Limite è un segno visibile che indica un confine; talvolta quel segno non si materializza in un gesto formale unitario ed omogeneo, ma assume caratteri complessi, attraversa e si fa attraversare da una molteplicità di spazi, che lo trasformano da limite in soglia, ovvero elemento “tra” due condizioni differenti, esperienza transeunte tra un principio ed una fine. L’idea di paesaggio limite o di paesaggio soglia che qui si intende indagare si riferisce a quelle frange di territorio a confine tra città e campagna, in cui l’una e l’altra si fondono e si confondono in una mescolanza tipica dei luoghi di soglia. I luoghi soglia di cui si parla coincidono spesso con le periferie delle nostre città, luoghi dello spawl urbano, immagini di un paesaggio fatto di scarti, di spazi che vorrebbero essere “rimossi” in quanto non rispondono a quanto il senso comune richiede alla percezione quotidiana dei luoghi dell’abitare e del vivere. Nella percezione quotidiana, questi spazi diventano “paesaggi rifiutati”. La disintegrazione dei confini della città si traduce nella destrutturazione dei suoi spazi e di quelli delle aree rurali limitrofe: il frazionamento dei terreni per la costruzione di nuova cubatura, i cambiamenti o l’abbandono delle colture tradizionali e della memoria rurale, la bassa densità e la mancanza di chiari tracciati ordinatori a favore di una crescita rapida e disordinata, sono i segni caratteristici dello sprawl urbano. La destrutturazione si innesta su sistema organico di conformazione del territorio agricolo, frutto della memoria di quei luoghi, lasciando crescere il rifiuto di quel paesaggio e la sua percezione comune di spazio giudicato “brutto”. Alla luce dello scollamento tra gli strati della memoria del paesaggio, dei fenomeni di destrutturazione e della loro percezione, per comprendere da dove nasce il rifiuto del paesaggio, bisognerebbe interrogarsi sul legame tra la decostruzione del territorio ed il concetto di“brutto”, inteso come forte squilibrio nella relazione organica tra le parti di un tutto. La destrutturazione del paesaggio, nella sua accezione negativa, annulla le strategie di sviluppo organico, azzera quel fattore che tiene assieme tutti gli elementi che formano il paesaggio stesso, ne azzera la memoria, facendo si che, anche in una situazione, in cui la dispersione si innesta su una causa che trova le sue radici nella storia di quel territorio, quel fenomeno le risulta estraneo, non organico, quindi brutto, quindi rifiutato. Il paesaggio, così come la percezione del bello e del brutto, sono qualcosa di molto più complesso di quello che vediamo, sono relativi al periodo storico, alla cultura dominante, così come il brutto, sono relativi allo stesso concetto: il tempo. Per Carl Gustav Jung (nel suo saggio sullo Ulysses di Joyce, del 1932) il brutto di oggi è segno e avvisaglia di grandi trasformazioni a venire. Il progetto di paesaggio, non può essere ridotto a mera sintesi figurativa, è un progetto del e nel tempo. Deve tener conto delle dinamiche del territorio, della sua infrastrutturazione, della sua densificazione o rarefazione, della sua decostruzione in intervalli, il tutto nel tentativo di ricucire lo slittamento semantico nato dalla sovrapposizione di due storie: quella agricola e quella policentrica della città diffusa. Da questa reinterpretazione del paesaggio decostruito potrebbero nascere le “grandi trasformazioni”, di cui il brutto di oggi è segno ed avvisaglia. Il senso dell'accettazione di quel paesaggio potrebbe essere esplicitato dal pensiero che nasce ad esempio, guardando uno dei ritratti di donna di Picasso: i suoi caratteri di bellezza sono andati oltre i canoni estetici classici. Il bello nasce dalla disarmonia, l'accettazione passa attraverso il rifiuto.

La decostruzione del paesaggio nei luoghi di soglia tra città e campagna / Giammetti, Mariateresa. - In: SABIEDRIBA, INTEGRACIJA, IZGLITIBA. - ISSN 1691-5887. - (2013), pp. 269-280.

La decostruzione del paesaggio nei luoghi di soglia tra città e campagna

Mariateresa Giammetti
2013

Abstract

Limite è un segno visibile che indica un confine; talvolta quel segno non si materializza in un gesto formale unitario ed omogeneo, ma assume caratteri complessi, attraversa e si fa attraversare da una molteplicità di spazi, che lo trasformano da limite in soglia, ovvero elemento “tra” due condizioni differenti, esperienza transeunte tra un principio ed una fine. L’idea di paesaggio limite o di paesaggio soglia che qui si intende indagare si riferisce a quelle frange di territorio a confine tra città e campagna, in cui l’una e l’altra si fondono e si confondono in una mescolanza tipica dei luoghi di soglia. I luoghi soglia di cui si parla coincidono spesso con le periferie delle nostre città, luoghi dello spawl urbano, immagini di un paesaggio fatto di scarti, di spazi che vorrebbero essere “rimossi” in quanto non rispondono a quanto il senso comune richiede alla percezione quotidiana dei luoghi dell’abitare e del vivere. Nella percezione quotidiana, questi spazi diventano “paesaggi rifiutati”. La disintegrazione dei confini della città si traduce nella destrutturazione dei suoi spazi e di quelli delle aree rurali limitrofe: il frazionamento dei terreni per la costruzione di nuova cubatura, i cambiamenti o l’abbandono delle colture tradizionali e della memoria rurale, la bassa densità e la mancanza di chiari tracciati ordinatori a favore di una crescita rapida e disordinata, sono i segni caratteristici dello sprawl urbano. La destrutturazione si innesta su sistema organico di conformazione del territorio agricolo, frutto della memoria di quei luoghi, lasciando crescere il rifiuto di quel paesaggio e la sua percezione comune di spazio giudicato “brutto”. Alla luce dello scollamento tra gli strati della memoria del paesaggio, dei fenomeni di destrutturazione e della loro percezione, per comprendere da dove nasce il rifiuto del paesaggio, bisognerebbe interrogarsi sul legame tra la decostruzione del territorio ed il concetto di“brutto”, inteso come forte squilibrio nella relazione organica tra le parti di un tutto. La destrutturazione del paesaggio, nella sua accezione negativa, annulla le strategie di sviluppo organico, azzera quel fattore che tiene assieme tutti gli elementi che formano il paesaggio stesso, ne azzera la memoria, facendo si che, anche in una situazione, in cui la dispersione si innesta su una causa che trova le sue radici nella storia di quel territorio, quel fenomeno le risulta estraneo, non organico, quindi brutto, quindi rifiutato. Il paesaggio, così come la percezione del bello e del brutto, sono qualcosa di molto più complesso di quello che vediamo, sono relativi al periodo storico, alla cultura dominante, così come il brutto, sono relativi allo stesso concetto: il tempo. Per Carl Gustav Jung (nel suo saggio sullo Ulysses di Joyce, del 1932) il brutto di oggi è segno e avvisaglia di grandi trasformazioni a venire. Il progetto di paesaggio, non può essere ridotto a mera sintesi figurativa, è un progetto del e nel tempo. Deve tener conto delle dinamiche del territorio, della sua infrastrutturazione, della sua densificazione o rarefazione, della sua decostruzione in intervalli, il tutto nel tentativo di ricucire lo slittamento semantico nato dalla sovrapposizione di due storie: quella agricola e quella policentrica della città diffusa. Da questa reinterpretazione del paesaggio decostruito potrebbero nascere le “grandi trasformazioni”, di cui il brutto di oggi è segno ed avvisaglia. Il senso dell'accettazione di quel paesaggio potrebbe essere esplicitato dal pensiero che nasce ad esempio, guardando uno dei ritratti di donna di Picasso: i suoi caratteri di bellezza sono andati oltre i canoni estetici classici. Il bello nasce dalla disarmonia, l'accettazione passa attraverso il rifiuto.
2013
La decostruzione del paesaggio nei luoghi di soglia tra città e campagna / Giammetti, Mariateresa. - In: SABIEDRIBA, INTEGRACIJA, IZGLITIBA. - ISSN 1691-5887. - (2013), pp. 269-280.
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