Il contributo intende delineare gli orizzonti operativi dell’attuale generazione di P.T.C., senza pretese di esaustività, ma con qualche ambizione di contribuire all’avanzamento del dibattito disciplinare. La trattazione prende le mosse dall’individuazione, effettuata con una precedente ricerca, della nuova domanda di piano a questa scala, nel tentativo di trovare un comune filo conduttore alle risposte che, in modo più o meno esplicito, vi hanno dato i contributi più recenti del dibattito nazionale. Per impostare una riflessione in proposito, conviene prender atto di due dati: da un lato, la presenza di una domanda crescente di pianificazione in generale; dall’altro il perdurare delle aspettative per una riforma dell’intero sistema di governo del territorio. Riforma che potrebbe anche spostare decisamente verso la dimensione dell’area vasta il baricentro del versante regolativo del piano (senza contare che un autorevole teorico come Luigi Mazza ipotizza addirittura di riservare a questa sola dimensione i contenuti di previsione urbanistica tradizionalmente intesi). Tutto questo autorizza quindi l’assunto di un ruolo crescente della pianificazione provinciale. D’altro canto, i piani della prima generazione hanno finora dato risposte alquanto parziali alla tematica del coordinamento, oscillando tra l’approfondimento in chiave conservativa della materia paesistico-ambientale, approcciata con diverse angolazioni e accentuazioni, e lo sviluppo di valenze propositive in assenza di fondamenti strutturali e regolativi. Per definire il ruolo della pianificazione provinciale risulta allora utile attingere a dei modelli teorici, che conviene disporre secondo una sorta di climax: da una concezione limitativa del P.T.C. quale «contenitore delle tutele» fino a una definizione onnicomprensiva: della Provincia come «integratore locale tra politiche di settore» e del piano come «quadro di coerenza a un’attività di programmazione della progettazione integrata territoriale». Per molti ed evidenti motivi, quest’ultimo approccio sembra risolvere in modo più che rassicurante le incertezze disciplinari in materia. Anzitutto individua chiaramente “integrazione” e “intersettorialità” come parole d’ordine del dibattito in corso. Molti parlano di “integrazione” come imperativo categorico delle politiche territoriali (ed è in questa chiave che propone quello slittamento di senso da “urbanistica” a “governo del territorio” che connota il linguaggio della legislazione regionale recente). Mentre altri si soffermano piuttosto sui vantaggi di un approccio integrato per la pianificazione di materie complesse come la programmazione degli orari o le politiche di supporto ai piccoli centri. In altre esperienze si coglie invece una connotazione propulsiva che pare ovviare alla maggior parte delle critiche finora mosse ai piani provinciali, per la loro tendenza a fare più da “sponda” che da “motore” dello sviluppo: a parlare, cioè, “in negativo” (istituendo vincoli d’uso e di trasformazione a partire dall’individuazione di invarianti) assai più che “in positivo” (promovendo soluzioni innovative il cui valore aggiunto risiede proprio nell’intersettorialità dell’approccio). Collegare, quindi, non solo i diversi livelli e settori operativi, ma anche i due versanti, “conformativo” e “performativo” del piano, pare essere l’obiettivo primario della nuova generazione di P.T.C. in relazione all’evoluzione della domanda. Considerando la perdurante frammentarietà delle condizioni di partenza, resta peraltro da chiedersi con che gradualità, e con quali configurazioni intermedie, sia opportuno che ciascun esercizio di pianificazione provi ad avvicinarsi a quest’optimum. Emerge allora, a questo proposito, un’ulteriore valenza della pianificazione provinciale in quanto momento di interconnessione fra diversi soggetti: quello di catalizzare una maturazione sostenibile del dibattito e delle pratiche locali, in misura ottimale rispetto alla suscettibilità del milieu.

Progettazione integrata territoriale e pianificazione provinciale: nuovi obiettivi per la seconda generazione di P.T.C.

VIGNOZZI, ALESSANDRO
2009

Abstract

Il contributo intende delineare gli orizzonti operativi dell’attuale generazione di P.T.C., senza pretese di esaustività, ma con qualche ambizione di contribuire all’avanzamento del dibattito disciplinare. La trattazione prende le mosse dall’individuazione, effettuata con una precedente ricerca, della nuova domanda di piano a questa scala, nel tentativo di trovare un comune filo conduttore alle risposte che, in modo più o meno esplicito, vi hanno dato i contributi più recenti del dibattito nazionale. Per impostare una riflessione in proposito, conviene prender atto di due dati: da un lato, la presenza di una domanda crescente di pianificazione in generale; dall’altro il perdurare delle aspettative per una riforma dell’intero sistema di governo del territorio. Riforma che potrebbe anche spostare decisamente verso la dimensione dell’area vasta il baricentro del versante regolativo del piano (senza contare che un autorevole teorico come Luigi Mazza ipotizza addirittura di riservare a questa sola dimensione i contenuti di previsione urbanistica tradizionalmente intesi). Tutto questo autorizza quindi l’assunto di un ruolo crescente della pianificazione provinciale. D’altro canto, i piani della prima generazione hanno finora dato risposte alquanto parziali alla tematica del coordinamento, oscillando tra l’approfondimento in chiave conservativa della materia paesistico-ambientale, approcciata con diverse angolazioni e accentuazioni, e lo sviluppo di valenze propositive in assenza di fondamenti strutturali e regolativi. Per definire il ruolo della pianificazione provinciale risulta allora utile attingere a dei modelli teorici, che conviene disporre secondo una sorta di climax: da una concezione limitativa del P.T.C. quale «contenitore delle tutele» fino a una definizione onnicomprensiva: della Provincia come «integratore locale tra politiche di settore» e del piano come «quadro di coerenza a un’attività di programmazione della progettazione integrata territoriale». Per molti ed evidenti motivi, quest’ultimo approccio sembra risolvere in modo più che rassicurante le incertezze disciplinari in materia. Anzitutto individua chiaramente “integrazione” e “intersettorialità” come parole d’ordine del dibattito in corso. Molti parlano di “integrazione” come imperativo categorico delle politiche territoriali (ed è in questa chiave che propone quello slittamento di senso da “urbanistica” a “governo del territorio” che connota il linguaggio della legislazione regionale recente). Mentre altri si soffermano piuttosto sui vantaggi di un approccio integrato per la pianificazione di materie complesse come la programmazione degli orari o le politiche di supporto ai piccoli centri. In altre esperienze si coglie invece una connotazione propulsiva che pare ovviare alla maggior parte delle critiche finora mosse ai piani provinciali, per la loro tendenza a fare più da “sponda” che da “motore” dello sviluppo: a parlare, cioè, “in negativo” (istituendo vincoli d’uso e di trasformazione a partire dall’individuazione di invarianti) assai più che “in positivo” (promovendo soluzioni innovative il cui valore aggiunto risiede proprio nell’intersettorialità dell’approccio). Collegare, quindi, non solo i diversi livelli e settori operativi, ma anche i due versanti, “conformativo” e “performativo” del piano, pare essere l’obiettivo primario della nuova generazione di P.T.C. in relazione all’evoluzione della domanda. Considerando la perdurante frammentarietà delle condizioni di partenza, resta peraltro da chiedersi con che gradualità, e con quali configurazioni intermedie, sia opportuno che ciascun esercizio di pianificazione provi ad avvicinarsi a quest’optimum. Emerge allora, a questo proposito, un’ulteriore valenza della pianificazione provinciale in quanto momento di interconnessione fra diversi soggetti: quello di catalizzare una maturazione sostenibile del dibattito e delle pratiche locali, in misura ottimale rispetto alla suscettibilità del milieu.
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