L'articolo ripercorre rapidamente il "caso" delle cosiddette Vele di Scampia (la ex 167 di Secondigliano, alla periferia Nord di Napoli), enormi edifici contestati dagli abitanti e destinati all'abbattimento negli anni '90. L'articolo dà conto dei risultati di ricerche commissionate dalla amministrazione comunale di Napoli, svolte in periodi precedenti da un gruppo di urbanisti di cui l'autrice faceva parte e tese a rendere "più integrato" il programma di riqualificazione avviato negli anni '90. E argomenta intorno alla necessità di implementare fino in fondo la decisione di abbattere le "Vele" presa ad un certo punto della vicenda, per quanto all'epoca discutibile. In sintesi, si sostiene che non ha senso riaprire oggi un annoso dibattito sul valore estetico degli edifici, per tornare sulle decisioni prese e lasciare in vita solo alcune delle "Vele" sopravvissute come testimonianza di architettura contemporanea perché l'intera vicenda mostra che la richiesta di abbattere quegli edifici ha radici antiche e si è caricata nel tempo di significati anche simbolici che non sarebbe giusto oggi ignorare. E insegna che quelle "opere" - comunque le si voglia giudicare dal punto di vista della qualità architettonica - avevano senso solo in relazione con il disegno complessivo dell'insediamento, poi molto criticato e, in ogni caso, già sostanzialmente modificato dalle politiche avviate negli anni '90.

Il dovere di andare avanti

LEPORE, DANIELA
2011

Abstract

L'articolo ripercorre rapidamente il "caso" delle cosiddette Vele di Scampia (la ex 167 di Secondigliano, alla periferia Nord di Napoli), enormi edifici contestati dagli abitanti e destinati all'abbattimento negli anni '90. L'articolo dà conto dei risultati di ricerche commissionate dalla amministrazione comunale di Napoli, svolte in periodi precedenti da un gruppo di urbanisti di cui l'autrice faceva parte e tese a rendere "più integrato" il programma di riqualificazione avviato negli anni '90. E argomenta intorno alla necessità di implementare fino in fondo la decisione di abbattere le "Vele" presa ad un certo punto della vicenda, per quanto all'epoca discutibile. In sintesi, si sostiene che non ha senso riaprire oggi un annoso dibattito sul valore estetico degli edifici, per tornare sulle decisioni prese e lasciare in vita solo alcune delle "Vele" sopravvissute come testimonianza di architettura contemporanea perché l'intera vicenda mostra che la richiesta di abbattere quegli edifici ha radici antiche e si è caricata nel tempo di significati anche simbolici che non sarebbe giusto oggi ignorare. E insegna che quelle "opere" - comunque le si voglia giudicare dal punto di vista della qualità architettonica - avevano senso solo in relazione con il disegno complessivo dell'insediamento, poi molto criticato e, in ogni caso, già sostanzialmente modificato dalle politiche avviate negli anni '90.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/475869
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