Nella letteratura sullo sviluppo economico, il tema dei divari regionali entra prepotentemente nel dibattito scientifico per descrivere una geografia economica a “velocità variabile”, dove l’economia di alcune realtà geografiche procede attraverso tassi di crescita del reddito, costantemente più accelerati rispetto ad altre porzioni del territorio nazionale. Sin dagli inizi del secolo XX, questo divario appare particolarmente significativo tra alcune regioni del Nord-Ovest, con la Liguria in posizione di apice, a scapito, sia del Nord-Est, sia del Centro e delle estreme regioni del Sud. Soltanto il Lazio e la Campania denunciavano, in quel tempo lontano, un reddito pro-capite superiore alla soglia della media italiana, sostanzialmente allineato ai livelli misurati nel più uniformemente industrializzato Nord-Ovest. Tuttavia, già nel decennio che segna l’avvio dell’esperienza fascista, l’intero Mezzogiorno si vede collocato in una posizione di decisa marginalità che continua ad esprimere particolare disagio, ancora nel corso degli anni Cinquanta, allorché la crescita accelerata dell’economia italiana veniva salutata come l’età del “miracolo economico”. Lo sviluppo dualistico del Paese, dove un Nord ed un Centro sempre più avanzati si contrappongono ad un Mezzogiorno in persistente ritardo, procede con andamento per lo più regolare, caratterizzato da una condizione persistente di reddito pro-capite, all’incirca, dimezzato nelle regioni meridionali, fatto salvo un breve intervallo, intorno alla prima metà degli anni Settanta, durante il quale il Mezzogiorno migliora la sua posizione di una decina di punti, tuttavia, per un effetto statistico dipendente dal contemporaneo rallentamento subito, nello stesso intervallo temporale, dalle regioni più avanzate del Centro-Nord. Proprio in quel periodo, una più attenta lettura della questione dei divari territoriali nello sviluppo regionale, in concomitanza con l’avvio della politica regionale europea (1973), conduceva a riflettere sull’inopportunità di perseguire il mito dell’enfatizzazione di un improbabile obiettivo di parificazione degli indicatori di sviluppo regionale, soffermandosi, piuttosto, sull’analisi delle cause dei differenziali di sviluppo, per identificare le azioni da intraprendere, magari attraverso opportuni incentivi, per conseguire uno sviluppo stabile ed auto centrato. Approccio ben presente nella concezione geopolitica dello studio dei fattori di competitività che, nella differente composizione delle propensioni localistiche allo sviluppo, tiene adeguato conto delle modalità attraverso le quali viene ad essere governata l’interazione delle risorse e orientate le propensioni imprenditoriali nella scelta delle politiche di ampliamento degli orizzonti di mercato. Il passaggio da una metodica incentrata sulla “misurazione” parametrica degli indicatori che riassumono i diversi livelli di sviluppo territoriale, ad una metodica fondata sulla specificazione delle condizioni che determinano il ritardo nello sviluppo di ben individuati e perimetrati ambiti regionali, trova nella pratica dell’analisi geografica un utile strumento di natura interpretativa, decisamente utile al fine di isolare le cause strutturali dalle condizioni congiunturali che determinano la maggiore o minore velocità dello sviluppo locale. Analisi che presuppone un’attenta prospezione di tutti i fattori, umani, fisici, economici, sociali e politici che definiscono gli assetti geopolitici dei diversi territori in cui si articola l’organismo regionale. Il che presuppone un’approfondita ricerca basata sulla puntuale scomposizione delle componenti di sistema che, dalla scala locale, per successivi livelli di estensione territoriale, raggiunge unitarietà compositiva nella dimensione regionale.

Il cavallo di Troia

D'APONTE, TULLIO
2009

Abstract

Nella letteratura sullo sviluppo economico, il tema dei divari regionali entra prepotentemente nel dibattito scientifico per descrivere una geografia economica a “velocità variabile”, dove l’economia di alcune realtà geografiche procede attraverso tassi di crescita del reddito, costantemente più accelerati rispetto ad altre porzioni del territorio nazionale. Sin dagli inizi del secolo XX, questo divario appare particolarmente significativo tra alcune regioni del Nord-Ovest, con la Liguria in posizione di apice, a scapito, sia del Nord-Est, sia del Centro e delle estreme regioni del Sud. Soltanto il Lazio e la Campania denunciavano, in quel tempo lontano, un reddito pro-capite superiore alla soglia della media italiana, sostanzialmente allineato ai livelli misurati nel più uniformemente industrializzato Nord-Ovest. Tuttavia, già nel decennio che segna l’avvio dell’esperienza fascista, l’intero Mezzogiorno si vede collocato in una posizione di decisa marginalità che continua ad esprimere particolare disagio, ancora nel corso degli anni Cinquanta, allorché la crescita accelerata dell’economia italiana veniva salutata come l’età del “miracolo economico”. Lo sviluppo dualistico del Paese, dove un Nord ed un Centro sempre più avanzati si contrappongono ad un Mezzogiorno in persistente ritardo, procede con andamento per lo più regolare, caratterizzato da una condizione persistente di reddito pro-capite, all’incirca, dimezzato nelle regioni meridionali, fatto salvo un breve intervallo, intorno alla prima metà degli anni Settanta, durante il quale il Mezzogiorno migliora la sua posizione di una decina di punti, tuttavia, per un effetto statistico dipendente dal contemporaneo rallentamento subito, nello stesso intervallo temporale, dalle regioni più avanzate del Centro-Nord. Proprio in quel periodo, una più attenta lettura della questione dei divari territoriali nello sviluppo regionale, in concomitanza con l’avvio della politica regionale europea (1973), conduceva a riflettere sull’inopportunità di perseguire il mito dell’enfatizzazione di un improbabile obiettivo di parificazione degli indicatori di sviluppo regionale, soffermandosi, piuttosto, sull’analisi delle cause dei differenziali di sviluppo, per identificare le azioni da intraprendere, magari attraverso opportuni incentivi, per conseguire uno sviluppo stabile ed auto centrato. Approccio ben presente nella concezione geopolitica dello studio dei fattori di competitività che, nella differente composizione delle propensioni localistiche allo sviluppo, tiene adeguato conto delle modalità attraverso le quali viene ad essere governata l’interazione delle risorse e orientate le propensioni imprenditoriali nella scelta delle politiche di ampliamento degli orizzonti di mercato. Il passaggio da una metodica incentrata sulla “misurazione” parametrica degli indicatori che riassumono i diversi livelli di sviluppo territoriale, ad una metodica fondata sulla specificazione delle condizioni che determinano il ritardo nello sviluppo di ben individuati e perimetrati ambiti regionali, trova nella pratica dell’analisi geografica un utile strumento di natura interpretativa, decisamente utile al fine di isolare le cause strutturali dalle condizioni congiunturali che determinano la maggiore o minore velocità dello sviluppo locale. Analisi che presuppone un’attenta prospezione di tutti i fattori, umani, fisici, economici, sociali e politici che definiscono gli assetti geopolitici dei diversi territori in cui si articola l’organismo regionale. Il che presuppone un’approfondita ricerca basata sulla puntuale scomposizione delle componenti di sistema che, dalla scala locale, per successivi livelli di estensione territoriale, raggiunge unitarietà compositiva nella dimensione regionale.
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