Tra le maggiori e più diffuse criticità rilevabili all’interno delle scuole di architettura italiane si evidenziano da un lato il crescente scollamento con le necessità espresse dal mondo professionale e dall’altro, già durante il percorso di studi, una mancanza di osmosi tra le competenze acquisite nelle varie discipline che concorrono al progetto. Questi due aspetti si riflettono nell’autoreferenzialità che in parte contraddistingue il mondo accademico, che continua a lavorare sull’applicazione dall’alto di modelli teorici non verificati nel reale, e nella tendenza diffusa ad un approccio ipertecnicistico che ostacola la costruzione della capacità di sintesi tra diverse visioni, indispensabile all’architetto. Rispetto a queste difficoltà il contributo offerto dalle discipline che concorrono nel settore ICAR16 offre l’occasione di lavorare in direzione costruttiva. Innanzitutto queste incidono nel legare il progetto alla misura, fisica quanto culturale, dell’uomo opponendosi all’indifferenza alle modalità complesse dell’esperienza e della fruizione dello spazio architettonico in parte indotta da processi progettuali governati da un approccio esclusivamente tecnologico se non derivato dall’informatica. Il progetto di interni, o comunque il progetto di piccoli interventi, comporta inoltre la ineludibile necessità di essere concepito in chiave tettonica sin dal primo approccio, legando già in fase preconcettuale il lavoro sulla conformazione a quello sulla materialità. Anche nella lettura del contesto di intervento, il progetto alla piccola scala, presentandosi spesso quale manipolazione, trasformazione, addizione dell’esistente, promuove l’attitudine a costruire una maggiore sensibilità nella lettura delle tracce, materiali e immateriali, quanto mai necessaria in un contesto operativo quale quello italiano, caratterizzato da una stratificazione densa e carica di valori. Evidenzia infine l’opportunità di non trascurare la rilevanza, nonché l’aderenza a scenari possibili di realtà, di interventi di misura fisica contenuta ma che possono essere di grosso impatto sul piano della qualità dell’abitare sia spazi privati che luoghi urbani. In confronto a Grands Travaux che spesso hanno dato prova di inutilità o di eccessiva lentezza che provoca obsolescenza e rifiuto, i piccoli interventi mostrano un’attidudine a registrare con immediatezza i bisogni, le trasformazioni e gli impulsi dettati dal mondo reale, nei confronti del quale il mondo della formazione universitaria dovrebbe mostrare più attenzione, senza allentare la tensione a connettere sperimentazione progettuale e riflessione teorica. Queste considerazioni riassumono il ruolo formativo che il progetto alla piccola scala riveste nella costruzione della figura dell’architetto, i cui eventuali specialismi necessitano di essere fondati su di una capacità di sintesi e visione unitaria indispensabili per prefigurare i luoghi dell’abitare. Con perplessità si registra invece una sempre minore attenzione nei confronti delle discipline del settore ICAR 16 nei corsi di laurea in Architettura, mentre esse trovano spazio nei corsi di laurea in Disegno industriale, che non mirano alla costruzione dell’architetto: questo fenomeno esprime una lettura del progetto dell’interno architettonico solo quale luogo di definizione degli aspetti terminali e non anche quale luogo di primaria genesi dello spazio, avallando la deriva della riduzione del progetto ad un’operazione epidermica, quasi di cosmesi, che si collega al processo di dissoluzione tra le diverse componenti del progetto, quasi incapaci di dialogare tra di loro, alla radice di una crisi dell’identità e del ruolo della figura dell’architetto.

Il progetto a misura umana e la formazione dell'architetto

CAFIERO, GIOCONDA
2015

Abstract

Tra le maggiori e più diffuse criticità rilevabili all’interno delle scuole di architettura italiane si evidenziano da un lato il crescente scollamento con le necessità espresse dal mondo professionale e dall’altro, già durante il percorso di studi, una mancanza di osmosi tra le competenze acquisite nelle varie discipline che concorrono al progetto. Questi due aspetti si riflettono nell’autoreferenzialità che in parte contraddistingue il mondo accademico, che continua a lavorare sull’applicazione dall’alto di modelli teorici non verificati nel reale, e nella tendenza diffusa ad un approccio ipertecnicistico che ostacola la costruzione della capacità di sintesi tra diverse visioni, indispensabile all’architetto. Rispetto a queste difficoltà il contributo offerto dalle discipline che concorrono nel settore ICAR16 offre l’occasione di lavorare in direzione costruttiva. Innanzitutto queste incidono nel legare il progetto alla misura, fisica quanto culturale, dell’uomo opponendosi all’indifferenza alle modalità complesse dell’esperienza e della fruizione dello spazio architettonico in parte indotta da processi progettuali governati da un approccio esclusivamente tecnologico se non derivato dall’informatica. Il progetto di interni, o comunque il progetto di piccoli interventi, comporta inoltre la ineludibile necessità di essere concepito in chiave tettonica sin dal primo approccio, legando già in fase preconcettuale il lavoro sulla conformazione a quello sulla materialità. Anche nella lettura del contesto di intervento, il progetto alla piccola scala, presentandosi spesso quale manipolazione, trasformazione, addizione dell’esistente, promuove l’attitudine a costruire una maggiore sensibilità nella lettura delle tracce, materiali e immateriali, quanto mai necessaria in un contesto operativo quale quello italiano, caratterizzato da una stratificazione densa e carica di valori. Evidenzia infine l’opportunità di non trascurare la rilevanza, nonché l’aderenza a scenari possibili di realtà, di interventi di misura fisica contenuta ma che possono essere di grosso impatto sul piano della qualità dell’abitare sia spazi privati che luoghi urbani. In confronto a Grands Travaux che spesso hanno dato prova di inutilità o di eccessiva lentezza che provoca obsolescenza e rifiuto, i piccoli interventi mostrano un’attidudine a registrare con immediatezza i bisogni, le trasformazioni e gli impulsi dettati dal mondo reale, nei confronti del quale il mondo della formazione universitaria dovrebbe mostrare più attenzione, senza allentare la tensione a connettere sperimentazione progettuale e riflessione teorica. Queste considerazioni riassumono il ruolo formativo che il progetto alla piccola scala riveste nella costruzione della figura dell’architetto, i cui eventuali specialismi necessitano di essere fondati su di una capacità di sintesi e visione unitaria indispensabili per prefigurare i luoghi dell’abitare. Con perplessità si registra invece una sempre minore attenzione nei confronti delle discipline del settore ICAR 16 nei corsi di laurea in Architettura, mentre esse trovano spazio nei corsi di laurea in Disegno industriale, che non mirano alla costruzione dell’architetto: questo fenomeno esprime una lettura del progetto dell’interno architettonico solo quale luogo di definizione degli aspetti terminali e non anche quale luogo di primaria genesi dello spazio, avallando la deriva della riduzione del progetto ad un’operazione epidermica, quasi di cosmesi, che si collega al processo di dissoluzione tra le diverse componenti del progetto, quasi incapaci di dialogare tra di loro, alla radice di una crisi dell’identità e del ruolo della figura dell’architetto.
9788890905438
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11588/611724
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