Nell’estate del 1957 si tiene a Berlino ovest l’esposizione internazionale di architettura dell’Interbau, con cui la città intende presentare al mondo il suo nuovo volto in esplicita contrapposizione a quanto si sta realizzando nel settore orientale. Giacché gli edifici realizzati sono costruiti per essere abitati, non si tratta di un’esposizione temporanea, ma di un comparto urbano che incarna in pieno l’intero dibattito teorico della fase postbellica sulla pianificazione della città e sull’architettura. Mediante una complessa e tormentata procedura burocratica è definito un piano generale dell’area, comprendente gli edifici residenziali e quelli ad uso collettivo. Accanto ad architetti meno noti sono invitati a partecipare anche nomi celebri, tra cui Le Corbusier, Gropius, Aalto, Niemeyer, Bakema e Jacobsen. I risultati sono ovviamente alquanto eterogenei, sebbene che il senso dell’operazione non consista in una sommatoria di edifici più o meno interessanti, quanto piuttosto in un insieme organico, definito da precise logiche sia sul piano architettonico che su quello urbano. Il quartiere di Hansaviertel acquisisce, come d’altronde era nelle intenzioni, un carattere fortemente simbolico, con ricadute decisive sia sul versante disciplinare che su quello politico. Sulla base della Carta di Atene e delle riflessioni di ambito soprattutto tedesco che ne sono derivate, è definito un frammento urbano che ambisce ad essere a misura d’uomo, immerso nel verde, dotato di ottime reti infrastrutturali e delle necessarie attrezzature. Pur non fornendo una soluzione facilmente ‘esportabile’, indica una direzione precisa per la ricostruzione della città mostrando l’affrancamento della cultura architettonica e urbanistica postbellica dalla fase weimariana e fornendo una convinta alternativa alla Stalinallee di Berlino est.

L’esposizione dell’Interbau 57 e il quartiere Hansaviertel a Berlino

MAGLIO, ANDREA
2014

Abstract

Nell’estate del 1957 si tiene a Berlino ovest l’esposizione internazionale di architettura dell’Interbau, con cui la città intende presentare al mondo il suo nuovo volto in esplicita contrapposizione a quanto si sta realizzando nel settore orientale. Giacché gli edifici realizzati sono costruiti per essere abitati, non si tratta di un’esposizione temporanea, ma di un comparto urbano che incarna in pieno l’intero dibattito teorico della fase postbellica sulla pianificazione della città e sull’architettura. Mediante una complessa e tormentata procedura burocratica è definito un piano generale dell’area, comprendente gli edifici residenziali e quelli ad uso collettivo. Accanto ad architetti meno noti sono invitati a partecipare anche nomi celebri, tra cui Le Corbusier, Gropius, Aalto, Niemeyer, Bakema e Jacobsen. I risultati sono ovviamente alquanto eterogenei, sebbene che il senso dell’operazione non consista in una sommatoria di edifici più o meno interessanti, quanto piuttosto in un insieme organico, definito da precise logiche sia sul piano architettonico che su quello urbano. Il quartiere di Hansaviertel acquisisce, come d’altronde era nelle intenzioni, un carattere fortemente simbolico, con ricadute decisive sia sul versante disciplinare che su quello politico. Sulla base della Carta di Atene e delle riflessioni di ambito soprattutto tedesco che ne sono derivate, è definito un frammento urbano che ambisce ad essere a misura d’uomo, immerso nel verde, dotato di ottime reti infrastrutturali e delle necessarie attrezzature. Pur non fornendo una soluzione facilmente ‘esportabile’, indica una direzione precisa per la ricostruzione della città mostrando l’affrancamento della cultura architettonica e urbanistica postbellica dalla fase weimariana e fornendo una convinta alternativa alla Stalinallee di Berlino est.
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