INCOMING AND REPEATER: THE LONG “STAYER” FOR CONTEMPORARY “GRAND TOUR” - LOCAL TOURIST SYSTEMS OF CAMPANIA REGION. Giacinta Jalongo: (1); Emma Buondonno: (2); Roberta Crescenzo: (3) (1) Professore, Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, ialongo@unina.it; (2) Professore, Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, emma.buondonno@unina.it; (3) Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, crescenzoroberta@hotmail.it Abstract Nelle moderne concezioni economiche di sviluppo e di crescita il turismo ha via via assunto un ruolo e una funzione di decisa importanza. Non solo nei Paesi occidentali; non certo limitatamente ai flussi monetari che sposta, ma - e forse principalmente - per i trasferimenti e le osmosi culturali che determina. Sussistono tuttavia due momenti di stress nel rapporto (ch’è di certamente scontro) tra presenza turistica e ordinaria vita delle società visitate. Il primo attiene al bilancio costi-vantaggi, ed è connesso allo sforzo aggiuntivo che il paese ospitante deve compiere per servizi, adeguamenti, costi ombra, eccetera. Il secondo pericolo sta nelle forti componenti di omologazione, che comporta (e in qualche modo trascina) un turismo non più in equilibrio tra fasi elitarie (il “viaggiatore”) e presenze di masse organizzate (il gitante ludico) ma sempre più decisamente orientato in questa direzione. Nel paper si proporrà un modello di sviluppo turistico, organizzativo strutturale tendente a superare questa situazione, per quanto attiene in particolare la regione Campania. La regione Campania costituisce un interessante campo di sperimentazione perché è caratterizzata da singolari sistemi paesistico-ambientali e relative comunità locali assai differenti tra loro, per tutto un insieme di condizioni di vita materiale, sociale e spirituale da loro elaborate nel corso della storia (che ne fanno la loro “civiltà”). Il Sannio e l’Irpinia, il Cilento, l’Alto Casertano e la piana dei “Flegrei” con gli apparati vulcanici rappresentano gli esempi salienti della sua pluralità ed eterogeneità. Napoli e i suoi dintorni hanno sempre rappresentato le principali località di attrazione del Grand Tour dei viaggiatori stranieri verso le mete del Mediterraneo. Napoli è tuttora il baricentro dell’intero bacino ed è candidata a divenire la capitale euromediterranea. Tale punto di forza, però, costituisce allo stesso tempo un fattore di debolezza e fragilità del sistema territoriale e dell’armatura urbana regionale. Il modello organizzativo che si propone tende al riequilibrio delle forze in gioco nei territori in questione, attraverso la riorganizzazione dei nuclei urbani storici e la realizzazione di una nuova mobilità basata su un sistema integrato dei trasporti, con la riutilizzazione dei cosiddetti “rami secchi” delle ferrovie che servivano e possono servire ai rapporti tra le comunità locali e tra i “viaggiatori” e gli “ospiti”. Il tutto attraverso la cooperazione pubblico-privato. Solo in questo modo per altro si potrà ottenere il radicamento del Turismo Relazionale Integrato finalizzato alla realizzazione del Grand Tour contemporaneo; determinando così la simbiosi necessaria per lo sviluppo e l’integrazione sociale tra chi viaggia per conoscenza e chi si aspetta di ricevere ciò che gli può servire per affinare le proprie conoscenze e la propria sensibilità, facendo leva sui valori comuni: ovvero il perdono, la non violenza, il rispetto dell’altro, la condivisione e la non discriminazione. Parole chiave: Napoli capitale euromediterranea, turismo integrato. INTRODUZIONE La cultura europea ed occidentale trova le sue radici nel complesso d’idee, valori, norme, concetti, di equilibrio e bellezza della Grecia antica e della Roma imperiale. Le città fondate dai coloni provenienti dall’Asia e dalla Grecia, ovvero l’insieme che prende il nome di Magna Grecia, assieme a Roma, hanno costituito l’ossatura urbana (oltre che il supporto economico) intorno alla quale si è andato sviluppando e consolidando nel tempo l’interesse dei tanti intellettuali, artisti, scrittori che hanno calcato le scene della cultura nel mondo. Il Grand Tour è il lungo viaggio di formazione e di affinamento intellettuale che molti rampolli delle famiglie della ricca aristocrazia di tutt’Europa compivano sulle tracce delle antiche vestigia, a partire dalla seconda metà del Seicento. Nel Settecento l’itinerario privilegiato del percorso era la nostra Penisola (the italian voyage). Ciò che i grandtourists “inseguivano” era il mito dell’Italia, il mito di un museo all’aperto, con la esorbitante quantità di opere d’arte, il clima mite e radioso, straordinario per i continentali in gran parte provenienti da cieli plumbei, l’eccezionale produzione culturale in quasi tutti i campi erano richiami potentissimi. Ma già nel Seicento, Roma e Venezia avevano cominciato ad esercitare una forte attrazione ed erano destinate ad accrescere la loro fortuna nel tempo. In terza posizione, e a grande distanza nella scala gerarchica, si collocava Napoli (e con Napoli si andava affermando Firenze). E’ nel Settecento che Napoli (e il suo intorno immediato) -- in una situazione che si va configurando più articolata e meno cristallizzata -- emerge nella gerarchia dei centri più attrattivi. La città, divenuta l’unica grande capitale illuministica della cultura europea, passa al secondo posto, subito dopo Roma. Negli anni quaranta dello stesso secolo, le nuove scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei (1738-1748) determinano nuove coordinate nell’itinerario che interessa l’Italia. Il flusso verso le località dei siti archeologici aumenta e si consolida in epoca romantica, quando il fascino del Sud diviene una sorta di calamita. Nel contempo il viaggio, dapprima inteso come bisogno di conoscenza razionale, si trasforma in un’istanza di tipo romantico. Sono gli inglesi dapprima e poi i tedeschi a realizzare quest’idea, stimolati da una pulsione irrefrenabile di allontanarsi il più possibile dalla fredda cultura d’origine, come scrive il giovane Thomas Mann nel 1890 a Napoli. Essi, ritornando nella loro terra, portarono nel loro background mentale le esperienze tratte dai luoghi visitati. Ma, sia il primo fenomeno, legato all’affermarsi della cultura illuminista, che il secondo, connesso all’affermazione della sensibilità pre-romantica e romantica sono caratterizzati da una connotazione fortemente elitaria e limitata a pochi. Nel bacino del Mediterraneo, il microclima e il dolce avvicendarsi delle stagioni esaltavano i pregi dell’ambiente e del paesaggio e costituivano componenti estremamente favorevoli alla vita e alla permanenza dei viaggiatori. I tempi del Grand Tour e del soggiorno dei viaggiatori erano lunghi, spesso duravano mesi e anni, per cui essi permettevano, oltre che il godimento del fascino e della bellezza delle località esplorate, la conoscenza più o meno profonda delle comunità locali e del complesso degli usi, costumi e abitudini delle genti che, a loro volta, facevano tesoro dell’esperienza tratta dal contatto con lo “straniero”. In Campania, le località preferite per lunghi soggiorni erano quelle della Costiera Amalfitana, “la dove fioriscono i limoni” scrive Goethe. Amalfi, Ravello e Scala sono i luoghi più frequentati dai grandtourists. Il fascino esercitato da Amalfi, Ravello, Scala e di tutta la costiera amalfitana perdura e si rafforza nel tempo, sebbene si sostanzi secondo tipologie diverse. Con l’avvento e lo sviluppo del capitalismo, l’avventura, la scelta del viaggio diviene meno personale e sempre più sintonizzata sulle informazioni fornite dalle “guide” e dagli organizzatori del viaggio che decidono le mete in base a criteri economici, piuttosto che seguendo criteri culturali. Si crea il fenomeno sempre più in voga del turismo organizzato per così dire eterodiretto e rivolto ad un pubblico sempre più vasto e massificato. Cambia la filosofia del “viaggio”, cambia il significato più intimo del viaggiare. La omologazione e la globalizzazione degli esseri umani sul pianeta sposta l’interesse al viaggio per concentrarlo e renderlo funzionale allo svago e al tempio libero, non certamente all’esperienza e al sapere. La conoscenza dei luoghi visitatati, quasi sempre quelli più pubblicizzati e di moda, quando va bene, è mero ricordo. Il viaggiatore, meglio ormai dire il turista, niente “comprende” del patrimonio culturale locale, né materiale, né tanto meno spirituale, niente conserva dell’incontro con le culture e i costumi altrui se non una foto scattata, l’alias frettoloso di un’immagine già vista nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Fortunatamente, da un po’ di tempo, le cose vanno cambiando: il turista va ricercando altri valori. Sente sempre più il bisogno di rapporti umani -- diversi da quelli che di solito intrattiene là dove risiede o lavora -- e preferisce sempre più destinazioni non comuni. La Campania non fu estranea a questi fenomeni. Ma qui il Grand Tour non toccava le cosiddette “aree interne”. Tranne le dovute eccezioni riguardanti i siti archeologici più o meno noti in tutto il mondo e particolarmente stimolanti (Ercolano, Pompei, Paestum), esso ha interessato quasi sempre la fascia costiera. Ed anche oggi, con il turismo “mordi e fuggi”, si verifica lo stesso fenomeno. A parte Caserta, o meglio la Reggia e il Parco di Caserta, il turista non si spinge quasi mai verso l’interno della regione, nonostante che nella Campania interna vi siano numerosi centri storici, per così dire centri storici minori, di media e piccola dimensione, -- immersi in un paesaggio naturale e antropico di eccezionale valore, spesso inesplorato -- che hanno giocato un ruolo determinante non solo a livello storico, ma anche sul piano dell’assetto economico - spaziale della Regione, ruolo testimoniato dalle non poche emergenze storico – architettonico – ambientale che ancor oggi si ritrovano. E nonostante che, a livello generale, l’innovazione tecnologica e il processo di accelerazione dei vettori rendano turisticamente possibili escursioni e percorsi a carattere innovativo differentemente orientati rispetto al passato, tradizionalmente non realizzabili in un contesto extraurbano. APPROCCIO METODOLOGICO E TEORICO Per la Campania, oggi, la riflessione sul Turismo Relazionale Integrato è particolarmente importante. Un turismo che recuperi il senso del Grand Tour letto in chiave moderna e post-moderna, come esperienza più generale e più ampia rispetto ai canoni del passato e che coinvolga percorsi finora inesplorati – la strada meno battuta per così dire- . Un Grand Tour capace di contribuire alla crescita culturale della regione, fondata sulla internazionalizzazione dei saperi, che porti a costruire (in parte a ricostruire) un sistema di relazione, una rete di mobilità, chiaramente non per una omologazione delle persone, ma per lo scambio del sapere e della conoscenza in tutta la sfera regionale. Una rete di turismo relazionale, nel caso specifico della Campania, può trovare spunto dagli esempi emblematici della Magna Grecia prima, poi dell’Impero romano, attestandosi intorno ai borghi medievali e alle città rurali della rinascenza, ai siti religiosi. Gli antichi borghi medievali, in particolare, rappresentano un’opportunità per la costruzione dell’armatura urbana regionale e del relativo sistema di connessioni (oggi praticamente inesistente) teso alla strutturazione delle relazioni tra le aree costiere e i “paesaggi” sanniti, irpini, cilentani e delle dorsali appenniniche. Un’armatura urbana regionale che recuperi e rilanci l’antica base economica delle aree interne impiantata sul settore primario e che può divenire un nuovo volano per il loro sviluppo, coinvolgendole contemporaneamente nella duplice funzione di aree di movimentazione e di scambio dei flussi, tra il nord e il sud, dell’Italia, verso il Mediterraneo; e tra est e ovest, verso i Balcani. Una siffatta armatura urbana, che comprenda l’insieme dei centri storici sanniti, longobardi (irpini) e così via, interconnessi, in un nuovo tessuto di comunicazioni, tra loro e con Napoli, nella misura in cui renderà possibile la loro integrazione economica con la regione di appartenenza (la Campania) e con il “resto del mondo”, potrà consentire anche lo sviluppo di nuove tipologie di turismo imperniato non sulla semplice esplorazione dei luoghi, bensì sulla conoscenza delle collettività locali, sulla riscoperta delle loro identità, del loro sistema di valori, sullo scambio culturale e delle proprie esperienze di vita. Non va dimenticato, per altro, che le comunità “autoctone” e i loro ambiti spaziali di riferimento hanno connotazioni ambientali culturali e sociali differenti a seconda della loro origine e della stratificazione storica delle culture che essi esprimono e che si sono succedute nel corso dei secoli. Peculiarità che vanno scomparendo man mano che avanza il processo di omologazione, mentre invece, andrebbero rispettate e salvaguardate nella loro singolarità. Un tempo tra città e campagna esisteva un certo equilibrio, nel senso che ogni città capoluogo traeva ricchezza e sostentamento dai centri contermini. Nel territorio, infatti, si coniugavano una natura produttiva, ricca e accogliente che dava in migliori frutti del mondo e una collettività che traduceva quel benessere in opere artistiche e nell’avanzamento delle scienze umane. Nel momento in cui le strutture economiche e i comportamenti sociali sono cambiati, si è modificato il modello di assetto regionale con la determinazione di un doppio effetto. Da un lato, la formazione di una grossa area urbana in cui la città ha allungato i suoi tentacoli sui centri contermini assorbendoli nel magma metropolitano (effetto di diffusione della città). Dall’altro lato, l’impoverimento dei centri storici minori con la riduzione del numero di abitanti e dei servizi e dei relativi valori urbani (effetto di periferizzazione). Napoli ha sempre costituito il principale punto di arrivo dei viaggiatori del Grand Tour verso le mete del Mediterraneo. La città è tuttora il baricentro dell’intero bacino ed è candidata (forse è tra le candidate) destinata a divenire la capitale euromediterranea. Tale punto di forza, però, si configura allo stesso tempo come un fattore di fragilità del sistema territoriale. Una volta, nel bacino del Mediterraneo il microclima e la mutevolezza delle caratteristiche stagionali esaltavano i pregi dell’ambiente e del paesaggio, ma soprattutto costituivano componenti estremamente favorevoli alla vita e, quindi, anche alla permanenza dei viaggiatori. Poiché i tempi del “Grand Tour” e dei soggiorni dei viaggiatori nel Sud dell’Italia e nel Mediterraneo erano lunghi, permettevano al viaggiatore il contatto e la conoscenza delle comunità locali, ben più a fondo di quello che era il fascino iniziale dei luoghi. Il viaggiatore, che aveva il godimento della bellezza e del pregio ambientale delle località visitate, aveva un’effettiva opportunità di conoscere gli usi e i costumi delle genti. Il tempo e l’avvicendarsi delle stagioni consentivano una costruzione della conoscenza del luogo esplorato. Il cambiamento degli usi, costumi e abitudini complessivi della società, l’affermarsi del consumismo portano man mano a “consumare” anche il “viaggio” che si trasforma abbastanza rapidamente nel cosiddetto turismo mordi e fuggi. Il XX secolo costituisce una svolta del significato più intimo del viaggiare, che passa da un’esigenza di tipo culturale ad una prevalentemente legata al tempo libero e allo svago. La omologazione e la globalizzazione degli usi e dei costumi degli esseri umani sul pianeta oggi ha spostato l’interesse al viaggio, per concentrarlo e renderlo funzionale allo svago e al tempo libero, ma non alla conoscenza. La conoscenza dei luoghi visitati è una conoscenza epidermica. Il viaggiatore niente comprende del patrimonio culturale locale, né materiale né tanto meno spirituale, niente conserva dell’incontro con le culture e i costumi altrui se non una foto scattata, la slide frettolosa di un’immagine vista nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Come già detto, nel caso della Campania, il Grand Tour non toccava le cosiddette “aree interne”. Tranne le dovute eccezioni riguardanti siti archeologici molto conosciuti nel mondo e particolarmente stimolanti, il Grand Tour ha quasi sempre toccato solo la fascia costiera. Ed anche oggi, con il turismo mordi e fuggi, si verifica lo stesso fenomeno, anzi s’aggrava. Ciò, per tutta una serie di motivi, tra i quali in primo luogo la mancanza di un vero e proprio sistema di connessioni viarie e di trasporto, articolato in funzione dell’armatura urbana della regione, che nell’interno è data da un insieme di numerosissimi piccoli centri urbani non strettamente connessi tra loro e con la città di Napoli. La mancanza di questi sistemi e la scarsa conoscenza delle vicende sociali ed artistiche dei centri storici minori di cui è riccamente dotata la regione, costituisce un grosso handicap per l’esplorazione dei luoghi. E dire che molti di essi hanno esercitato un ruolo importante nel passato, ruolo peraltro testimoniato dalla presenza di emergenze architettonico-ambientali. Senza considerare la possibilità di fruire di un paesaggio naturale e antropico spesso inesplorato e di grande valore. Rispetto a ciò, oggi la riflessione sul Turismo Relazionale Integrato si fa importante proprio per recuperare quel valore del Gran Tour inteso come crescita culturale della città, fondata sull’internazionalizzazione dei saperi. Una riflessione che ci porti alla costruzione (in parte alla ricostruzione) una trama di scambi, di mobilità, non già per una omologazione delle persone, ma invece per lo scambio del sapere e della conoscenza. Una rete di Turismo Relazionale Integrato nel caso specifico della regione Campania, con la presenza emblematica delle città della Magna Grecia prima, poi dell’Impero Romano e dei borghi medievali che - assieme alle città rurali della rinascenza e ai siti religiosi - costituiscono un’opportunità di una armatura urbana proprio rivolta alla riorganizzazione delle relazioni tra le aree costiere ed i paesaggi sanniti, irpini, cilentani e delle dorsali appenniniche, si propone come la strumentazione fondamentale per un coagulo fra le parti e per la loro agibile fruizione. Bisogna interessare le aree interne, nella duplice funzione di movimento di genti e culture, nei flussi da Napoli tra il nord e il sud, verso il mediterraneo,tra est e ovest verso i Balcani. Riorganizzazione spaziale e funzionale con il recupero di tutta l’armatura urbana regionale, soprattutto per il sovraccarico delle funzioni che la città è costretta a esercitare e che non riesce a svolgere, se non a grande fatica, data l’elevatissima densità territoriale che si ritrova.e la scarsissima capacità di mobilità che offre. Per quanto riguarda il turismo e le esigenze di relazionalità, sembra il caso di reinventare un Grand Tour che abbia in mente due obiettivi. Da una parte, quello di elevare culturalmente e socialmente sia i “visitatori” che i visitati”: in questo caso penetrando a fondo in tutti gli strati sociali e le zone più “povere” della regione, dall’altra parte, quello di far sì che gli amministratori locali e tutta la collettività interessata siano obbligati a curare il territorio, mirando a un’urbanistica paesaggisticamente elevata, magari non semplicemente alla ovvia opportunità della salvaguardia dei valori ambientali e culturali. Sembra importante affermare con forza che, rispetto alle problematiche presenti in Campania, occorre innanzitutto provvedere alla riorganizzazione e alla strutturazione dello spazio in modo da ottenere delle città che funzionino bene per tutti i cittadini, sì da risolverne tutti i problemi della vita quotidiana: l'approvvigionamento alimentare, il diritto all'abitazione, ai trasporti, alle reti idriche, allo smaltimento dei rifiuti, ai nuovi mezzi di comunicazione, alla tutela della salute, alle nuove forme di cultura urbana, e così via. Bisogna per di più puntare alla qualità delle trasformazioni urbane e territoriali e a proposte capaci di valorizzare le caratteristiche locali e globali, attraverso la considerazione e l'analisi dei fattori notevoli quali le infrastrutture e le attrezzature, il rapporto con l'antico, il recupero e la valorizzazione delle risorse, la nuova residenza, le periferie, i luoghi di aggregazione. Poiché la dimensione metropolitana è ormai una realtà diffusa, la sfida non è quella di subirne gli effetti negativi (il grande inquinamento atmosferico e acustico, il traffico caotico, la carenza di parcheggi, di attrezzature pubbliche e di servizi collettivi, l’aumento dello spreco delle risorse economiche comuni per il funzionamento delle macchine urbane, la progressiva riduzione di aree pedonali, ciclabili, verdi, eccetera), ma governarli in una logica di sviluppo sostenibile, ragionando in termini di risposta ai bisogni delle persone e nella consapevolezza che il territorio non è un bene di infinita disponibilità, tenendo nel debito conto, lo si ribadisce, che i bisogni del cittadino di oggi non si limitano più solo a quelli essenziali quali la casa e i servizi di base, ma intercettano nuove priorità tra le quali la qualità della vita, dell’ambiente e degli spazi urbani, l’identità dei luoghi costruiti e verdi. E' su queste priorità che occorre indirizzare le scelte di progetto per orientare lo sviluppo futuro delle città medie. Ne deriva che diventa urgente progettare una griglia di riferimento per le città, in cui l’infrastrutturazione del territorio e la dotazione di nuovi servizi diventino gli elementi strategici da perseguire e sui quali disegnare lo sviluppo dei tessuti seriali urbani (residenze, attività produttive, turistiche, eccetera) e non il viceversa. Così come è evidente quanto siano strategiche al soddisfacimento dei bisogni le politiche sulle fonti di energia rinnovabili e non inquinanti applicate al trasporto e alla mobilità urbana, oltre che alla casa. Non si può non ritenere che il nuovo “disegno” della Campania debba essere un progetto di nuove città in relazione alla sostenibilità ambientale all’impatto antropico: deve essere un progetto di integrazione tra Natura e Architettura, tenendo nel dovuto conto densità territoriali, funzioni e destinazioni d’uso, accessibilità e mobilità, attrezzature e servizi. Con la distribuzione dei pesi di popolazione e delle attività produttive, delle attrezzature e dei servizi in funzione delle capacità di accoglimento del territorio ed alleggerimento dei pesi stessi a Napoli e nella sua area metropolitana. La prospettiva del lavoro deve essere l’applicazione del modello insediativo alternativo e la progettazione di nuove unità urbane per la sostenibilità ambientale all’impatto antropico, la valorizzazione delle risorse naturali e la salvaguardia del patrimonio storico. Occorre dire, no agli interventi isolati, no alla città frammentaria nel magma urbano di una metropoli costiera. In definitiva occorre: 1 Riammagliare il tessuto storico della campania, 2 Realizzare il sistema integrato dei trasporti per valorizzare la mobilità per rafforzare le connessioni tra le aree rarefatte interne, 3 Far riaffiorare tutta la capacità produttiva di tutti i nostri luoghi (abbiamo una terra così ricca di prodotti eno-gastronomici, abbiamo una varietà storica delle bellezze dei nostri monumenti, e non possiamo conservarli se non conserviamo la capacità produttiva). Il modello territoriale di cui si discorre è forse l’unico in grado di tendere al riequilibrio delle forze in gioco tra la fascia costiera, troppo densa e ormai priva di spazi vitali e la parte interna a bassissima densità, caratterizzata da senilità funzionale. E’ una “nuova” armatura urbana regionale, con la riorganizzazione dei centri storici minori, riammagliati in una griglia funzional-strutturale, in relazione alla sostenibilità ambientale all’impatto antropico e la realizzazione di una diversa mobilità basata su un sistema integrato dei trasporti. Per altro questo modello è certamente in grado di ottenere il radicarsi del Turismo Relazionale Integrato finalizzato alla realizzazione del Grand Tour contemporaneo; determinando così la simbiosi necessaria per lo sviluppo e l’integrazione sociale tra chi viaggia per conoscenza e chi si aspetta di ricevere ciò che gli può servire per affinare le proprie conoscenze e la propria sensibilità, facendo leva sui valori comuni: ovvero il perdono, la non violenza, il rispetto dell’altro, la condivisione e la non discriminazione. BIBLIOGRAFIA Libri Aa.Vv. (2003), Dossier Identità locali e centri storici. Supplemento al n°2 del 2003 di “Paesaggio Urbano” Aa.Vv. 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Incoming and repeater: the long stayer for contemporary grand tour - locol tourist systems of Campania Region

BUONDONNO, EMMA;IALONGO, GIACINTA
2009

Abstract

INCOMING AND REPEATER: THE LONG “STAYER” FOR CONTEMPORARY “GRAND TOUR” - LOCAL TOURIST SYSTEMS OF CAMPANIA REGION. Giacinta Jalongo: (1); Emma Buondonno: (2); Roberta Crescenzo: (3) (1) Professore, Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, ialongo@unina.it; (2) Professore, Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, emma.buondonno@unina.it; (3) Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica – Università degli Studi di Napoli, Napoli, Italia, tel. 081.2538569, crescenzoroberta@hotmail.it Abstract Nelle moderne concezioni economiche di sviluppo e di crescita il turismo ha via via assunto un ruolo e una funzione di decisa importanza. Non solo nei Paesi occidentali; non certo limitatamente ai flussi monetari che sposta, ma - e forse principalmente - per i trasferimenti e le osmosi culturali che determina. Sussistono tuttavia due momenti di stress nel rapporto (ch’è di certamente scontro) tra presenza turistica e ordinaria vita delle società visitate. Il primo attiene al bilancio costi-vantaggi, ed è connesso allo sforzo aggiuntivo che il paese ospitante deve compiere per servizi, adeguamenti, costi ombra, eccetera. Il secondo pericolo sta nelle forti componenti di omologazione, che comporta (e in qualche modo trascina) un turismo non più in equilibrio tra fasi elitarie (il “viaggiatore”) e presenze di masse organizzate (il gitante ludico) ma sempre più decisamente orientato in questa direzione. Nel paper si proporrà un modello di sviluppo turistico, organizzativo strutturale tendente a superare questa situazione, per quanto attiene in particolare la regione Campania. La regione Campania costituisce un interessante campo di sperimentazione perché è caratterizzata da singolari sistemi paesistico-ambientali e relative comunità locali assai differenti tra loro, per tutto un insieme di condizioni di vita materiale, sociale e spirituale da loro elaborate nel corso della storia (che ne fanno la loro “civiltà”). Il Sannio e l’Irpinia, il Cilento, l’Alto Casertano e la piana dei “Flegrei” con gli apparati vulcanici rappresentano gli esempi salienti della sua pluralità ed eterogeneità. Napoli e i suoi dintorni hanno sempre rappresentato le principali località di attrazione del Grand Tour dei viaggiatori stranieri verso le mete del Mediterraneo. Napoli è tuttora il baricentro dell’intero bacino ed è candidata a divenire la capitale euromediterranea. Tale punto di forza, però, costituisce allo stesso tempo un fattore di debolezza e fragilità del sistema territoriale e dell’armatura urbana regionale. Il modello organizzativo che si propone tende al riequilibrio delle forze in gioco nei territori in questione, attraverso la riorganizzazione dei nuclei urbani storici e la realizzazione di una nuova mobilità basata su un sistema integrato dei trasporti, con la riutilizzazione dei cosiddetti “rami secchi” delle ferrovie che servivano e possono servire ai rapporti tra le comunità locali e tra i “viaggiatori” e gli “ospiti”. Il tutto attraverso la cooperazione pubblico-privato. Solo in questo modo per altro si potrà ottenere il radicamento del Turismo Relazionale Integrato finalizzato alla realizzazione del Grand Tour contemporaneo; determinando così la simbiosi necessaria per lo sviluppo e l’integrazione sociale tra chi viaggia per conoscenza e chi si aspetta di ricevere ciò che gli può servire per affinare le proprie conoscenze e la propria sensibilità, facendo leva sui valori comuni: ovvero il perdono, la non violenza, il rispetto dell’altro, la condivisione e la non discriminazione. Parole chiave: Napoli capitale euromediterranea, turismo integrato. INTRODUZIONE La cultura europea ed occidentale trova le sue radici nel complesso d’idee, valori, norme, concetti, di equilibrio e bellezza della Grecia antica e della Roma imperiale. Le città fondate dai coloni provenienti dall’Asia e dalla Grecia, ovvero l’insieme che prende il nome di Magna Grecia, assieme a Roma, hanno costituito l’ossatura urbana (oltre che il supporto economico) intorno alla quale si è andato sviluppando e consolidando nel tempo l’interesse dei tanti intellettuali, artisti, scrittori che hanno calcato le scene della cultura nel mondo. Il Grand Tour è il lungo viaggio di formazione e di affinamento intellettuale che molti rampolli delle famiglie della ricca aristocrazia di tutt’Europa compivano sulle tracce delle antiche vestigia, a partire dalla seconda metà del Seicento. Nel Settecento l’itinerario privilegiato del percorso era la nostra Penisola (the italian voyage). Ciò che i grandtourists “inseguivano” era il mito dell’Italia, il mito di un museo all’aperto, con la esorbitante quantità di opere d’arte, il clima mite e radioso, straordinario per i continentali in gran parte provenienti da cieli plumbei, l’eccezionale produzione culturale in quasi tutti i campi erano richiami potentissimi. Ma già nel Seicento, Roma e Venezia avevano cominciato ad esercitare una forte attrazione ed erano destinate ad accrescere la loro fortuna nel tempo. In terza posizione, e a grande distanza nella scala gerarchica, si collocava Napoli (e con Napoli si andava affermando Firenze). E’ nel Settecento che Napoli (e il suo intorno immediato) -- in una situazione che si va configurando più articolata e meno cristallizzata -- emerge nella gerarchia dei centri più attrattivi. La città, divenuta l’unica grande capitale illuministica della cultura europea, passa al secondo posto, subito dopo Roma. Negli anni quaranta dello stesso secolo, le nuove scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei (1738-1748) determinano nuove coordinate nell’itinerario che interessa l’Italia. Il flusso verso le località dei siti archeologici aumenta e si consolida in epoca romantica, quando il fascino del Sud diviene una sorta di calamita. Nel contempo il viaggio, dapprima inteso come bisogno di conoscenza razionale, si trasforma in un’istanza di tipo romantico. Sono gli inglesi dapprima e poi i tedeschi a realizzare quest’idea, stimolati da una pulsione irrefrenabile di allontanarsi il più possibile dalla fredda cultura d’origine, come scrive il giovane Thomas Mann nel 1890 a Napoli. Essi, ritornando nella loro terra, portarono nel loro background mentale le esperienze tratte dai luoghi visitati. Ma, sia il primo fenomeno, legato all’affermarsi della cultura illuminista, che il secondo, connesso all’affermazione della sensibilità pre-romantica e romantica sono caratterizzati da una connotazione fortemente elitaria e limitata a pochi. Nel bacino del Mediterraneo, il microclima e il dolce avvicendarsi delle stagioni esaltavano i pregi dell’ambiente e del paesaggio e costituivano componenti estremamente favorevoli alla vita e alla permanenza dei viaggiatori. I tempi del Grand Tour e del soggiorno dei viaggiatori erano lunghi, spesso duravano mesi e anni, per cui essi permettevano, oltre che il godimento del fascino e della bellezza delle località esplorate, la conoscenza più o meno profonda delle comunità locali e del complesso degli usi, costumi e abitudini delle genti che, a loro volta, facevano tesoro dell’esperienza tratta dal contatto con lo “straniero”. In Campania, le località preferite per lunghi soggiorni erano quelle della Costiera Amalfitana, “la dove fioriscono i limoni” scrive Goethe. Amalfi, Ravello e Scala sono i luoghi più frequentati dai grandtourists. Il fascino esercitato da Amalfi, Ravello, Scala e di tutta la costiera amalfitana perdura e si rafforza nel tempo, sebbene si sostanzi secondo tipologie diverse. Con l’avvento e lo sviluppo del capitalismo, l’avventura, la scelta del viaggio diviene meno personale e sempre più sintonizzata sulle informazioni fornite dalle “guide” e dagli organizzatori del viaggio che decidono le mete in base a criteri economici, piuttosto che seguendo criteri culturali. Si crea il fenomeno sempre più in voga del turismo organizzato per così dire eterodiretto e rivolto ad un pubblico sempre più vasto e massificato. Cambia la filosofia del “viaggio”, cambia il significato più intimo del viaggiare. La omologazione e la globalizzazione degli esseri umani sul pianeta sposta l’interesse al viaggio per concentrarlo e renderlo funzionale allo svago e al tempio libero, non certamente all’esperienza e al sapere. La conoscenza dei luoghi visitatati, quasi sempre quelli più pubblicizzati e di moda, quando va bene, è mero ricordo. Il viaggiatore, meglio ormai dire il turista, niente “comprende” del patrimonio culturale locale, né materiale, né tanto meno spirituale, niente conserva dell’incontro con le culture e i costumi altrui se non una foto scattata, l’alias frettoloso di un’immagine già vista nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Fortunatamente, da un po’ di tempo, le cose vanno cambiando: il turista va ricercando altri valori. Sente sempre più il bisogno di rapporti umani -- diversi da quelli che di solito intrattiene là dove risiede o lavora -- e preferisce sempre più destinazioni non comuni. La Campania non fu estranea a questi fenomeni. Ma qui il Grand Tour non toccava le cosiddette “aree interne”. Tranne le dovute eccezioni riguardanti i siti archeologici più o meno noti in tutto il mondo e particolarmente stimolanti (Ercolano, Pompei, Paestum), esso ha interessato quasi sempre la fascia costiera. Ed anche oggi, con il turismo “mordi e fuggi”, si verifica lo stesso fenomeno. A parte Caserta, o meglio la Reggia e il Parco di Caserta, il turista non si spinge quasi mai verso l’interno della regione, nonostante che nella Campania interna vi siano numerosi centri storici, per così dire centri storici minori, di media e piccola dimensione, -- immersi in un paesaggio naturale e antropico di eccezionale valore, spesso inesplorato -- che hanno giocato un ruolo determinante non solo a livello storico, ma anche sul piano dell’assetto economico - spaziale della Regione, ruolo testimoniato dalle non poche emergenze storico – architettonico – ambientale che ancor oggi si ritrovano. E nonostante che, a livello generale, l’innovazione tecnologica e il processo di accelerazione dei vettori rendano turisticamente possibili escursioni e percorsi a carattere innovativo differentemente orientati rispetto al passato, tradizionalmente non realizzabili in un contesto extraurbano. APPROCCIO METODOLOGICO E TEORICO Per la Campania, oggi, la riflessione sul Turismo Relazionale Integrato è particolarmente importante. Un turismo che recuperi il senso del Grand Tour letto in chiave moderna e post-moderna, come esperienza più generale e più ampia rispetto ai canoni del passato e che coinvolga percorsi finora inesplorati – la strada meno battuta per così dire- . Un Grand Tour capace di contribuire alla crescita culturale della regione, fondata sulla internazionalizzazione dei saperi, che porti a costruire (in parte a ricostruire) un sistema di relazione, una rete di mobilità, chiaramente non per una omologazione delle persone, ma per lo scambio del sapere e della conoscenza in tutta la sfera regionale. Una rete di turismo relazionale, nel caso specifico della Campania, può trovare spunto dagli esempi emblematici della Magna Grecia prima, poi dell’Impero romano, attestandosi intorno ai borghi medievali e alle città rurali della rinascenza, ai siti religiosi. Gli antichi borghi medievali, in particolare, rappresentano un’opportunità per la costruzione dell’armatura urbana regionale e del relativo sistema di connessioni (oggi praticamente inesistente) teso alla strutturazione delle relazioni tra le aree costiere e i “paesaggi” sanniti, irpini, cilentani e delle dorsali appenniniche. Un’armatura urbana regionale che recuperi e rilanci l’antica base economica delle aree interne impiantata sul settore primario e che può divenire un nuovo volano per il loro sviluppo, coinvolgendole contemporaneamente nella duplice funzione di aree di movimentazione e di scambio dei flussi, tra il nord e il sud, dell’Italia, verso il Mediterraneo; e tra est e ovest, verso i Balcani. Una siffatta armatura urbana, che comprenda l’insieme dei centri storici sanniti, longobardi (irpini) e così via, interconnessi, in un nuovo tessuto di comunicazioni, tra loro e con Napoli, nella misura in cui renderà possibile la loro integrazione economica con la regione di appartenenza (la Campania) e con il “resto del mondo”, potrà consentire anche lo sviluppo di nuove tipologie di turismo imperniato non sulla semplice esplorazione dei luoghi, bensì sulla conoscenza delle collettività locali, sulla riscoperta delle loro identità, del loro sistema di valori, sullo scambio culturale e delle proprie esperienze di vita. Non va dimenticato, per altro, che le comunità “autoctone” e i loro ambiti spaziali di riferimento hanno connotazioni ambientali culturali e sociali differenti a seconda della loro origine e della stratificazione storica delle culture che essi esprimono e che si sono succedute nel corso dei secoli. Peculiarità che vanno scomparendo man mano che avanza il processo di omologazione, mentre invece, andrebbero rispettate e salvaguardate nella loro singolarità. Un tempo tra città e campagna esisteva un certo equilibrio, nel senso che ogni città capoluogo traeva ricchezza e sostentamento dai centri contermini. Nel territorio, infatti, si coniugavano una natura produttiva, ricca e accogliente che dava in migliori frutti del mondo e una collettività che traduceva quel benessere in opere artistiche e nell’avanzamento delle scienze umane. Nel momento in cui le strutture economiche e i comportamenti sociali sono cambiati, si è modificato il modello di assetto regionale con la determinazione di un doppio effetto. Da un lato, la formazione di una grossa area urbana in cui la città ha allungato i suoi tentacoli sui centri contermini assorbendoli nel magma metropolitano (effetto di diffusione della città). Dall’altro lato, l’impoverimento dei centri storici minori con la riduzione del numero di abitanti e dei servizi e dei relativi valori urbani (effetto di periferizzazione). Napoli ha sempre costituito il principale punto di arrivo dei viaggiatori del Grand Tour verso le mete del Mediterraneo. La città è tuttora il baricentro dell’intero bacino ed è candidata (forse è tra le candidate) destinata a divenire la capitale euromediterranea. Tale punto di forza, però, si configura allo stesso tempo come un fattore di fragilità del sistema territoriale. Una volta, nel bacino del Mediterraneo il microclima e la mutevolezza delle caratteristiche stagionali esaltavano i pregi dell’ambiente e del paesaggio, ma soprattutto costituivano componenti estremamente favorevoli alla vita e, quindi, anche alla permanenza dei viaggiatori. Poiché i tempi del “Grand Tour” e dei soggiorni dei viaggiatori nel Sud dell’Italia e nel Mediterraneo erano lunghi, permettevano al viaggiatore il contatto e la conoscenza delle comunità locali, ben più a fondo di quello che era il fascino iniziale dei luoghi. Il viaggiatore, che aveva il godimento della bellezza e del pregio ambientale delle località visitate, aveva un’effettiva opportunità di conoscere gli usi e i costumi delle genti. Il tempo e l’avvicendarsi delle stagioni consentivano una costruzione della conoscenza del luogo esplorato. Il cambiamento degli usi, costumi e abitudini complessivi della società, l’affermarsi del consumismo portano man mano a “consumare” anche il “viaggio” che si trasforma abbastanza rapidamente nel cosiddetto turismo mordi e fuggi. Il XX secolo costituisce una svolta del significato più intimo del viaggiare, che passa da un’esigenza di tipo culturale ad una prevalentemente legata al tempo libero e allo svago. La omologazione e la globalizzazione degli usi e dei costumi degli esseri umani sul pianeta oggi ha spostato l’interesse al viaggio, per concentrarlo e renderlo funzionale allo svago e al tempo libero, ma non alla conoscenza. La conoscenza dei luoghi visitati è una conoscenza epidermica. Il viaggiatore niente comprende del patrimonio culturale locale, né materiale né tanto meno spirituale, niente conserva dell’incontro con le culture e i costumi altrui se non una foto scattata, la slide frettolosa di un’immagine vista nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Come già detto, nel caso della Campania, il Grand Tour non toccava le cosiddette “aree interne”. Tranne le dovute eccezioni riguardanti siti archeologici molto conosciuti nel mondo e particolarmente stimolanti, il Grand Tour ha quasi sempre toccato solo la fascia costiera. Ed anche oggi, con il turismo mordi e fuggi, si verifica lo stesso fenomeno, anzi s’aggrava. Ciò, per tutta una serie di motivi, tra i quali in primo luogo la mancanza di un vero e proprio sistema di connessioni viarie e di trasporto, articolato in funzione dell’armatura urbana della regione, che nell’interno è data da un insieme di numerosissimi piccoli centri urbani non strettamente connessi tra loro e con la città di Napoli. La mancanza di questi sistemi e la scarsa conoscenza delle vicende sociali ed artistiche dei centri storici minori di cui è riccamente dotata la regione, costituisce un grosso handicap per l’esplorazione dei luoghi. E dire che molti di essi hanno esercitato un ruolo importante nel passato, ruolo peraltro testimoniato dalla presenza di emergenze architettonico-ambientali. Senza considerare la possibilità di fruire di un paesaggio naturale e antropico spesso inesplorato e di grande valore. Rispetto a ciò, oggi la riflessione sul Turismo Relazionale Integrato si fa importante proprio per recuperare quel valore del Gran Tour inteso come crescita culturale della città, fondata sull’internazionalizzazione dei saperi. Una riflessione che ci porti alla costruzione (in parte alla ricostruzione) una trama di scambi, di mobilità, non già per una omologazione delle persone, ma invece per lo scambio del sapere e della conoscenza. Una rete di Turismo Relazionale Integrato nel caso specifico della regione Campania, con la presenza emblematica delle città della Magna Grecia prima, poi dell’Impero Romano e dei borghi medievali che - assieme alle città rurali della rinascenza e ai siti religiosi - costituiscono un’opportunità di una armatura urbana proprio rivolta alla riorganizzazione delle relazioni tra le aree costiere ed i paesaggi sanniti, irpini, cilentani e delle dorsali appenniniche, si propone come la strumentazione fondamentale per un coagulo fra le parti e per la loro agibile fruizione. Bisogna interessare le aree interne, nella duplice funzione di movimento di genti e culture, nei flussi da Napoli tra il nord e il sud, verso il mediterraneo,tra est e ovest verso i Balcani. Riorganizzazione spaziale e funzionale con il recupero di tutta l’armatura urbana regionale, soprattutto per il sovraccarico delle funzioni che la città è costretta a esercitare e che non riesce a svolgere, se non a grande fatica, data l’elevatissima densità territoriale che si ritrova.e la scarsissima capacità di mobilità che offre. Per quanto riguarda il turismo e le esigenze di relazionalità, sembra il caso di reinventare un Grand Tour che abbia in mente due obiettivi. Da una parte, quello di elevare culturalmente e socialmente sia i “visitatori” che i visitati”: in questo caso penetrando a fondo in tutti gli strati sociali e le zone più “povere” della regione, dall’altra parte, quello di far sì che gli amministratori locali e tutta la collettività interessata siano obbligati a curare il territorio, mirando a un’urbanistica paesaggisticamente elevata, magari non semplicemente alla ovvia opportunità della salvaguardia dei valori ambientali e culturali. Sembra importante affermare con forza che, rispetto alle problematiche presenti in Campania, occorre innanzitutto provvedere alla riorganizzazione e alla strutturazione dello spazio in modo da ottenere delle città che funzionino bene per tutti i cittadini, sì da risolverne tutti i problemi della vita quotidiana: l'approvvigionamento alimentare, il diritto all'abitazione, ai trasporti, alle reti idriche, allo smaltimento dei rifiuti, ai nuovi mezzi di comunicazione, alla tutela della salute, alle nuove forme di cultura urbana, e così via. Bisogna per di più puntare alla qualità delle trasformazioni urbane e territoriali e a proposte capaci di valorizzare le caratteristiche locali e globali, attraverso la considerazione e l'analisi dei fattori notevoli quali le infrastrutture e le attrezzature, il rapporto con l'antico, il recupero e la valorizzazione delle risorse, la nuova residenza, le periferie, i luoghi di aggregazione. Poiché la dimensione metropolitana è ormai una realtà diffusa, la sfida non è quella di subirne gli effetti negativi (il grande inquinamento atmosferico e acustico, il traffico caotico, la carenza di parcheggi, di attrezzature pubbliche e di servizi collettivi, l’aumento dello spreco delle risorse economiche comuni per il funzionamento delle macchine urbane, la progressiva riduzione di aree pedonali, ciclabili, verdi, eccetera), ma governarli in una logica di sviluppo sostenibile, ragionando in termini di risposta ai bisogni delle persone e nella consapevolezza che il territorio non è un bene di infinita disponibilità, tenendo nel debito conto, lo si ribadisce, che i bisogni del cittadino di oggi non si limitano più solo a quelli essenziali quali la casa e i servizi di base, ma intercettano nuove priorità tra le quali la qualità della vita, dell’ambiente e degli spazi urbani, l’identità dei luoghi costruiti e verdi. E' su queste priorità che occorre indirizzare le scelte di progetto per orientare lo sviluppo futuro delle città medie. Ne deriva che diventa urgente progettare una griglia di riferimento per le città, in cui l’infrastrutturazione del territorio e la dotazione di nuovi servizi diventino gli elementi strategici da perseguire e sui quali disegnare lo sviluppo dei tessuti seriali urbani (residenze, attività produttive, turistiche, eccetera) e non il viceversa. Così come è evidente quanto siano strategiche al soddisfacimento dei bisogni le politiche sulle fonti di energia rinnovabili e non inquinanti applicate al trasporto e alla mobilità urbana, oltre che alla casa. Non si può non ritenere che il nuovo “disegno” della Campania debba essere un progetto di nuove città in relazione alla sostenibilità ambientale all’impatto antropico: deve essere un progetto di integrazione tra Natura e Architettura, tenendo nel dovuto conto densità territoriali, funzioni e destinazioni d’uso, accessibilità e mobilità, attrezzature e servizi. Con la distribuzione dei pesi di popolazione e delle attività produttive, delle attrezzature e dei servizi in funzione delle capacità di accoglimento del territorio ed alleggerimento dei pesi stessi a Napoli e nella sua area metropolitana. La prospettiva del lavoro deve essere l’applicazione del modello insediativo alternativo e la progettazione di nuove unità urbane per la sostenibilità ambientale all’impatto antropico, la valorizzazione delle risorse naturali e la salvaguardia del patrimonio storico. Occorre dire, no agli interventi isolati, no alla città frammentaria nel magma urbano di una metropoli costiera. In definitiva occorre: 1 Riammagliare il tessuto storico della campania, 2 Realizzare il sistema integrato dei trasporti per valorizzare la mobilità per rafforzare le connessioni tra le aree rarefatte interne, 3 Far riaffiorare tutta la capacità produttiva di tutti i nostri luoghi (abbiamo una terra così ricca di prodotti eno-gastronomici, abbiamo una varietà storica delle bellezze dei nostri monumenti, e non possiamo conservarli se non conserviamo la capacità produttiva). Il modello territoriale di cui si discorre è forse l’unico in grado di tendere al riequilibrio delle forze in gioco tra la fascia costiera, troppo densa e ormai priva di spazi vitali e la parte interna a bassissima densità, caratterizzata da senilità funzionale. E’ una “nuova” armatura urbana regionale, con la riorganizzazione dei centri storici minori, riammagliati in una griglia funzional-strutturale, in relazione alla sostenibilità ambientale all’impatto antropico e la realizzazione di una diversa mobilità basata su un sistema integrato dei trasporti. Per altro questo modello è certamente in grado di ottenere il radicarsi del Turismo Relazionale Integrato finalizzato alla realizzazione del Grand Tour contemporaneo; determinando così la simbiosi necessaria per lo sviluppo e l’integrazione sociale tra chi viaggia per conoscenza e chi si aspetta di ricevere ciò che gli può servire per affinare le proprie conoscenze e la propria sensibilità, facendo leva sui valori comuni: ovvero il perdono, la non violenza, il rispetto dell’altro, la condivisione e la non discriminazione. BIBLIOGRAFIA Libri Aa.Vv. (2003), Dossier Identità locali e centri storici. Supplemento al n°2 del 2003 di “Paesaggio Urbano” Aa.Vv. 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