Rievocare gli ozi vissuti a Napoli tra giochi di società e rappresentazioni teatrali, descrivere gli arredi preziosi esposti con orgoglio dalle famiglie nobiliari, elencare le collezioni d’arte gelosamente custodite, anche in quanto strumenti di tesaurizzazione dei beni, sono frontiere da tempo ampiamente valicate dagli studiosi1. I nuovi temi di ricerca degli storici del territorio e della feudalità, attratti dagli aspetti economici e sociali dell’aristocrazia, hanno risvegliato dopo circa vent’anni l’interesse per le residenze signorili e la rappresentatività dei loro spazi, goduti in stanze raffinate e riservate, inserendoli negli accesi dibattiti sul tema del lusso e dei consumi nell’età moderna. A rinverdire lo stato della ricerca contribuisce l’analisi non solo degli interni, ma anche quello del terreno esterno alle mura domestiche, una superficie non sempre ben definibile, che tra il xvii e xviii secolo asseconda le trasformazioni del ceto aristocratico. Da luogo chiuso destinato in tempo di guerra a mansioni di difesa si evolve in tempo di pace nel verde di parchi che, aperti alla ristretta cerchia dell’élite nobiliare, si aggiungono agli altri simboli di ricchezza del casato. Il giardino, quindi, in quanto specchio rappresentativo del signore che lo realizza, è un altro paradigma dell’ideologia nobiliare, dove l’aristocratico trasferisce attraverso segni e disegni allegorici i propri valori. Come le raccolte librarie, le collezioni di monete, di marmi, di statue e altri reperti antichi anche il giardino delle ville aristocratiche è «espressione dei processi mentali», per cui il nobile destina quel terreno a luogo di meditazione, di scienza o di svago: l’architettura vegetale dei parchi, il disegno e la fantasia dei parterre diventano gli «spiriti informativi» delle interpretazioni personali del possessore circa il mondo e la natura, i suoi rapporti con la fede e con la dinastia regnante.

Una masseria-museo nella campagna napoletana del XVII secolo

LUISE, FLAVIA
2015

Abstract

Rievocare gli ozi vissuti a Napoli tra giochi di società e rappresentazioni teatrali, descrivere gli arredi preziosi esposti con orgoglio dalle famiglie nobiliari, elencare le collezioni d’arte gelosamente custodite, anche in quanto strumenti di tesaurizzazione dei beni, sono frontiere da tempo ampiamente valicate dagli studiosi1. I nuovi temi di ricerca degli storici del territorio e della feudalità, attratti dagli aspetti economici e sociali dell’aristocrazia, hanno risvegliato dopo circa vent’anni l’interesse per le residenze signorili e la rappresentatività dei loro spazi, goduti in stanze raffinate e riservate, inserendoli negli accesi dibattiti sul tema del lusso e dei consumi nell’età moderna. A rinverdire lo stato della ricerca contribuisce l’analisi non solo degli interni, ma anche quello del terreno esterno alle mura domestiche, una superficie non sempre ben definibile, che tra il xvii e xviii secolo asseconda le trasformazioni del ceto aristocratico. Da luogo chiuso destinato in tempo di guerra a mansioni di difesa si evolve in tempo di pace nel verde di parchi che, aperti alla ristretta cerchia dell’élite nobiliare, si aggiungono agli altri simboli di ricchezza del casato. Il giardino, quindi, in quanto specchio rappresentativo del signore che lo realizza, è un altro paradigma dell’ideologia nobiliare, dove l’aristocratico trasferisce attraverso segni e disegni allegorici i propri valori. Come le raccolte librarie, le collezioni di monete, di marmi, di statue e altri reperti antichi anche il giardino delle ville aristocratiche è «espressione dei processi mentali», per cui il nobile destina quel terreno a luogo di meditazione, di scienza o di svago: l’architettura vegetale dei parchi, il disegno e la fantasia dei parterre diventano gli «spiriti informativi» delle interpretazioni personali del possessore circa il mondo e la natura, i suoi rapporti con la fede e con la dinastia regnante.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/607456
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