e della teoria delle industrie culturali di area culturale francese (Francia e Canada francofono) – ripercorrendo inoltre la storia della ricerca comunicativa dagli anni Sessanta in poi. Cerca, quindi, di fornire strumenti critici e analitici per coniugare l’osservazione dei flussi (economici, sociali, comunicativi) attraverso i quali l’industria culturale si struttura come “sistema” e si concentra in particolare sul lavoro di consumo: come produzione di senso e come produzione di valore. Il titolo richiama un articolo di Dallas W. Smythe – pioniere dell’economia politica della comunicazione negli USA e poi in Canada – sul «Canadian Journal of Political and Social Theory»: “Communications. Blindspot of Western Marxism” (1977). In quell’articolo Smythe accusava i colleghi europei di affrontare l’analisi della radio e della televisione concentrandosi prevalentemente sugli aspetti dell’“ideologia”, ignorando o trascurando le logiche economiche e industriali degli apparati di comunicazione. La nostra tradizione di studi ha, in effetti, tardato a considerare l’“industria culturale” come un segmento importante e significativo del sistema economico-industriale, passando perlopiù in sottordine lo studio delle sue logiche economiche. Di conseguenza, gran parte della letteratura (europea, americana e canadese) sull’economia della comunicazione è rimasta da noi misconosciuta e ha goduto di limitatissima circolazione, proprio come l’articolo che dà il titolo al volume, tradotto in italiano, in epoca ormai remota – “Il sistema delle comunicazioni: ‘buco nero’ del marxismo occidentale”, in Ikon, n. 3, 1979 – e per lungo tempo dimenticato.
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